«Leader rafforzato in un momento di difficoltà»
di Roberto Petretto
Il politologo Carlo Pala analizza le reazioni alla vicenda sia in campo nazionale che sardo
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SASSARI. Carlo Pala, politologo e docente all’Università di Sassari, è sempre stato un attento osservatore di ciò che accade nel mondo indipendentista. È una voce autorevole alla quale chiedere un’interpretazione dei fatti che hanno incidentalemte coinvolto la Sardegna in questi giorni.
Professor Pala, siamo passati da un’ostitilità diffusa in Italia alle sortite dell’allora leader della Lega Nord, Umberto Bossi, al sostegno altrettanto diffuso al leader catalano Puigdemont. Cosa è cambiato?
«Innanzitutto bisogna capire se si tratta di cambiamento. Spesso in politica si hanno opinioni sulla base delle convenienze del momento. A livello nazionale non ci sono state prese di posizione così significative. La politica ha preferito non occuparsene, considerando l’arresto di Puigdemont come un incidente percorso. Probabilmente non si sono voluti creare imbarazzi all’Unione europea. Ma non bisogna dimenticare che lo stesso Puigdemont è un parlamentare europeo a cui è stata sospesa l’immunità sulla base di una bugia dalla Spagna».
Realpolitick dell’Italia?
«L’Italia ha agito sulla base di un ordine di cattura internazionale. L’atteggiamento italiano di solito è quello di chi non si intromette in questioni di questo genere, forse convinta di non doversene occupare non avendo in casa il fenomeno dell’indipendentismo. Si continua a dire che si tratta di una questione interna alla Spagna, ma ci sono voci sempre più importanti che la pensano diversamente, compresa la candidata tedesca dei Verdi, secondo cui bisogna guardare ai casi della Catalogna, della Scozia e che l’Ue non può continuare a ignorare a queste realtà. Il tema in Italia viene sempre sotterrato. In Spagna non si parla d’altro, in Italia si minimizza. Ma se la detenzione si fosse prolungata, con duemila persone in piazza, anche l’Italia si sarebbe dovuta porre il problema».
In Sardegna invece c’è stata attenzione: effetto di un diffuso sentimento indipendentista?
«In parte. Credo che siano subentrati altri tipi di valutazioni che attengono al sentire di un popolo. Per molti sardi Puigdemont era un ospite che, invitato, stava venendo a trovare il popolo sardo. Infatti l’onda di sdegno ha accomunato indipendentisti a persone che indipendentiste non sono. E questo è dovuto a nostro modo di vedere le cose. È emerso un senso di giustizia, un sentire comune che ha percepito l’atto dell’arresto come assolutamente fuori luogo. E lo sdegno si è sommato allo spirito identitario, non per forza di cosa politicizzato».
La politica non c’entra?
«Quando vedi prendere posizione partiti che non hanno nulla a che vedere con l’indipendentismo, ti chiedi come mai. A molti non è andato giù che arriva un ospite e tu lo arresti. Non ci sono motivazioni di tipo politico. La nostra identità è vista in parallelo con quella della Catalogna: Puigdemont era una sorta di fratello che veniva a trovarci».
L’ha stupita vedere il presidente Solinas che è andato al carcere di Bancali?
«Solinas fa il suo dovere di padrone di casa e lo fa con il presidente del consiglio regionale, cosa non trascurabile. Abbiamo un presidente della Regione sardista che è andato ad accogliere un leader politico che sino a prova contraria non si è macchiato di alcun delitto. La magistratura spagnola lo vuole perseguire per reati che in gran parte dell’Europa non sono più tali. Si fosse macchiato di resistenza, se avesse schierato i mossos de esquadra contro la Guardia civil lo avrei capito, ma per il tipo di accusa che pende su Puigdemont non mi meraviglia che un sardista sia andato a accoglierlo».
Puigdemont esce rafforzato dalla vicenda algherese?
