Sanità, medici in calo nell’isola: «Formazione da rivedere»
di Roberto Sanna
«Le nostre scuole funzionano, ma troppi specializzati vanno a lavorare altrove»
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SASSARI. «L’esempio che faccio ai miei studenti per questa situazione è quello di un rubinetto dal quale fuoriesce appena un filo d’acqua che va a cadere in una bacinella, la quale per essere colmata ha bisogno necessariamente di altri affluenti». Il professor Giovanni Sotgiu, preside della facoltà di Medicina dell’Università di Sassari, descrive così la paradossale situazione che si è creata negli ultimi tempi nelle strutture sanitarie isolane. Problema che è certo comune in tutta l’Italia, ma che in un’isola si sente ulteriormente. Specie in questo periodo, dove il grande afflusso turistico in concomitanza con l’emergenza covid costringe i vertici sanitari a prendere decisioni drastiche e penalizzanti come la mancata attivazione delle guardie turistiche che, a cascata, ha portato un sovraccarico di lavoro ai reparti di Pronto soccorso.
Il paradosso è che nell’isola i posti ci sarebbero anche, ma mancano proprio i medici sardi. Un problema che parte da lontano e non solo dal punto di vista temporale. Qualche mese fa il rettore di Uniss Gavino Mariotti, al momento della presentazione dell’offerta formativa per il nuovo anno accademico, aveva segnalato un problema che deve essere affrontato seriamente: «Gli specializzandi sardi sono pochi – aveva spiegato –. Significa che formiamo per la maggior parte medici i quali, non appena hanno l’occasione, tornano a casa. Questo perché le nostre scuole, come le altre, sono a carattere nazionale e tutti possono partecipare ai concorsi. Significa anche che dovremo preoccuparci maggiormente della formazione e offrire un maggiore supporto a quegli studenti che già alle superiori sono decisi a intraprendere questa strada». Discorso che ha ribadito poco tempo fa al governatore della Regione Christian Solinas.
Nel frattempo l’emergenza è arrivata a livelli insostenibili, i numeri snocciolati nei giorni scorsi dal commissario straordinario dell’Ats Massimo Temussi sono impietosi: in 5 anni sono andati via in 786 organici e quest’anno, solo nell’Ats, tra medici e infermieri andranno via altri 800. Così, fatto salvo il discorso del rettore, il preside di Medicina si preoccupa soprattutto dell’immediato: «Bisogna intervenire subito, non è più rinviabile – spiega –. C’è carenza di medici soprattutto in alcuni settori come la chirurgia, ma anche di internisti. I motivi sono diversi, compreso anche quello del basso numero di specializzandi sardi. Possiamo fare un lavoro di un certo tipo sulla formazione, ma da solo non basta e serve un intervento strutturale su diversi livelli. So benissimo che non si possono invocare delle norme protezionistiche per favorire l’assunzione di medici sardi, andrebbe contro la Costituzione. Penso però che sia possibile una revisione dei parametri per quanto riguarda il personale e i numeri. E con questo intendo dire che lo Stato potrebbe esaminare meglio le situazioni delle diverse Regioni, rivedere i numeri, le esigenze e fare in modo che si possa arrivare a coprire le lacune».
Una questione che non è certamente risolvibile con una telefonata ma che, secondo il professor Sotgiu, ha bisogno di una serie di passaggi e interlocuzioni: «Ci sono diversi livelli nei quali la questione deve essere affrontata. Il primo è quello dello Stato, poi c’è quello che vede le conferenze tra Stato e Regioni e infine quello che vede direttamente impegnata la Regione. Ci sono poi anche altre situazioni che scoraggiano i giovani a seguire certi indirizzi, come il problema della tutela medico-legale.
Insomma, il discorso è complesso ma non penso sia più possibile rinviare il momento di affrontarlo. Non è un orizzonte di lungo e nemmeno medio termine, ma bisogna muoversi “ora per allora”: cioè subito. Anche perché possiamo dire che il livello delle scuole di specializzazione dell’Isola è sicuramente buono: i ministeri competenti hanno degli organi di controllo che utilizzano parametri di qualità molto severi e noi siamo sempre su livelli elevati, mentre chi non è all’altezza rischia anche la chiusura».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il paradosso è che nell’isola i posti ci sarebbero anche, ma mancano proprio i medici sardi. Un problema che parte da lontano e non solo dal punto di vista temporale. Qualche mese fa il rettore di Uniss Gavino Mariotti, al momento della presentazione dell’offerta formativa per il nuovo anno accademico, aveva segnalato un problema che deve essere affrontato seriamente: «Gli specializzandi sardi sono pochi – aveva spiegato –. Significa che formiamo per la maggior parte medici i quali, non appena hanno l’occasione, tornano a casa. Questo perché le nostre scuole, come le altre, sono a carattere nazionale e tutti possono partecipare ai concorsi. Significa anche che dovremo preoccuparci maggiormente della formazione e offrire un maggiore supporto a quegli studenti che già alle superiori sono decisi a intraprendere questa strada». Discorso che ha ribadito poco tempo fa al governatore della Regione Christian Solinas.
Nel frattempo l’emergenza è arrivata a livelli insostenibili, i numeri snocciolati nei giorni scorsi dal commissario straordinario dell’Ats Massimo Temussi sono impietosi: in 5 anni sono andati via in 786 organici e quest’anno, solo nell’Ats, tra medici e infermieri andranno via altri 800. Così, fatto salvo il discorso del rettore, il preside di Medicina si preoccupa soprattutto dell’immediato: «Bisogna intervenire subito, non è più rinviabile – spiega –. C’è carenza di medici soprattutto in alcuni settori come la chirurgia, ma anche di internisti. I motivi sono diversi, compreso anche quello del basso numero di specializzandi sardi. Possiamo fare un lavoro di un certo tipo sulla formazione, ma da solo non basta e serve un intervento strutturale su diversi livelli. So benissimo che non si possono invocare delle norme protezionistiche per favorire l’assunzione di medici sardi, andrebbe contro la Costituzione. Penso però che sia possibile una revisione dei parametri per quanto riguarda il personale e i numeri. E con questo intendo dire che lo Stato potrebbe esaminare meglio le situazioni delle diverse Regioni, rivedere i numeri, le esigenze e fare in modo che si possa arrivare a coprire le lacune».
Una questione che non è certamente risolvibile con una telefonata ma che, secondo il professor Sotgiu, ha bisogno di una serie di passaggi e interlocuzioni: «Ci sono diversi livelli nei quali la questione deve essere affrontata. Il primo è quello dello Stato, poi c’è quello che vede le conferenze tra Stato e Regioni e infine quello che vede direttamente impegnata la Regione. Ci sono poi anche altre situazioni che scoraggiano i giovani a seguire certi indirizzi, come il problema della tutela medico-legale.
Insomma, il discorso è complesso ma non penso sia più possibile rinviare il momento di affrontarlo. Non è un orizzonte di lungo e nemmeno medio termine, ma bisogna muoversi “ora per allora”: cioè subito. Anche perché possiamo dire che il livello delle scuole di specializzazione dell’Isola è sicuramente buono: i ministeri competenti hanno degli organi di controllo che utilizzano parametri di qualità molto severi e noi siamo sempre su livelli elevati, mentre chi non è all’altezza rischia anche la chiusura».
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