Omicidio di Noragugume: perizia balistica sul fucile, si cerca il nesso con la faida
Kety Sanna
L’arma è al centro delle indagini: potrebbe essere stata utilizzata in altri delitti
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NORAGUGUME. L’autopsia sul corpo dell’allevatore di 67 anni di Noragugume, ucciso giovedì sera nelle campagne del paese si è conclusa solo a tarda sera. I risultati, forse, verranno resi noti oggi e aggiungeranno qualche tessera in più al complesso mosaico investigativo sull’omicidio di Gigi Cherchi, per il quale la pista più accreditata riconduce alla faida che vent’anni fa ha insanguinato il paese. Due, o tre, le fucilate esplose da distanza ravvicinata che hanno colpito l’uomo senza dargli scampo. L’allevatore è stato ammazzato nel suo terreno in località Sa binza manna, a pochi chilometri dal paese. Lì accudiva quotidianamente dei cavalli di razza, mentre le sue pecore pascolavano in un altro podere, dato in affitto a degli allevatori del circondario.
Un agguato in piena regola per un regolamento di conti, magari per fatti accaduti di recente, oppure una vendetta legata alla storica guerra tra famiglie con possedimenti sulla fertile piana che porta fino all’area industriale di Ottana? Interrogativi ai quali dovranno dare una risposta gli investigatori, i carabinieri della Compagnia di Ottana e i colleghi del nucleo investigativo del comando provinciale coordinati dal procuratore della Repubblica di Oristano, Ezio Domenico Basso che stanno battendo tutte le piste senza tralasciare nulla. Resta ancora il mistero del fucile, probabilmente un calibro 12, trovato a poca distanza dal luogo del delitto, lungo la stretta lingua di asfalto che si arrampica fino al paese e si interseca, dall’altra parte, con la Provinciale 33. L’arma è stata inviata alla sezione balistica del Ris di Cagliari per essere sottoposta a rilievi tecnici. Gli specialisti faranno accertamenti per stabilire se sia la stessa usata dal killer che giovedì sera ha atteso Gigi Cherchi dietro un muretto a secco, all’ombra di una quercia secolare, di fronte al cancello del suo podere. Faciliterebbe le indagini se sul luogo del delitto gli inquirenti avessero trovato dei bossoli che, comparati con l’arma, toglierebbero ogni dubbio sull’utilizzo o meno del fucile. Certo è che, nel primo caso, ci si troverebbe davanti a elementi discordanti con i classici canoni dell’omicidio barbaricino, e che attribuirebbero uno sviluppo insolito all’azione del killer. Se così fosse, infatti, non si avrebbe a che fare con il solito “lavoro pulito” eseguito da un assassino professionista, ma con una serie di errori e indizi lasciati, per sbaglio o per inesperienza, sulla scena del crimine, che equivarrebbero all’aver messo la firma sull’omicidio. In questo caso l’assassino potrebbe avere le ore contate. E se, invece, paradossalmente, il sicario, forse arrivato da lontano, avesse voluto mandare un messaggio ben preciso? E se dopo gli accertamenti balistici si scoprisse che quel fucile porta con sé una storia, e già in passato era stato usato per compiere delitti, legati proprio alla faida che ha insanguinato il paese? Allora sì che per il piccolo centro del Marghine, dove da anni si vive sul filo del rasoio, ci sarebbe un ritorno ai tempi bui della fine degli anni Novanta, segnati da una lunga serie di delitti collegati tra loro.
Resta, comunque, sempre in piedi l’ipotesi che quell’arma trovata nei pressi dell’azienda agricola di Gigi Cherchi appartenesse proprio all’allevatore ucciso. Chi lo conosceva lo ricorda come una persona sola. Negli ultimi tempi non lo si vedeva circolare in paese, forse un po’ di più a Dualchi dove viveva una sorella. Amava i cavalli, elemento identitario e insito nella cultura di questi centri. La sua foto, l’unica disponibile e risalente a una trentina di anni fa, lo ritrae in sella a un purosangue durante un’Ardia. Gigi Cherchi era un bell’uomo – dicono i compaesani – e i suoi 67 anni se li portava molto bene, nonostante ultimamente conducesse una vita sregolata, forse proprio a causa della sua esistenza segnata da un doloroso passato del quale non si era mai liberato.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Un agguato in piena regola per un regolamento di conti, magari per fatti accaduti di recente, oppure una vendetta legata alla storica guerra tra famiglie con possedimenti sulla fertile piana che porta fino all’area industriale di Ottana? Interrogativi ai quali dovranno dare una risposta gli investigatori, i carabinieri della Compagnia di Ottana e i colleghi del nucleo investigativo del comando provinciale coordinati dal procuratore della Repubblica di Oristano, Ezio Domenico Basso che stanno battendo tutte le piste senza tralasciare nulla. Resta ancora il mistero del fucile, probabilmente un calibro 12, trovato a poca distanza dal luogo del delitto, lungo la stretta lingua di asfalto che si arrampica fino al paese e si interseca, dall’altra parte, con la Provinciale 33. L’arma è stata inviata alla sezione balistica del Ris di Cagliari per essere sottoposta a rilievi tecnici. Gli specialisti faranno accertamenti per stabilire se sia la stessa usata dal killer che giovedì sera ha atteso Gigi Cherchi dietro un muretto a secco, all’ombra di una quercia secolare, di fronte al cancello del suo podere. Faciliterebbe le indagini se sul luogo del delitto gli inquirenti avessero trovato dei bossoli che, comparati con l’arma, toglierebbero ogni dubbio sull’utilizzo o meno del fucile. Certo è che, nel primo caso, ci si troverebbe davanti a elementi discordanti con i classici canoni dell’omicidio barbaricino, e che attribuirebbero uno sviluppo insolito all’azione del killer. Se così fosse, infatti, non si avrebbe a che fare con il solito “lavoro pulito” eseguito da un assassino professionista, ma con una serie di errori e indizi lasciati, per sbaglio o per inesperienza, sulla scena del crimine, che equivarrebbero all’aver messo la firma sull’omicidio. In questo caso l’assassino potrebbe avere le ore contate. E se, invece, paradossalmente, il sicario, forse arrivato da lontano, avesse voluto mandare un messaggio ben preciso? E se dopo gli accertamenti balistici si scoprisse che quel fucile porta con sé una storia, e già in passato era stato usato per compiere delitti, legati proprio alla faida che ha insanguinato il paese? Allora sì che per il piccolo centro del Marghine, dove da anni si vive sul filo del rasoio, ci sarebbe un ritorno ai tempi bui della fine degli anni Novanta, segnati da una lunga serie di delitti collegati tra loro.
Resta, comunque, sempre in piedi l’ipotesi che quell’arma trovata nei pressi dell’azienda agricola di Gigi Cherchi appartenesse proprio all’allevatore ucciso. Chi lo conosceva lo ricorda come una persona sola. Negli ultimi tempi non lo si vedeva circolare in paese, forse un po’ di più a Dualchi dove viveva una sorella. Amava i cavalli, elemento identitario e insito nella cultura di questi centri. La sua foto, l’unica disponibile e risalente a una trentina di anni fa, lo ritrae in sella a un purosangue durante un’Ardia. Gigi Cherchi era un bell’uomo – dicono i compaesani – e i suoi 67 anni se li portava molto bene, nonostante ultimamente conducesse una vita sregolata, forse proprio a causa della sua esistenza segnata da un doloroso passato del quale non si era mai liberato.
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