Pronti per la terza dose Via forse a metà settembre
di Claudio Zoccheddu
L’Ats ha già iniziato gli incontri per mettere a punto la logistica negli hub
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SASSARI. Il conto alla rovescia è partito e potrebbe concludersi entro poco tempo. La Sardegna si aggiunge alla lista delle regioni pronte, o quasi, alla somministrazione della terza dose di vaccino anti Covid. A spianare la strada ci aveva pensato il premier Mario Draghi, con il secco “sì” pronunciato durante una conferenza stampa di qualche giorno fa. L’ultima parola, però, spetta alla scienza: «Stiamo aspettando la decisione della cabina di regia nazionale, dell’Istituto superiore di sanità e del ministero della Salute. Saranno questi organi, insieme al Comitato tecnico scientifico, a dare il via libera alle inoculazioni delle terze dosi», spiega il commissario dell’Ats, Massimo Temussi. La Sardegna, però, non sta aspettando con le mani in mano e il piano logistico è già in fase di preparazione: «Tecnicamente siamo piuttosto avanti e abbiamo già effettuato diverse riunioni per la pianificazione della terza dose. Venerdì ho incontrato i responsabili degli hub vaccinali – continua Temussi – proprio per chiarire alcuni temi legati alla logistica». Anche perché, il tempo stringe: «Considerando gli ultimi dati, sembra ormai appurato che l’efficacia dei vaccini si riduca nel tempo e, aggiungendo che le prime vaccinazioni sono state effettuate alla fine dello scorso dicembre, sarebbe necessario intervenire nel minor tempo possibile – aggiunge il commissario dell’Ats –. Direi che dopo la metà di settembre la Sardegna potrebbe essere pronta al nuovo turno vaccinale». Ma non sarà l’Ats a stilare il sistema di precedenze: «Dipenderà tutto dal piano nazionale. È possibile che si parta dai pazienti fragili e dagli operatori sanitari ma ancora manca un’indicazione precisa – conclude Temussi prima di indicare una soluzione che potrebbe accorciare io temi e limitare i disagi dei vaccinandi –. Considerando che si tratta della terza dose, che l’anamnesi dei pazienti è già stata completata negli hub, credo che sia possibile effettuare la terza dose anche negli ambulatori dei medici di famiglia, che si affiancherebbero agli hub permettendo un intervento più rapido ma comunque efficace».
I nuovi dati. A corroborare le convinzioni del Governo ci hanno pensato gli ultimi studi scientifici, tra cui quello pubblicato la scorsa settimana sul Journal of America Medical Association in cui si mette confronto il numero di anticorpi presenti negli organismi degli operatori sanitari belgi vaccinati nello stesso periodo ma con sieri differenti. Il risultato dell’indagine ha messo in evidenza la durante della protezione garantita dai due vaccini a mRna, Pfizer e Moderna. Tra i sanitari che hanno ricevuto Moderna il livello di anticorpi sarebbe più doppio rispetto a quelli vaccinati con Pfizer. Il calo dell’efficacia vaccinale arriverebbe ai livelli di guardia dopo circa sei mesi, come dimostrato dall’aumento dei casi registrato in Israele, uno dei Paesi più attivi nella vaccinazione, anche dal punto di vista delle tempistiche, ma comunque investito da una quarta ondata di casi dovuta, forse, proprio all’indebolimento della “protezione” garantita dal siero Pfizer, il più utilizzato. Secondo i dati raccolti dal Maccabi Healthcare Services e della Yale School of Public Health, la terza dose compenserebbe il calo di protezione e sarebbe in grado di ridurre il rischio di infezione del 48-68% nel giro di 7-13 giorni. Entro i 20 giorni, poi, il rischio di contrarre il virus si ridurrebbe del 70-84%. Si tratta tuttavia di studi preliminari, che non sono stati ancora revisionati dagli esperti, ma che sembrano orientare le autorità sanitarie verso l’efficacia della terza dose, anche se è necessario ricordare che, soprattutto quando si ha a che fare con la variante delta, i vaccini non limitano in senso assoluto la diffusione del virus tramite i contagi ma proteggono dall’aggravarsi dell’infezione, e quindi dai ricoveri e, nei casi estremi, dai decessi dei pazienti contagiati.
I nuovi dati. A corroborare le convinzioni del Governo ci hanno pensato gli ultimi studi scientifici, tra cui quello pubblicato la scorsa settimana sul Journal of America Medical Association in cui si mette confronto il numero di anticorpi presenti negli organismi degli operatori sanitari belgi vaccinati nello stesso periodo ma con sieri differenti. Il risultato dell’indagine ha messo in evidenza la durante della protezione garantita dai due vaccini a mRna, Pfizer e Moderna. Tra i sanitari che hanno ricevuto Moderna il livello di anticorpi sarebbe più doppio rispetto a quelli vaccinati con Pfizer. Il calo dell’efficacia vaccinale arriverebbe ai livelli di guardia dopo circa sei mesi, come dimostrato dall’aumento dei casi registrato in Israele, uno dei Paesi più attivi nella vaccinazione, anche dal punto di vista delle tempistiche, ma comunque investito da una quarta ondata di casi dovuta, forse, proprio all’indebolimento della “protezione” garantita dal siero Pfizer, il più utilizzato. Secondo i dati raccolti dal Maccabi Healthcare Services e della Yale School of Public Health, la terza dose compenserebbe il calo di protezione e sarebbe in grado di ridurre il rischio di infezione del 48-68% nel giro di 7-13 giorni. Entro i 20 giorni, poi, il rischio di contrarre il virus si ridurrebbe del 70-84%. Si tratta tuttavia di studi preliminari, che non sono stati ancora revisionati dagli esperti, ma che sembrano orientare le autorità sanitarie verso l’efficacia della terza dose, anche se è necessario ricordare che, soprattutto quando si ha a che fare con la variante delta, i vaccini non limitano in senso assoluto la diffusione del virus tramite i contagi ma proteggono dall’aggravarsi dell’infezione, e quindi dai ricoveri e, nei casi estremi, dai decessi dei pazienti contagiati.
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