«Credo che politicamente Puigdemont questa vicenda se la sia costruita e l’abbia fatto anche bene. Il movimento indipendentista in Catalogna sta vivendo una fase di divisioni profonde, di incertezza strategica. Forse questa vicenda gli può aver dato un certo ritorno elettorale. E comunque rappresenta ancora, per quel popolo, una figura di riferimento, un uomo ha avuto coraggio di fare qualcosa che nessuno aveva fatto».
Professor Pala, siamo passati da un’ostitilità diffusa in Italia alle sortite dell’allora leader della Lega Nord, Umberto Bossi, al sostegno altrettanto diffuso al leader catalano Puigdemont. Cosa è cambiato?
«Innanzitutto bisogna capire se si tratta di cambiamento. Spesso in politica si hanno opinioni sulla base delle convenienze del momento. A livello nazionale non ci sono state prese di posizione così significative. La politica ha preferito non occuparsene, considerando l’arresto di Puigdemont come un incidente percorso. Probabilmente non si sono voluti creare imbarazzi all’Unione europea. Ma non bisogna dimenticare che lo stesso Puigdemont è un parlamentare europeo a cui è stata sospesa l’immunità sulla base di una bugia dalla Spagna».
Realpolitick dell’Italia?
«L’Italia ha agito sulla base di un ordine di cattura internazionale. L’atteggiamento italiano di solito è quello di chi non si intromette in questioni di questo genere, forse convinta di non doversene occupare non avendo in casa il fenomeno dell’indipendentismo. Si continua a dire che si tratta di una questione interna alla Spagna, ma ci sono voci sempre più importanti che la pensano diversamente, compresa la candidata tedesca dei Verdi, secondo cui bisogna guardare ai casi della Catalogna, della Scozia e che l’Ue non può continuare a ignorare a queste realtà. Il tema in Italia viene sempre sotterrato. In Spagna non si parla d’altro, in Italia si minimizza. Ma se la detenzione si fosse prolungata, con duemila persone in piazza, anche l’Italia si sarebbe dovuta porre il problema».
In Sardegna invece c’è stata attenzione: effetto di un diffuso sentimento indipendentista?
«In parte. Credo che siano subentrati altri tipi di valutazioni che attengono al sentire di un popolo. Per molti sardi Puigdemont era un ospite che, invitato, stava venendo a trovare il popolo sardo. Infatti l’onda di sdegno ha accomunato indipendentisti a persone che indipendentiste non sono. E questo è dovuto a nostro modo di vedere le cose. È emerso un senso di giustizia, un sentire comune che ha percepito l’atto dell’arresto come assolutamente fuori luogo. E lo sdegno si è sommato allo spirito identitario, non per forza di cosa politicizzato».
La politica non c’entra?
«Quando vedi prendere posizione partiti che non hanno nulla a che vedere con l’indipendentismo, ti chiedi come mai. A molti non è andato giù che arriva un ospite e tu lo arresti. Non ci sono motivazioni di tipo politico. La nostra identità è vista in parallelo con quella della Catalogna: Puigdemont era una sorta di fratello che veniva a trovarci».
L’ha stupita vedere il presidente Solinas che è andato al carcere di Bancali?
«Solinas fa il suo dovere di padrone di casa e lo fa con il presidente del consiglio regionale, cosa non trascurabile. Abbiamo un presidente della Regione sardista che è andato ad accogliere un leader politico che sino a prova contraria non si è macchiato di alcun delitto. La magistratura spagnola lo vuole perseguire per reati che in gran parte dell’Europa non sono più tali. Si fosse macchiato di resistenza, se avesse schierato i mossos de esquadra contro la Guardia civil lo avrei capito, ma per il tipo di accusa che pende su Puigdemont non mi meraviglia che un sardista sia andato a accoglierlo».
Puigdemont esce rafforzato dalla vicenda algherese?
«Credo che politicamente Puigdemont questa vicenda se la sia costruita e l’abbia fatto anche bene. Il movimento indipendentista in Catalogna sta vivendo una fase di divisioni profonde, di incertezza strategica. Forse questa vicenda gli può aver dato un certo ritorno elettorale. E comunque rappresenta ancora, per quel popolo, una figura di riferimento, un uomo ha avuto coraggio di fare qualcosa che nessuno aveva fatto».
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