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Quell’attimo imprevedibile e fatale che ruba una vita e spezza una famiglia

Quell’attimo imprevedibile e fatale che ruba una vita e spezza una famiglia

SASSARI. La vita può cambiare in un attimo, come di fronte a una drammatica sliding door. Ti distrai per pochi secondi, volti lo sguardo da un’altra parte, e la tragedia ti travolge e ti sconvolge....

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SASSARI. La vita può cambiare in un attimo, come di fronte a una drammatica sliding door. Ti distrai per pochi secondi, volti lo sguardo da un’altra parte, e la tragedia ti travolge e ti sconvolge. La cronaca è costellata di drammi che annientano intere famiglie. La morte di un figlio è sempre una tragedia inaccettabile. Lo è ancor di più in casi come quello della piccola di due anni morta a Sassari ieri dopo una caduta dal balcone della casa dei genitori, quando un dolore che non è neppure lontanamente immaginabile squassa e segna per sempre genitori, fratelli, nonni.

A maggio quello stesso dolore indescrivibile aveva colpito la famiglia del piccolo Diego, il bimbo di 18 mesi morto nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Sassari dove era stato ricoverato in gravissime condizioni dopo essere caduto in una pozza d’acqua nel cortile dell’abitazione di famiglia a “Taniga Malafede”.

Il dramma era avvenuto in pochi attimi. Una tragica porta scorrevole, appunto: il bambino che giocava nel prato verde insieme alla sorellina di tre anni e a una amichetta, lì vicino un laghetto preformato, una pozza con 50 centimetri d’acqua utilizzata come arredo nei giardini. Il papà del piccolo era appena rientrato dal lavoro per pranzo e la mamma stava preparando la tavola. Una famiglia felice e spensierata, un attimo prima, la disperazione un attimo dopo con Diego che non si trova, la sorellina che dice di non averlo visto, i genitori che si precipitano fuori e vedono il bimbo nella pozza d’acqua con la faccia verso il basso. La corsa al San Camillo, i medici che tentano di fare ripartire il cuore di Diego, il trasferimento in ambulanza all’ospedale e il ricovero in rianimazione. Tutto inutile.

Il mese prima, ad aprile, quella stessa porta tragica si era spalancata su un oceano di dolore per i genitori di Antonij, un bimbo di 3 anni e mezzo morto a Quartu Sant’Elena nell’hinterland di Cagliari, dopo essere caduto in una piscina che si trovava nel giardino dell’abitazione in cui il padre, un pastore ortodosso ucraino, aveva officiato un matrimonio.

Il piccolo, insieme al fratellino di 6 anni, si trovava in quella abitazione con il padre e la madre. In mattinata il genitore aveva officiato il matrimonio tra una connazionale e un sardo, poi tutti si erano fermati nell'abitazione per pranzare. In casa c’erano cinque adulti e due bambini.

Il bimbo era uscito e aveva raggiunto la piscina. Forse era inciampato ed era caduto all’interno della vasca, battendo la testa e perdendo i sensi.

La piscina, di piccole dimensioni, non era piena d’acqua, ma comunque al suo interno ce n’era una quantità sufficiente per provocare l’annegamento del piccolo. I medici del 118 arrivati sul posto avevano tentato a lungo di rianimarlo. Ma non c’era stato nulla da fare.

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