Rifiuti nucleari, Sogin chiama la Sardegna
di Mauro Lissia
Il 28 settembre il seminario nazionale, ma il rischio che l’isola diventi sede del deposito è remoto
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CAGLIARI. L’appuntamento è per il 28 settembre: quel giorno i vertici di Sogin spiegheranno alla Regione Sardegna come funzionerà il deposito unico nazionale dei rifiuti nucleari, quali saranno i vantaggi per l’area del paese che offrirà allo stato 150 ettari del proprio territorio di cui 40 destinati al parco tecnologico e perché 14 siti del centro-sud sardo sono finiti tra i 67 potenzialmente idonei a immolarsi sull’altare della sicurezza nazionale accogliendo per almeno trecento anni 90 celle in calcestruzzo armato con il loro contenuto. Chi pensa a Chernobyl o a Fukushima ha visto troppi film: Sogin ha bisogno di stoccare in una tomba protetta 78 mila metri cubi di rifiuti «a molto bassa e bassa attività» come dire nulla che possa esplodere e seminare morte ma neppure detersivo per fare il bucato. Sostanze tossiche, pericolose, che non a caso è così difficile mettere al sicuro, ma lontane dalla possibilità di provocare un disastro mortale. L’incontro sarà il quarto in ordine di tempo del seminario nazionale organizzato dalla società pubblica incaricata di dare una sepoltura affidabile a quanto le centrali nucleari hanno prodotto nella loro breve esistenza in Italia. Oggi - dalle 9 a mezzogiorno in streaming su www.seminariodepositonazionale.it - si parte con la seduta plenaria d’apertura cui potranno partecipare le sette regioni coinvolte, finora solo a livello di ipotesi e inserite nella Cnapi - Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee - in un’operazione complessa per le reazioni di chi abita nei luoghi indicati.
Quando il 24 novembre la sessione di colloqui sarà finita, la Sogin si prenderà altri venti giorni per condividere e pubblicare il resoconto dei lavori. Quindi regioni e altri enti interessati avranno un mese per dire cosa pensano della Cnapi prima che diventi Cnai, Carta delle aree idonee, e venga trasmessa al Governo col parere dell’ente di controllo Isin (ex Ispra). Il tempo servirà anche a offrire alternative e chiedere modifiche.
La Sardegna ha già risposto con chiarezza nelle fasi precedenti con tre atti: un «no» secco e irrevocabile, conseguenza di un’alzata di scudi che ha finito per coinvolgere la gran parte dei comuni. Il seminario nazionale però, al di là delle norme di trasparenza che Sogin promette di continuare a seguire, sarà utile per alimentare la speranza che un comune d’Italia, magari ingolosito dagli incentivi, alzi la mano e si proponga per ospitare il cimitero del nucleare. Se accadesse, lo Stato si toglierebbe un pensiero che affligge i governi da qualche decennio: in quattro, al massimo cinque anni il vissuto radioattivo del paese verrebbe trasferito in una sede sicura e controllata, candidata a ricevere scorie e un diluvio di denaro. Finora nelle sette regioni considerate adatte ad accogliere il deposito unico gli inevitabili egoismi o istinti di sopravvivenza producono ovunque lo stesso messaggio: va bene il deposito ma non qui. La Sardegna non fa eccezione, anche se a leggere le relazioni tecniche e i documenti elaborati dagli specialisti il rischio per i sardi, ammesso che di rischio si tratti, risulta davvero basso. La proverbiale asismicità dell’isola, garanzia per la stabilità del sito, non basta infatti a bilanciare i problemi che nascerebbero col trasporto marittimo dei rifiuti: sarebbe indispensabile una nave dedicata, dotata di tutti gli accorgimenti di sicurezza. Soprattutto si dovrebbero allestire stazioni di stoccaggio temporanee nei porti d’arrivo, con rischi facili da immaginare e interferenze poco raccomandabili col traffico delle navi passeggeri e merci convenzionali. Una convivenza scomoda destinata ad andare avanti a lungo. Mentre altrove tutto si risolverebbe con trasporti controllati su autocarri o vagoni ferroviari.
Quando il 24 novembre la sessione di colloqui sarà finita, la Sogin si prenderà altri venti giorni per condividere e pubblicare il resoconto dei lavori. Quindi regioni e altri enti interessati avranno un mese per dire cosa pensano della Cnapi prima che diventi Cnai, Carta delle aree idonee, e venga trasmessa al Governo col parere dell’ente di controllo Isin (ex Ispra). Il tempo servirà anche a offrire alternative e chiedere modifiche.
La Sardegna ha già risposto con chiarezza nelle fasi precedenti con tre atti: un «no» secco e irrevocabile, conseguenza di un’alzata di scudi che ha finito per coinvolgere la gran parte dei comuni. Il seminario nazionale però, al di là delle norme di trasparenza che Sogin promette di continuare a seguire, sarà utile per alimentare la speranza che un comune d’Italia, magari ingolosito dagli incentivi, alzi la mano e si proponga per ospitare il cimitero del nucleare. Se accadesse, lo Stato si toglierebbe un pensiero che affligge i governi da qualche decennio: in quattro, al massimo cinque anni il vissuto radioattivo del paese verrebbe trasferito in una sede sicura e controllata, candidata a ricevere scorie e un diluvio di denaro. Finora nelle sette regioni considerate adatte ad accogliere il deposito unico gli inevitabili egoismi o istinti di sopravvivenza producono ovunque lo stesso messaggio: va bene il deposito ma non qui. La Sardegna non fa eccezione, anche se a leggere le relazioni tecniche e i documenti elaborati dagli specialisti il rischio per i sardi, ammesso che di rischio si tratti, risulta davvero basso. La proverbiale asismicità dell’isola, garanzia per la stabilità del sito, non basta infatti a bilanciare i problemi che nascerebbero col trasporto marittimo dei rifiuti: sarebbe indispensabile una nave dedicata, dotata di tutti gli accorgimenti di sicurezza. Soprattutto si dovrebbero allestire stazioni di stoccaggio temporanee nei porti d’arrivo, con rischi facili da immaginare e interferenze poco raccomandabili col traffico delle navi passeggeri e merci convenzionali. Una convivenza scomoda destinata ad andare avanti a lungo. Mentre altrove tutto si risolverebbe con trasporti controllati su autocarri o vagoni ferroviari.
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