Deposito distrutto dal rogo I titolari: «Pronti a ripartire»
di Giulia Serra
Cuglieri, la Mondial Birre Srl è stata travolta dalle fiamme. Danni per un milione La denuncia: «Nella zona artigianale eravamo soli, l’antincendio non c’era»
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CUGLIERI . «I danni sono enormi, è stato un inferno, ma noi siamo vivi e ora è doveroso ricominciare e dobbiamo farlo subito». A parlare è Claudia Enne, proprietaria insieme al marito Filippo Inzis della Mondial Birre srl di Cuglieri, l'azienda di bevande all'ingrosso che ha visto andare completamente distrutto il suo deposito nell'area artigianale alla periferia del paese.
Spente le fiamme, accantonato il panico, superata la notte apocalittica, ciò che resta è un nulla nel quale trovare la forza e la spinta di ripartire. «Il paesaggio è spettrale – racconta Claudia – ma penso che Cuglieri saprà reagire. E noi con lei. L'importante è essere vivi. Domani abbiamo da sistemare uno spazio da adibire a magazzino provvisorio che un amico ci ha messo a disposizione. È andato tutto in fumo, ma il nostro vero capitale sono i clienti e i nostri dieci dipendenti. È per loro che non possiamo perderci d'animo e lasciare che sia la disperazione ad avere la meglio». Rialzarsi è un imperativo. Di quello che era un deposito da 550 metri quadri, stracolmo di bevande di ogni genere pronte per soddisfare le richieste della piena stagione estiva dei clienti distribuiti tra le province di Oristano, Nuoro e Sassari, non resta che uno scheletro inanimato. La perdita, tra prodotti, attrezzature meccaniche e arredi, potrebbe sfiorare il milione di euro. Il lavoro di quasi 30 anni di attività della Mondial Birre. A salvarsi dalla devastazione del rogo di sabato sera solo i furgoni per il trasporto, portati via per tempo prima che le fiamme sopraggiungessero nella periferia del paese e inghiottissero tutto. I danni del terribile rogo che ha devastato un intero territorio sono ancora tutti da vagliare, ma nella voce di chi ha visto bruciare e svanire il lavoro costruito con anni di sacrifici c'è tutta la consapevolezza di aver preservato il bene più prezioso, la vita stessa. «Eravamo lì, abbiamo tentato fino alla fine di respingere il fuoco. Con l'acqua per ore abbiamo bagnato il perimetro esterno. Tutto il paese ha tentato di proteggere così le abitazioni e ciò che poteva. Ad un certo punto sembrava fatta: il fuoco dava l'impressione di aver scelto di passare al nostro fianco senza travolgerci, invece poi ha scollinato e ce lo siamo ritrovati addosso, furioso, imponente, velocissimo. Ho alzato lo sguardo e l'ho visto come un mostro, ho pensato di morire. Non si respirava più, siamo riusciti a scappare via». Alle 22 la fuga dall'inferno è quella di chi deve salvare se stesso dopo aver tentato l'impossibile in una solitaria ed impari battaglia contro una furia di fiamme e fumo. «Nella zona artigianale eravamo soli – racconta ancora Claudia – non c'era nessun mezzo antincendio. È stato terribile». Una notte interminabile di paura. L'evacuazione dal paese verso Sennariolo, dove una palestra era stata messa a disposizione per gli sfollati da Cuglieri. Poi la seconda fuga, quando il rogo è avanzato ancora e ha costretto ad uno spostamento obbligato verso Bosa. «Con mio marito a quel punto abbiamo deciso di andare a Macomer, ci sembrava più sicuro. Abbiamo dormito in auto, per poi tornare a Cuglieri il mattino successivo. Non siamo ancora potuti rientrare nella nostra casa lambita dal rogo, sappiamo solo che manca la luce».
Spente le fiamme, accantonato il panico, superata la notte apocalittica, ciò che resta è un nulla nel quale trovare la forza e la spinta di ripartire. «Il paesaggio è spettrale – racconta Claudia – ma penso che Cuglieri saprà reagire. E noi con lei. L'importante è essere vivi. Domani abbiamo da sistemare uno spazio da adibire a magazzino provvisorio che un amico ci ha messo a disposizione. È andato tutto in fumo, ma il nostro vero capitale sono i clienti e i nostri dieci dipendenti. È per loro che non possiamo perderci d'animo e lasciare che sia la disperazione ad avere la meglio». Rialzarsi è un imperativo. Di quello che era un deposito da 550 metri quadri, stracolmo di bevande di ogni genere pronte per soddisfare le richieste della piena stagione estiva dei clienti distribuiti tra le province di Oristano, Nuoro e Sassari, non resta che uno scheletro inanimato. La perdita, tra prodotti, attrezzature meccaniche e arredi, potrebbe sfiorare il milione di euro. Il lavoro di quasi 30 anni di attività della Mondial Birre. A salvarsi dalla devastazione del rogo di sabato sera solo i furgoni per il trasporto, portati via per tempo prima che le fiamme sopraggiungessero nella periferia del paese e inghiottissero tutto. I danni del terribile rogo che ha devastato un intero territorio sono ancora tutti da vagliare, ma nella voce di chi ha visto bruciare e svanire il lavoro costruito con anni di sacrifici c'è tutta la consapevolezza di aver preservato il bene più prezioso, la vita stessa. «Eravamo lì, abbiamo tentato fino alla fine di respingere il fuoco. Con l'acqua per ore abbiamo bagnato il perimetro esterno. Tutto il paese ha tentato di proteggere così le abitazioni e ciò che poteva. Ad un certo punto sembrava fatta: il fuoco dava l'impressione di aver scelto di passare al nostro fianco senza travolgerci, invece poi ha scollinato e ce lo siamo ritrovati addosso, furioso, imponente, velocissimo. Ho alzato lo sguardo e l'ho visto come un mostro, ho pensato di morire. Non si respirava più, siamo riusciti a scappare via». Alle 22 la fuga dall'inferno è quella di chi deve salvare se stesso dopo aver tentato l'impossibile in una solitaria ed impari battaglia contro una furia di fiamme e fumo. «Nella zona artigianale eravamo soli – racconta ancora Claudia – non c'era nessun mezzo antincendio. È stato terribile». Una notte interminabile di paura. L'evacuazione dal paese verso Sennariolo, dove una palestra era stata messa a disposizione per gli sfollati da Cuglieri. Poi la seconda fuga, quando il rogo è avanzato ancora e ha costretto ad uno spostamento obbligato verso Bosa. «Con mio marito a quel punto abbiamo deciso di andare a Macomer, ci sembrava più sicuro. Abbiamo dormito in auto, per poi tornare a Cuglieri il mattino successivo. Non siamo ancora potuti rientrare nella nostra casa lambita dal rogo, sappiamo solo che manca la luce».
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