Inferno di fuoco nell'Oristanese: «Solo la prevenzione ferma i maxi roghi»

Sassari, i ricercatori del Cnr studiano la pratiche di contrasto agli incendi. «Necessario integrare le politiche forestali e agricole con i piani urbanistici»

SASSARI. Evitare che possa ripetersi è davvero complicato, ma limitarne la forza distruttrice non è un'impresa impossibile. Anzi. Per farlo, però, bisognerebbe conoscere il "mostro" come le proprie tasche, prevedendone i comportamenti e studiando tutte le sue peculiarità. In termini molto poco accademici, è questo il complicato compito dei ricercatori del Cnr dell'Istituto di Bioeconomia di Sassari che negli ultimi giorni sono impegnati anche nella simulazione della propagazione del rogo che ha cancellato circa 22mila ettari del Montiferru. La prevenzione, però, merita un discorso a parte e dovrebbe avere solide basi costruite nel tempo. A partire dall'integrazione della programmazione delle politiche forestali, delle politiche agricole e delle norme di pianificazione urbanistica. Un discorso complicato a cui l'isola si approccerebbe in ritardo ma ormai non più rimandabile, anche considerando il peso specifico dei cambiamenti climatici che, già da prossimi anni, potrebbero creare condizioni favorevoli allo sviluppo di giganteschi incendi con una frequenza maggiore rispetto a quella attuale.

Lo studio. «Stiamo analizzando il "megafire", è questa la classificazione scientifica dell'incendio che ha devastato il Montiferru, anche attraverso un simulatore sviluppato qui al Cnr, che ci permette di studiare il comportamento del rogo e di rilevare le zone più esposte e quindi più vulnerabili - spiega – spiega la ricercatrice Valentina Bacciu –. I megafire hanno un'intensità lineare di circa 10mila kilowatt al metro e che si spostano alla ragguardevole velocità di tre chilometri all'ora. L'evento degli scorsi giorni ha avuto tutti gli elementi a favore per diventare così pericoloso e devastante: il forte vento di scirocco, la vegetazione disidratata da una stagione particolarmente calda e la possibilità di sfruttare una conformazione del territorio che ne ha favorito l'avanzata, come il "canalone" vicino alla periferia di Santu Lussurgiu».


Il futuro. Per evitare che i prossimi anni siano caratterizzati da roghi come quello del Montiferru, è necessario aprire un ragionamento focalizzato sul lungo periodo. Secondo Valentina Bacciu, le cose da fare sono tante ma possono essere sintetizzate in due macro gruppi: «Che sono legati tra loro. Innanzi tutto è necessario integrare le politiche forestali, quelle agricole e quelle di pianificazione urbanistica. L'agricoltura e l'allevamento sono una parte importante della soluzione perché esistono sistemi virtuosi di economia circolare che possono contribuire a ridurre la superficie di territorio a rischio. Alcuni esempi arrivano dalla Catalogna, all’avanguardia in questo settore. Ci sono pecore e capre come greggi "antincendio" che pascolano nelle zone vulnerabili il cui latte e formaggio, una volta in vendita, sono riconoscibili da bollini che ne certificano le buone pratiche di allevamento e l'incidenza sulla tutela del territorio. Purtroppo uno degli aspetti del tanto dibattuto spopolamento riguarda anche la fascia rurale, vittima di un esodo da parte di agricoltori e allevatori che compromette anche la gestione di episodi come questo. Queste politiche forse non avrebbero fermato l'incendio – continua la ricercatrice – ma i danni sarebbero stati molto inferiori. Ovviamente in questo discorso non può mancare il necessario coinvolgimento della popolazione, che deve avere una parte attiva e consapevole nella prevenzione». Che poi, è uno degli aspetti che hanno funzionato con meno precisione nelle drammatiche ore dello scorso fine settimana, quando migliaia di persone sono state prese alla sprovvista dall'avanzare delle fiamme e hanno reagito in ordine sparso anche per l'assenza di direttive chiare e di un piano di emergenza noto alla cittadinanza.

Dopo il fuoco. Un altro aspetto fondamentale della “rinascita” è il comportamento nel momento successivo all'emergenza, a partire dal rimboschimento: «È una delle fasi più complicate, perché adesso è necessario individuare e mettere in sicurezza le zone a rischio idrogeologico che hanno bisogno di un intervento immediato – Valentina Bacciu –. L'obiettivo deve essere quello di mantenere o ripristinare i servizi ecosistemici del bosco, fondamentali per limitare la possibilità di smottamenti, frane ed altri eventi estremi come le alluvioni. Il “rischio zero” non esiste ma dobbiamo ripensare alle strategie di gestione degli incendi, spostando l’attenzione, gli sforzi e gli impegni della politica, a partire dai vertici dell'Unione europea sino ad arrivare agli enti locali, verso la prevenzione, che deve necessariamente integrare gli obiettivi a breve termine con quelli a medio e lungo termine per rispondere alle sfide climatiche». Insomma, si può ancora cercare di fare qualcosa ma il tempo è davvero agli sgoccioli.

La conta dei danni. Per il momento si parla di 22mila ettari di territorio devastati dalle fiamme che peseranno sull'economia dell'isola per centinaia di milioni di euro. Tuttavia, ci sono anche aspetti positivi. Ad esempio, il mancato tributo di vite umane: «La Sardegna si è dimostrata molto preparata nella gestione dell'emergenza. I danni siano stati enormi – conclude la ricercatrice – e dal punto di vista economico segneranno certamente i prossimi anni ma dobbiamo anche dire che eventi simili nel resto dell'Europa hanno causato tantissime vittime. Nella zona regione portoghese del Pedrógão Grande, nel 2017, erano andati in fumo 53mila ettari di territorio ma erano morte 65 persone e più di 250 erano rimaste ferite. Un anno dopo, nella regione greca dell'Attica, i morti erano stati un centinaio e i feriti circa 170».

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