La Nuova Sardegna

«Il nostro 11 settembre: choc, paura e rimpianti»

di Roberto Petretto
«Il nostro 11 settembre: choc, paura e rimpianti»

Il ricordo di due sardi che vissero il dramma a New York e Washington. «La solidarietà di quei giorni non c’è più: ora siamo più divisi che mai»

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SASSARI. Si dice che tutti quelli che l’11 settembre del 2001 avevano un’età che gli consentiva di fissare i ricordi, abbiano perfetta memoria di cosa stavano facendo nel momento in cui hanno ricevuto la notizia dell’attacco al World trade center. Un marchio nella mente, o forse una cicatrice. Ancora più vistosa, ingombrante, a volte dolente, per chi quell’esperienza l’ha vissuta dal vivo, essendone testimone diretto. Per ciò che accadde quel giorno e per ciò che è successo in questi 20 anni.

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«Al tempo lavoravo per un’azienda che aveva la sede vicino alle torri gemelle - ricorda Angelo Curreli, di Porto Torres, allora manager di Goldman Sachs, oggi managing director a Jp Morgan -. Quando sono uscito dalla stazione della metro il primo aereo si era già schiantato sulla torre nord. Ricordo la prima cosa che mi ha colpito: tanti pezzi di carta che volavano dappertutto. Ma non ho realizzato bene cosa stava succedendo sino a che non sono entrato in ufficio. Le prime notizie parlavano di un aereo di linea. Ho chiamato mia moglie, Isabella, le ho detto quello che stava succedendo e l'ho tranquillizzata. Lo stesso ho fatto con mia madre, Pinuccia, che vive a Porto Torres. Ma quando il secondo aereo ha centrato la torre sud le cose sono precipitate».

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Da New York a Washington. Lì, a due passi dal Pentagono, il quartier generale del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, in un ufficio della Banca mondiale dove lavorava, si trovava Giuseppe Topa, sassarese: «Quella giornata è impressa nella mia mente in maniera vivida. Ero al lavoro, negli uffici della banca mondiale. Lì vicino c'era l'asilo dei bambini. Abbiamo sentito un’esplosione che veniva dal Pentagono e abbiamo acceso le tv dove stavano parlando di ciò che era avvenuto a New York. Sono corso a prendere i miei due bambini. Ho chiesto aiuto a un collega e amico e abbiamo raggiunto a piedi l'asilo. Poi ci siamo uniti a una folla di persone che andava in tutte le direzioni e siamo corsi a casa che si trovava a cinque chilometri di distanza. Mia moglie si trovava a Ny, siamo rimasti in contatto telefonico, noi preoccupati per lei, lei preoccupata per noi».

New York e Washington unite da un filo rosso di terrore. È a Manhattan che si percepisce la portata di quello che sta accadendo: «Si cominciava a parlare di un attacco terroristico - ricorda ancora Angelo Curreli -. Ci hanno chiuso all’interno del nostro grattacielo. Verso le 10 è avvenuto il crollo della prima torre a quel punto ci hanno trasferito al piano terra in una palestra. Siamo rimasti lì, in attesa di notizie, dalle finestre vedevamo le nubi di polvere all’esterno: una giornata di sole era diventata improvvisamente buia, le linee telefoniche si sono interrotte. Mia moglie era a casa, preoccupatissima. Guardava la televisione, eravamo al telefono quando si è schiantato il secondo aereo, poi non è stato più possibile comunicare».

Nei racconti di chi ha visto e vissuto quel dramma ci sono molti punti comuni. Angelo Curreli ricorda «un sentimento di solidarietà da parte di tutti e verso tutti. In un paese sempre molto diviso, quell’atto aveva creato, almeno nei primi mesi, un’attenzione che non c’era». Ma la sensazione di quei giorni, a distanza di tanto tempo, si tramuta in qualcosa di amaro: «Nei giorni seguenti ho sentito veramente il mondo delle persone buone che faceva comunità, si aiutava - racconta Giuseppe Topa -. Avevamo di fronte un’opportunità per avere rapporti tra stati più collaborativi e per unirci tutti contro il nemico comune, il terrorismo. Ora posso dire che quella opportunità è andata completamente sprecata, il mondo è più frammentato di prima, gli Usa sono diventati una nazione che non è più guidata da principi, non è più punto di riferimento come in passato. Nel mondo gli uomini forti si moltiplicano e tra questi ci sono i talebani che sono tornati al potere. Ecco, oggi, a vent’anni di distanza, il dolore più grande è constatare che non è servito a nulla».

Cosa resta, dunque, dell’11 settembre? «Quando si avvicina questa data ripenso a quello che è successo - dice Angelo Curreli -. Nei primi anni avevo nella mente un’immagine fissa, ora si è affievolita. Ma ritorna ogni volta che sono a Manhattan. E se ci vado con i figli gli spiego cosa c’era lì, dove mi trovavo io e dove si trovava mia moglie. È un punto che non si cancella mai, me lo ricorderò per sempre, come tutti i newyorkesi. In ufficio, all’ora dello schianto, osserveremo un minuto di silenzio. Per ricordare come si è usciti dalla quella tragedia».

La tragedia del Wtc, la crisi economica del 2008, ora la pandemia. Che similitudini e che differenze? «Sono stati tre grandi shock, tre eventi che ci hanno colpito in forme diverse - analizza Curreli -. L’11 settembre ci ha fatto riflettere sull’importanza della solidarietà, sul fatto che la vita è breve e devi apprezzare i momenti importanti quando ci sono. La crisi economica del 2008 ha avuto un impatto diverso: quello è stato un momento di divisione nel mondo e negli Stati Uniti. Le aziende per cui lavoravo erano da tutti indicate come colpevoli ma è stato un momento di riflessione sull’esistenza delle disparità economiche, soprattutto negli Usa, sull’esistenza di super ricchi e di super poveri, con differenze che peggiorano continuamente. Il Covid è stato nuovamente un momento di riflessione sulla solidarietà, ma gli Usa ne escono divisi politicamente e economicamente mai come ora. L’amministrazione Trump ha accentuato le divisioni e poi anche il Covid ne ha creato di nuove».

Anche per Giuseppe Topa «tra 11 settembre e pandemia ci sono delle similitudini. Come per l’11 settembre all’inizio della pandemia ci si sentiva uniti da problema comune - dice Topa -. Allora il terrorismo che si era scagliato contro i simboli del capitalismo ma anche della creatività umana. Anche contro il Covid ci doveva essere una risposta comune. Invece negli Usa abbiamo avuto un presidente come Trump che ha mentito, ha diviso la gente e che ancora continua a polarizzare il pubblico americano, che è disunito come il resto del mondo. Il paese, invece di diventare riferimento di principi è diventato un'entità che non mantiene la parola, si vedano i passi indietro in materia di clima. Nel caso del Covid l'Europa, a livello politico, ha dimostrato una serietà molto maggiore. Tutti i partiti politici, o quasi, si sono dati una regolata e hanno guidato la gente verso la direzione giusta».

Al di là dell’amarezza per un mondo dove si abbattono ponti e si costruiscono muri, rimane però un qualcosa di buono dalla tragedia dell’11 settembre: «Mi è rimasto - conclude Giuseppe Topa - un insegnamento: anche nei momenti difficili si può fare sempre qualcosa».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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