Paese in lutto, il parroco: «Chi ha sbagliato lo dica»
Processione del Carmelo in silenzio e senza cavalieri come segno di rispetto per la famiglia della vittima
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ORUNE. «A chi ha fatto questo, chi ha compiuto questo terribile gesto, io dico: che abbia il coraggio di uscire allo scoperto, che dica “è vero, ho perso la testa, è stato uno sbaglio e sono pronto a pagare”. Perché non c’è nulla di peggio che l’incertezza, che guardarci con sospetto. Orune non merita questo». Le parole di don Michele Muledda cadono tra i banchi allestiti in piazza San Bernardo, dove il paese vive una festa, la sua più importante festa – in onore della Beata Vergine del Carmelo –, a metà. Niente cavalieri e amazzoni, niente grida gioiose in questo fine agosto macchiato del sangue di Mauro Antonio Carai. Il parroco lo sa e per il secondo anno consecutivo prende atto che ci sono ragioni superiori per mettere la sordina ai festeggiamenti: l’anno scorso il Covid, oggi la tragedia.
E nel piazzale che guarda uno spettacolo a dir poco mozzafiato, il Montalbo e in fondo il mare di Posada, la comunità arriva raccolta e in preghiera. Silenziosa pure quella: per la prima volta, nella processione che si conclude in piazza, con la chiesa di Santa Maria Maggiore occupata da un matrimonio, ecco, nemmeno il rosario viene recitato.
«Vorrei ringraziare vivamente la popolazione per il grande senso civico dimostrato, per l’ educazione, la compostezza, il rispetto. Ringrazio le ragazze della Ros Mary che dalla mattina hanno lavorato perché tutto fosse in ordine, e anche gli amministratori del paese», sono le parole del sindaco Pietro Deiana. Segue la celebrazione, porta su di sé il peso di un paese che, per dirla con le parole del parroco, «vuole lasciarsi alle spalle un passato di avvenimenti gravi».
Il parroco, così come il sindaco Deiana, è stato a casa della famiglia Carai. Lo dice ai suoi fedeli: «I familiari di Mauro Antonio vivono questo momento di grandissima sofferenza sentendo però la solidarietà e la compartecipazione al loro dolore. Chiediamo che dai loro cuori escano sentimenti e propositi di perdono».
Se la speranza cristiana del parroco, che l’assassino dell’allevatore venga allo scoperto, sembra, appunto, una speranza, il paese ha dato prova di garbo e rispetto del dolore. Nella chiesa parrocchiale ieri si è celebrato un matrimonio, il segno che la vita e le sue vicende sono più forti anche delle tragedie. Ma il lungo corteo che si è snodato per il Corso Repubblica non ha, come consuetudine, attraversato il centro strombazzando. Anche questo è un modo per manifestare garbata partecipazione al dolore.
E d’altronde, due vie più giù rispetto alla strada principale, c’è l’abitazione di Mauro Antonio Carai. Via Deffenu è diventata un percorso quasi obbligato per uscire da Orune, a causa di sensi unici e di strade ancora bloccate per il passaggio della processione. Davanti alla casa dell’allevatore, e dall’altra parte della strada, parenti stretti, amici di famiglia. Giovani e meno giovani, volti segnati da un dolore senza età. Dall’interno della casa orfana del capofamiglia, fino alla strada, lo strazio di un dolore indicibile. Impossibile non sentire i brividi.
(simonetta selloni)
E nel piazzale che guarda uno spettacolo a dir poco mozzafiato, il Montalbo e in fondo il mare di Posada, la comunità arriva raccolta e in preghiera. Silenziosa pure quella: per la prima volta, nella processione che si conclude in piazza, con la chiesa di Santa Maria Maggiore occupata da un matrimonio, ecco, nemmeno il rosario viene recitato.
«Vorrei ringraziare vivamente la popolazione per il grande senso civico dimostrato, per l’ educazione, la compostezza, il rispetto. Ringrazio le ragazze della Ros Mary che dalla mattina hanno lavorato perché tutto fosse in ordine, e anche gli amministratori del paese», sono le parole del sindaco Pietro Deiana. Segue la celebrazione, porta su di sé il peso di un paese che, per dirla con le parole del parroco, «vuole lasciarsi alle spalle un passato di avvenimenti gravi».
Il parroco, così come il sindaco Deiana, è stato a casa della famiglia Carai. Lo dice ai suoi fedeli: «I familiari di Mauro Antonio vivono questo momento di grandissima sofferenza sentendo però la solidarietà e la compartecipazione al loro dolore. Chiediamo che dai loro cuori escano sentimenti e propositi di perdono».
Se la speranza cristiana del parroco, che l’assassino dell’allevatore venga allo scoperto, sembra, appunto, una speranza, il paese ha dato prova di garbo e rispetto del dolore. Nella chiesa parrocchiale ieri si è celebrato un matrimonio, il segno che la vita e le sue vicende sono più forti anche delle tragedie. Ma il lungo corteo che si è snodato per il Corso Repubblica non ha, come consuetudine, attraversato il centro strombazzando. Anche questo è un modo per manifestare garbata partecipazione al dolore.
E d’altronde, due vie più giù rispetto alla strada principale, c’è l’abitazione di Mauro Antonio Carai. Via Deffenu è diventata un percorso quasi obbligato per uscire da Orune, a causa di sensi unici e di strade ancora bloccate per il passaggio della processione. Davanti alla casa dell’allevatore, e dall’altra parte della strada, parenti stretti, amici di famiglia. Giovani e meno giovani, volti segnati da un dolore senza età. Dall’interno della casa orfana del capofamiglia, fino alla strada, lo strazio di un dolore indicibile. Impossibile non sentire i brividi.
(simonetta selloni)
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