Il fotografo Marco Delogu racconta la vita nell'hub vaccinale di Roma

I ritratti e il documentario: «La speranza nei volti, la voglia di ripartire insieme dopo la grande paura» 

SASSARI. Trentatré ritratti, trentatré storie. Volti giovani, come la ragazzina che finalmente potrà riabbracciare la compagna di scuola senza che la prof la sgridi. Volti adulti, come la signora emozionata perché sente di partecipare a un rito collettivo. Volti di speranza e di fiducia verso una sanità pubblica che funziona e che tratta tutti allo stesso modo, che siano poveri, ricchi, italiani, sudamericani, nordafricani, artisti di strada o nobildonne ingioiellate «e la cosa più bella – dice Marco Delogu – è che tutti sono contenti e nessuno si lamenta: sotto le mascherine spuntano sorrisi larghi, la felicità per il vaccino, il senso di liberazione dopo la paura». Quei volti hanno sfilato davanti a lui e si sono raccontati alla macchina fotografica e alla telecamera: sono i protagonisti di sette mesi intensi vissuti dentro la Nuvola di Fuksas, uno dei più grandi hub vaccinali d’Italia ospitati nel centro congressi di vetro e acciaio in zona Eur a Roma. Il tabellone enorme si è spento domenica, dopo oltre 530mila vaccini, per una media di circa 2500 al giorno. L’hub chiude e quello spazio riprende la sua identità di culla della cultura e dell’arte, ma quei giorni resteranno per sempre nella memoria. Ci sono le foto, i 33 ritratti di Marco Delogu e il suo documentario, intitolato “Giorni di Nuvola”: lui fotografo, editore e curatore di mostre di fama internazionale, nato a Roma ma sardo sino al midollo, si emoziona nel descrivere l’emozione della gente che si incrocia con la sua, in quel quartiere dove è cresciuto e dove una via porta il nome di suo padre.



Dentro la Nuvola. «Penso spesso che nella vita tutto torna, e infatti mi sono ritrovato qui a raccontare l’emergenza sanitaria e l’efficienza della sanità pubblica a cui mio padre ha dedicato tutta la sua vita», dice Marco Delogu. A Severino Delogu, medico e accademico nato ad Alghero nel 1925 e scomparso a Sassari nel 1990, è intitolata una strada poco distante dalla Nuvola: «Ha fatto tanto per la sanità, ha contribuito alla riforma sanitaria, si è battuto perché tutti avessero uguali diritti e accesso alle cure. Qui alla Nuvola ho visto sfilare il Paese che lui desiderava, in cui tutti sono uguali, senza distinzioni di ceto sociale, censo, colore della pelle o religione». E quel Paese è protagonista della mostra che sarà inaugurata stasera alle 19 proprio nei locali della Nuvola, nelle stesse sale in cui fino all’11 ottobre sarà proiettato il docufilm firmato da Marco Delogu, prodotto da Ameuropa con Eur Spa.



Oltre la Nuvola. «Quando mi hanno chiesto di fotografare quello che accadeva all’interno dell’hub, ho accettato con gioia. E sono felice di averlo fatto perché ho potuto raccontare un posto bello, sicuro, un luogo di speranza dove le persone andavano con fiducia, consapevoli che da questa pandemia si esce solo grazie ai vaccini. E sono testimone di una sanità efficiente, molto di più rispetto ad altri luoghi del mondo in cui ho vissuto». Sentimenti di orgoglio amplificati dal fatto che all’Eur Marco Delogu è nato e cresciuto: «I miei genitori dopo il matrimonio si sono trasferiti qui. Si erano conosciuti al Liceo Azuni di Sassari, poi mia madre Luisa, che era di Dorgali, era andata nella Penisola con la famiglia. E qui a Roma rimasero a lungo ma senza mai dimenticare la Sardegna. E io – dice Marco – sono “sardissimo”: l’isola è casa mia, Cala Gonone è il luogo dei ricordi e degli affetti, delle emozioni più belle con i miei nonni. La Sardegna è la terra dove mi rifugio appena possibile».

L’isola nel cuore. E dall’isola, da Gavoi, Marco Delogu è rientrato pochi giorni fa: è lui il curatore del progetto Photo Solstice portato avanti dalla Fondazione di Sardegna. «Io ho un obiettivo e credo sia facilmente realizzabile perché ci sono tutte le condizioni favorevoli: voglio fare diventare la Sardegna uno dei quattro, anzi forse tre, posti chiave della fotografia contemporanea nel mondo. Non una immagine pittoresca, ma moderna, che indaga la realtà». E la Sardegna, nella lunghissima carriera di Marco Delogu, c’è sempre. «Qui all’Eur non è stato facile, perché ero uno studente antifascista. Ma ho avuto la fortuna di avere professori meravigliosi, come il professor Spriano, che ha insegnato storia contemporanea anche a Cagliari. Ho iniziato a fare il fotografo a 23 anni e uno dei miei primi lavori è stato sulla migrazione dei pastori sardi in Maremma. Poi quello sulla Chiesa, cardinali e alti prelati, partendo da Enea Selis, mio zio materno e arcivescovo. Ancora al carcere di Rebibbia, a fare i ritratti dei detenuti: ho conosciuto tanti sardi lì dentro, tante storie di dolore. La sardità è qualcosa che mi accompagna sempre: quando il sindaco di Siena mi ha chiesto di fare una mostra sulla piazza vuota, senza Palio, ho frealizzato 16 nuovi ritratti e e li ho mostrati insieme ai 34 fatti nel 1998: dei 16 nuovi, 12 sono di sardi». E appena nominato Direttore dell’Istituto italiano di Cultura di Londra «ho organizzato l’esposizione dei Quaderni di Gramsci». È stato un successo lì in Inghilterra, terra che Marco Delogu ama moltissimo perché lì è nato cinque anni fa il figlio Sebastiano: «Pure lui sardo nel mondo, perché anche la mamma, mia moglie Lorenza Offeddu, è sarda. È bionda, sembra una norvegese, invece è di Bitti». E ora la sardità ritorna alla Nuvola di Fuksas, in quel quartiere dove il padre Severino Delogu ha lasciato l’impronta di medico buono e rigoroso, dove una via porta il suo nome, quello di un sardo che si è speso per una sanità giusta.

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