Aias, i lavoratori reclamano gli stipendi arretrati e il Tfr

Ora compensi regolari ma mancano 11 mensilità. E il concordato non si sblocca

SASSARI. Per anni sono rimasti incastrati nel braccio di ferro tra l’azienda e la Regione. Una battaglia ventennale, a lungo ignorata dalla politica e solo di recente considerata degna di attenzione. Molto tardi, considerato il numero delle persone coinvolte – 1200 lavoratori e 3mila pazienti, per un numero di prestazioni giornaliere che ha sfiorato quota 1400 – e l’importanza del servizio erogato a favore di disabili e anziani da parte dell’Aias, l’associazione italiana assistenza spastici. Ma ancora oggi i dipendenti dell’azienda creata nel 1967 da Bruno Randazzo e portata avanti dai figli, stanno nella graticola, in attesa di ricevere i compensi arretrati: 11 mensilità mai pagate, più bonus, tredicesime e tfr per chi nel frattempo è andato via. Il conto è salato: dai 15 ai 20 milioni di euro, più o meno un sesto dei debiti accumulati dall’Aias: una situazione di insolvenza così grave da spingere il pm di Cagliari Daniele Caria a presentare istanza di fallimento nell’ottobre 2019. La procedura è stata sospesa, dopo il via libera al concordato disposto dal giudice. Ma trascorsi oltre 21 mesi, la vertenza è ancora in stand by.

Tutto fermo. Un’attesa intollerabile, secondo il segretario generale della Cisl Funzione pubblica per il Sulcis Claudio Nuscis: «A farne le spese sono ancora una volta i lavoratori che hanno diritto di sapere quale sarà il loro futuro, quando riceveranno gli arretrati e se e quando i servizi sospesi ripartiranno». La grave situazione ha spinto infatti a tagliare o accorpare alcuni servizi: una scelta necessaria dopo la fuga di molti infermieri e dei logopedisti che seguivano numerosi bambini. «Sono andati via, esasperati dai ritardi nei pagamenti, tra stipendi saltati o erogati al 50 per cento. Hanno trovato una nuova occupazione ma giustamente pretendono che l’azienda versi loro il dovuto, compreso il Tfr. Ma sino a quando il tribunale fallimentare non si pronuncerà sulla nuova proposta di concordato presentato dall’azienda (a gennaio), non riceveranno un euro né loro né i colleghi che hanno continuato a lavorare per l’Aias, nonostante le difficoltà enormi: «Tanti sono andati avanti grazie alle famiglie, molti si sono indebitati sino al collo, sono stati umiliati come persone e come professionisti».

Il concordato. L’iter al concordato da parte del giudice fallimentare ha incontrato dall’ottobre 2019 una serie di intoppi. La prima proposta dell’Aias prevedeva che una quota dell’impero, pari a circa al 10% rimanesse ai Randazzo. Le obiezioni e le richieste di chiarimenti hanno spinto l’azienda a un cambio di rotta con la decisione di farsi da parte mettendo in vendita tutte le proprietà – per valore tra i 70 e gli 80 milioni di euro – per pagare i debiti. Ma l’ipotesi della gestione in continuità non è stata accantonata e su questo punto qualche settimana fa il tribunale ha sollecitato ulteriore documentazione. Nel frattempo l’azienda – che ha avuto conferma dell’accreditamento delle strutture da parte della Regione sino al 2022 – rende noto al tribunale con relazioni periodiche trimestrali lo stato di salute dei conti con i ricavi dei vari centri, una quarantina, distribuiti in tutta l’isola, e della 3 Rsa Fondazione Stefania Randazzo. Nell’ultima relazione l’azienda comunica di avere ricevuto una ispezione da parte dell’Ispettorato del lavoro che sta accertando la posizione di alcuni ex dipendenti: l’Aias dovrà fornire la documentazione con i bonifici effettuati per il pagamento stipendi, fondo di garanzia Inps e Tfr.

La situazione. Dal 2018 l’organico Aias si è ridotto di circa quattrocento unità, tra chi è andato via perché non veniva pagato (più o meno 200), i pensionamenti e licenziamenti (quindici, tra cui 3 rappresentanti sindacali). Al momento i dipendenti sono poco più di 700: «Tra loro – dice Claudio Nuscis – circa il 60% attende i compensi arretrati. Per fortuna gli stipendi ora sono pagati con regolarità, a differenza del passato: l’Ats versa la somma corrispondente alle prestazioni erogate e l’Aias liquida ai lavoratori. Su questo punto, considerata la partita delicatissima in corso, l’azienda non può più sbagliare». Ma il clima all’interno dei centri non è cambiato. I lavoratori chiedono spesso aiuto ai sindacati per sollecitare il rispetto delle regole. Un esempio: l’azienda non dispone di un servizio per la sanificazione delle divise. Nonostante i ripetuti richiami accompagnati da segnalazioni in Procura, non sono arrivate risposte. Così, in pieno periodo Covid e in presenza di focolai tra i pazienti (una sessantina i contagiati a Decimo in primavera) i lavoratori portano le divise a casa loro e provvedono a lavarle.

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