Nella gestione dei vaccini spicca il “modello Sassari”

L’accordo con i medici di base e le prime “Usca” hanno limitato l’emergenza 

SASSARI. La parola d’ordine è stata solo una: capillarità. Sin dalle prima battute. È così che l’emergenza sanitaria ha iniziato a scemare da dove aveva colpito con maggior durezza. Il merito, tuttavia, è in condivisione: la prima parte è della materia prima, i vaccini, la seconda è la rapidità negli interventi in tutta l’area del nord Sardegna, realizzati grazie ad un complesso ma efficace sistema di accordi e suddivisione del lavoro. D’altra parte, il calo dei contagi e il crollo dei decessi registrati negli ultimi tempi non poteva essere un caso ascrivibile alla Dea bendata.

Lotta senza quartiere. Tanto per iniziare, il nemico non è stato sconfitto. Anzi. Il Sars-Cov-2 è un avversario temibile e decisamente restio all’oblio. Il modello della Assl di Sassari, però, funziona: «Nel sassarese siamo stati colpiti duramente, quando l’epidemia era un nemico senza volto – spiega Marco Guido, coordinatore dell'emergenza da Sars-Cov-2 per il nord Sardegna –, ma abbiamo imparato in fretta». E così dopo la prima ondata di contagi, che ha colpito soprattutto le strutture sanitarie e la case di riposo, Sassari e il sassarese sono state le prime aree della Sardegna ad entrare in contatto con gli aspetti più drammatici della pandemia, dall’elevato numero di contagi e decessi al caos nel sistema sanitario. Poi sono arrivati i vaccini, annunciati da una scia di polemiche che hanno messo in evidenza tutte le difficoltà di convivenza nell’universo sanitario. E mentre infuriava la polemica tra i medici di base, la Regione e l’Ares-Ats, nel sassarese si iniziava a vaccinare a domicilio. E quando le Usca erano poco più di una sigla mimetizzata nella nuova letteratura della pandemia, dalla Assl di Sassari si muovevano le prime “Unità speciali di continuità assistenziale”, che poi non sono altro che due medici specializzati, e bardati contro il virus, che si spostano a bordo delle Panda bianche marchiate Ats: «In effetti siamo stati i primi ad attivare le Usca – continua Guido – che ci hanno permesso di gestire a domicilio alcune situazione potenzialmente pericolose. Ma la svolta è arrivata con i vaccini e con la capillarità dei nostri interventi, per cui devo ringraziare i medici di famiglia, per la loro disponibilità immediata, e i sindaci dei paesi del nord Sardegna, che ci hanno aiutati mettendoci a disposizione le strutture necessarie e la loro collaborazione. Abbiamo agito con un discreto anticipo e ora si vedono i risultati». La chiave di volta è, appunto, nella capillarità: «Agendo sul territorio siamo riusciti ad intercettare persone che, nonostante appartenessero alle fasce più a rischio, non si sarebbero mai vaccinate. Anche solo per le difficoltà di spostamento verso gli hub vaccinali. E così abbiamo evitato che pazienti fragili, over 80 e ospiti delle case di riposo potessero essere raggiunti dal virus o che ne pagassero le conseguenze». L’esempio è fresco: «Nella comunità alloggio dei Martiri Turritani, a Li Punti, abbiamo avuto numerosi casi di contagio – continua Guido – eppure non è successo niente, non ci sono stati decessi e nemmeno ricoveri. Nella prima fase queste persone avrebbero riempito gli ospedali causando i problemi con cui siamo stati costretti a convivere agli albori dell’emergenza. È questa la differenza tra vaccinati e non vaccinati».

Gli indici. Gli sforzi hanno portato in dote numeri incoraggianti. Tanto per iniziare, la Assl di Sassari spicca nelle classifiche di vaccinazione, aggiornate al 5 settembre, nelle percentuali dei cicli vaccinali completi, 70,0% (seconda solo a Lanusei, 70,65 mentre Cagliari è al 60,5%) e in quelli relativi alla somministrazione della prima dose, prima assoluta con l’82,1% di vaccinati contro il 77,4% di Cagliari. Non solo, quello della Assl di Sassari è anche il territorio con la minor percentuale di soggetti non vaccinati, il 21,6% (Cagliari è ferma al 27,5%) che si traduce in 63.885 persone sfuggite alla vaccinazione su una platea di 295.463 “vaccinabili”. Nel dettaglio, tre dei sei paesi che hanno superato la soglia dell’80% delle vaccinazioni con doppia dose sono nel Sassarese: Villanova Monte Leone, 81,2%, Banari, 83,3%, e Bessude, che con l’84,2% di soggetti completamente vaccinati è il paese della Sardegna con la maggiore percentuale di seconde dosi. Un risultato importante anche per le microcomunità, soprattutto se si considera che, purtroppo, nell’isola ci sono realtà altrettanto piccole ferme ad un poco incoraggiante 33%.

Il futuro. La classica luce che brilla fuori dal tunnel è ancora lontana, anche se i numeri e le percentuali sono robuste iniezioni di fiducia. La pandemia non è sconfitta, le vaccinazioni possono essere incrementate, soprattutto tra i più giovani: «Per questo la macchina è ancora in moto e funziona al massimo dei giri – conclude Marco Guido–. Domani (oggi, ndr), ad esempio, Ats e medici di base saranno a Sorso con lo scopo di intercettare tutte le persone che ancora nono state vaccinate. Poi, tra qualche tempo, inizieremo con le terze dosi ai soggetti fragili. Siamo felici di aver ottenuto risultati significativi ma questo non ci deve far rilassare. Anzi, la guerra al virus è ancora lunga e avremo tanto da fare».



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