La guerra dei no vax all’Ats approda davanti al Tar
di Salvatore Santoni
Tra il personale sanitario sono in 173 ad aver impugnato l’obbligo di vaccinazione Nel limbo decine di altri dipendenti con problemi di salute che chiedono certezze
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SASSARI. Sono 173 i dipendenti Ats tra medici, infermieri e Oss che hanno presentato il primo ricorso al Tar di Cagliari per contestare l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid e chiedendo anche un risarcimento.
Soltanto un antipasto rispetto ai circa 500 che sono finiti nel mirino dell’azienda sanitaria per non essersi immunizzati. Per tutti loro è già stato avviato l’iter per la sospensione dal servizio attraverso una girandola di lettere. C’è chi ha ricevuto l’intimazione a produrre la certificazione dell’avvenuta vaccinazione entro 5 giorni, e chi, invece, si è visto recapitare già il divieto di presentarsi al lavoro negli ospedali o negli studi medici convenzionati per poter esercitare. Cioè una sospensione a tutti gli effetti, compresa l’erogazione dello stipendio.
Tra questi ultimi figurano i 173 che si sono affidati al legale Daniele Granara, del foro di Genova, già docente di diritto costituzionale alle università del capoluogo ligure e a Urbino, che ha presentato l’istanza al Tar per ottenere una data per la discussione. Quello proposto dai dipendenti di Ats nell’isola non è il primo ricorso in assoluto in fatto di obbligo vaccinale del personale sanitario. Già in altre regioni – tra cui Liguria, Lombardia Toscana e Piemonte – sono stati infatti depositati atti simili. Alcuni di questi hanno in comune l’avvocato, cioè Granara, che sta seguendo appunto anche le doglianze presentate il 18 agosto scorso davanti ai giudici amministrativi della prima sezione del Tar della Sardegna. Ora si attende la data di fissazione dell’udienza: il primo giorno utile nel calendario, stilato prima dello stop estivo, è a metà settembre, ma potrebbe essere discussa anche anticipatamente. Tenendo presente che la strada dei ricorsi è già lastricata dalle prime delusioni. All’inizio di agosto, infatti, il Tar di Lecce ha bocciato la richiesta di un medico che aveva fatto causa contro la sua sospensione. E anche in altre parti d’Italia cominciano a fioccare bocciature.
Ma ci sono anche tanti altri dipendenti Ats che sono finiti nel limbo. Hanno cioè ricevuto la lettera che li ha resi edotti dell’obbligo vaccinale assegnando alcuni giorni di tempo per produrre la certificazione. Sono quindi al lavoro e percepiscono regolarmente lo stipendio. Hanno risposto entro il termine diffidando a loro volta l’azienda e chiedendo lumi sull’obbligo con un accesso agli atti. Molti di loro sono assistiti dall’avvocato sassarese Giacomo Baralla. «C’è da capire una cosa in questa storia – spiega il legale – non tutti sono dei no vax. Ci sono persone che hanno problemi di salute e chiedono di essere informati prima di sottoporsi a un trattamento sanitario, perché questo è un vaccino, in base a quello che prevede il codice di Norimberga».
Molti dei dipendenti sospesi si sono rivolti al Tar, ma il ventaglio di possibilità non è confinato alla strada del ricorso amministrativo. «Sicuramente qualche giudice del lavoro farà giustizia – riprende Baralla – perché questo aspetto del consenso sembra quasi che non sia preso in considerazione. Lo Stato stesso non si prende la responsabilità perché fa firmare una manleva ai cittadini, e l’azienda per la tutela della salute sta valutando da sola i pro e i contro».
Soltanto un antipasto rispetto ai circa 500 che sono finiti nel mirino dell’azienda sanitaria per non essersi immunizzati. Per tutti loro è già stato avviato l’iter per la sospensione dal servizio attraverso una girandola di lettere. C’è chi ha ricevuto l’intimazione a produrre la certificazione dell’avvenuta vaccinazione entro 5 giorni, e chi, invece, si è visto recapitare già il divieto di presentarsi al lavoro negli ospedali o negli studi medici convenzionati per poter esercitare. Cioè una sospensione a tutti gli effetti, compresa l’erogazione dello stipendio.
Tra questi ultimi figurano i 173 che si sono affidati al legale Daniele Granara, del foro di Genova, già docente di diritto costituzionale alle università del capoluogo ligure e a Urbino, che ha presentato l’istanza al Tar per ottenere una data per la discussione. Quello proposto dai dipendenti di Ats nell’isola non è il primo ricorso in assoluto in fatto di obbligo vaccinale del personale sanitario. Già in altre regioni – tra cui Liguria, Lombardia Toscana e Piemonte – sono stati infatti depositati atti simili. Alcuni di questi hanno in comune l’avvocato, cioè Granara, che sta seguendo appunto anche le doglianze presentate il 18 agosto scorso davanti ai giudici amministrativi della prima sezione del Tar della Sardegna. Ora si attende la data di fissazione dell’udienza: il primo giorno utile nel calendario, stilato prima dello stop estivo, è a metà settembre, ma potrebbe essere discussa anche anticipatamente. Tenendo presente che la strada dei ricorsi è già lastricata dalle prime delusioni. All’inizio di agosto, infatti, il Tar di Lecce ha bocciato la richiesta di un medico che aveva fatto causa contro la sua sospensione. E anche in altre parti d’Italia cominciano a fioccare bocciature.
Ma ci sono anche tanti altri dipendenti Ats che sono finiti nel limbo. Hanno cioè ricevuto la lettera che li ha resi edotti dell’obbligo vaccinale assegnando alcuni giorni di tempo per produrre la certificazione. Sono quindi al lavoro e percepiscono regolarmente lo stipendio. Hanno risposto entro il termine diffidando a loro volta l’azienda e chiedendo lumi sull’obbligo con un accesso agli atti. Molti di loro sono assistiti dall’avvocato sassarese Giacomo Baralla. «C’è da capire una cosa in questa storia – spiega il legale – non tutti sono dei no vax. Ci sono persone che hanno problemi di salute e chiedono di essere informati prima di sottoporsi a un trattamento sanitario, perché questo è un vaccino, in base a quello che prevede il codice di Norimberga».
Molti dei dipendenti sospesi si sono rivolti al Tar, ma il ventaglio di possibilità non è confinato alla strada del ricorso amministrativo. «Sicuramente qualche giudice del lavoro farà giustizia – riprende Baralla – perché questo aspetto del consenso sembra quasi che non sia preso in considerazione. Lo Stato stesso non si prende la responsabilità perché fa firmare una manleva ai cittadini, e l’azienda per la tutela della salute sta valutando da sola i pro e i contro».
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