La Nuova Sardegna

«Telecamere spente dal 2005: erano decisive contro i roghi»

di Silvia Sanna
«Telecamere spente dal 2005: erano decisive contro i roghi»

Il sistema di controllo realizzato nel 1986 monitorava oltre 600mila ettari L’imprenditore Pelosio: «Smantellato senza spiegazioni nonostante i benefici»

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SASSARI. Cinquanta telecamere, posizionate in punti strategici, in grado di vigilare su oltre 600mila ettari di territorio pregiato: un sistema di controllo, diurno e notturno, che già 30 anni fa consentiva di localizzare un focolaio entro 3 minuti «e che ora, grazie a tecnologie sempre più all’avanguardia e all’impiego di droni, fa scattare l’allarme alla centrale operativa entro 120 secondi». Due minuti: un tempo estremamente ridotto che consente di inviare subito gli interventi sul posto e agire prima che l’incendio diventi incontrollabile. «Come è successo in questi giorni in Sardegna, come accade purtroppo ogni anno». Eppure per un lungo periodo il numero di roghi e la superficie bruciata si erano ridotti moltissimo: «Almeno dell’80%, grazie soprattutto alla presenza delle telecamere e alla loro duplice funzione di controllo e di deterrente». Chi parla è Giorgio Pelosio, 71 anni, direttore di Epg, società di sicurezza denominata sino a qualche anno fa Teletron Euroricerche. Proprio la Teletron aveva realizzato il sistema di monitoraggio e rilevamento incendi operativo nell’isola dal 1986 al 2005, quando fu abbandonato per decisione della politica. Via le telecamere, luci spente: oggi più che mai è legittimo chiedersi se con quel sistema la devastazione dell’Oristanese poteva essere evitata.

Dottor Pelosio, perché il sistema di telerilevamento è stato smantellato?

«Non c’è mai stata una motivazione ufficiale. Posso dire che il sistema funzionava bene e che ha consentito, negli anni in cui era operativo, di limitare moltissimo i danni causati dagli incendi».

Quando furono piazzate le prime telecamere?

«Nel 1984 ci fu la prima sperimentazione in Ogliastra, tra Arzana e Lanusei. In quel periodo ricordo che sul tema incendi c’era moltissima attenzione e sensibilità da parte della Regione che voleva agire sul fronte della prevenzione. Quel primo sistema ebbe un enorme successo e infatti si decise di implementarlo andando a coprire vaste zone dell’isola considerate di pregio, e individuate dalla stessa Regione. L’impianto entrò a pieno regime nel 1986».

Come funzionava il sistema?

«Grazie all’utilizzo di tecnologie satellitari e di telecamere ad altissima risoluzione che vedono di giorno e di notte e droni di ultima generazione era possibile individuare l’insorgere di un incendio entro 3 minuti e riuscire a spegnerlo entro 10-15 minuti. Fondamentale è intervenire prima che il fuoco salga in chioma e si propaghi da un albero all’altro. La correggo, però: il sistema funziona ancora e meglio di prima, ma non in Sardegna».

Attualmente il telerilevamento dove viene utilizzato?

«Impianti come quello sardo sono operativi in Spagna e Portogallo e poi in Puglia, Calabria, Basilicata, Toscana e Lazio. Il progetto più recente riguarda l’implementazione di una sistema di rilevamento per il Lazio nel parco urbano di Castelfusano, nella Riserva naturale litorale romano. Il progetto è finanziato dall’Agenzia spaziale europea e da Leonardo. Si tratta di un’eccellenza a livello internazione».

Dal 2005 a oggi ha mai riproposto il sistema in Sardegna?

«Certo, già due volte. Prima con successo nel 2008, perché la regione Lazio, interessata ad installare gli impianti su una ampia fetta di territorio, voleva avere un esempio pratico. Allora decisi di mettere il sistema a disposizione gratuitamente del Parco di Molentargius, a Cagliari, per due anni. In quel periodo gli incendi calarono drasticamente. Ma poi il Parco, che doveva occuparsi della manutenzione e del personale, si disinteressò completamente».

E la seconda volta?

«Un anno fa. Andai a parlare con il Capo della Protezione Civile regionale Antonio Belloi. Gli illustrai il sistema, dati alla mano spiegai i benefici, portai l’esempio della Sardegna e di altri territori dove gli incendi si sono ridotti moltissimo. Belloi mi colpì positivamente perché mostrò entuasiasmo e si disse convinto dell’importanza del supporto tecnologico nel combattere questa piaga endemica dell’isola. Ci lasciammo con l’intenzione di rivederci presto».

E poi?

«Non l’ho più visto né sentito. Ritengo che l’entusiasmo di Belloi non sia stato condiviso dalle persone con cui si confrontò e alle quali spettavano le decisioni».

Perché secondo lei la tecnologia viene snobbata?

«Dietro gli incendi si muovono molti interessi e girano tantissimi soldi. Pensiamo a come sono lievitati i costi della campagna contro i roghi: un Canadair che vola per 10 ore costa dai 50 ai 60mila euro, moltiplichiamo per 3 e i conti sono fatti. Con la prevenzione si limita l’utilizzo di questi mezzi e si tagliano i costi. Invece no, ad avere la meglio è il business della distruzione: si interviene in ritardo con mezzi aerei che scaricano acqua dal mare. E sappiamo bene che il sale inaridisce, toglie vita e speranza di ricrescita. Per questo non ha molto senso parlare di rimboschimento: la gente dovrebbe capire che quello che distruggi non sempre lo puoi ricostruire. Pensiamo a un olivastro millenario, se lo fai bruciare lo hai perso per sempre».

Il suo sistema nell’isola è stato smantellato e sinora la politica le ha chiuso le porte in faccia. Ma lei non si arrende, perché?

«Le mie origini sono campane ma vivo nell’isola da 40 anni e mi sento sardo. Provo dolore nel vedere questa terra meravigliosa bruciare, sinché avrò voce cercherò di difenderla».



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