Pensionato in Tribunale per un furto da otto euro
di Mauro Lissia
L’uomo aveva messo in tasca tre scatolette di aghi in uno store cagliaritano Lo sconcerto del giudice: «Ma davvero volete farmi fare questo processo?»
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CAGLIARI. «Ma davvero volete farmi fare questo processo?»: aula 3 del tribunale monocratico, parole del giudice Alessandra Angioni al pubblico ministero, le mani tese sul fascicolo in una presa di distanze inequivocabile. Non accade spesso che un magistrato provi imbarazzo a fare il proprio lavoro. Stavolta però l’indignazione è divenuta palpabile perché l’imputato è un pensionato di 73 anni che ha cercato di portar via da un grande magazzino tre piccole confezioni di aghi per macchina da cucire, valore 2,69 euro l’una. Il capo d’imputazione è categorico e nella sua sobrietà sembra descrivere un terribile misfatto: furto aggravato, per aver rubato merce esposta alla pubblica fede. Codice alla mano la pena prevista arriva fino a sei anni di carcere, quindi non si può applicare l’articolo 131-bis, una sorta di perdono riferito alla «particolare tenuità del fatto» che il tribunale concede, solo una volta, agli incensurati. Come dire che il giudice è costretto a procedere malgrado il difensore, l’avvocato Stefano Piras, le abbia tentate tutte per portare una ventata di ragionevolezza in un sistema giudiziario che a volte oltrepassa i confini del ridicolo. Basti pensare alla macchina giudiziaria che si è dovuta mettere in moto e alle spese conseguenti per dare seguito a una denuncia che forse sarebbe stato logico bloccare sul nascere. Invece il rapporto dei carabinieri, completo di testimonianze e valutazione del malloppo (che «è stato restituito al legittimo proprietario» è scritto) è planato insieme agli altri sulla scrivania del pm Danilo Tronci, che ha dovuto trattarlo insieme ai reati di eversione e traffico di stupefacenti di cui di norma si occupa. In aula si è discusso, anche fuori verbale: c’è un problema di offensività sociale, a chi fa paura un signore anziano - la Nuova non fa il nome, quanto sta passando è già troppo - che si fa scivolare nove aghetti da cucito nel marsupio? Potrà «reiterare il reato»? Ci sarà «pericolo di fuga?». Oppure la giustizia, ferita da migliaia di prescrizioni e derisa da farabutti che la sfangano, deve dare un esempio?
Il fatto nudo e crudo è questo: sono le 10.15 del 10 luglio 2017 quando un signore attempato si presenta alla cassa di Acqua e Sapone, in via Bacaredda. Con lui una signora e una ragazzina di tredici anni. È l’ultimo a superare la barriera anti-taccheggio, che suona segnalando un’anomalia. Lui fa finta di nulla, pagati alcuni acquisti imbocca l’uscita e si allontana. Ma la titolare del negozio lo raggiunge, lo invita a rientrare nel magazzino e ad attraversare di nuovo il sistema anti-ladro dopo essersi slacciato il marsupio. Ed è qui che l’Arsenio Lupin dei poveri viene visto sfilare dalla tasca qualcosa per buttarlo in una scatola. I commessi recuperano la refurtiva: tre scatolette di aghi, per un valore totale di 8 euro e 6 centesimi. Dagli al ladro: qualcuno chiama il 112, piombano sul posto i militari dell’Arma. Le prove sono schiaccianti, identificano l’anziano e lo denunciano a piede libero, anzi lo «deferiscono». Ed ecco che l’ingranaggio arrugginito della giustizia si mette a girare attorno al suo nome e ieri, dopo quasi tre anni e mezzo, quegli aghi rischiano di cucirgli addosso la reputazione di pregiudicato. «Ma davvero volete farmi fare questo processo?» allarga le braccia la giudice Angioni. Sì, il pm onorario non molla, è come il classico furto della mela, fulgido esempio di giustizia inflessibile. Il prossimo 2 novembre la discussione e subito dopo il giudice darà la sentenza.
Il fatto nudo e crudo è questo: sono le 10.15 del 10 luglio 2017 quando un signore attempato si presenta alla cassa di Acqua e Sapone, in via Bacaredda. Con lui una signora e una ragazzina di tredici anni. È l’ultimo a superare la barriera anti-taccheggio, che suona segnalando un’anomalia. Lui fa finta di nulla, pagati alcuni acquisti imbocca l’uscita e si allontana. Ma la titolare del negozio lo raggiunge, lo invita a rientrare nel magazzino e ad attraversare di nuovo il sistema anti-ladro dopo essersi slacciato il marsupio. Ed è qui che l’Arsenio Lupin dei poveri viene visto sfilare dalla tasca qualcosa per buttarlo in una scatola. I commessi recuperano la refurtiva: tre scatolette di aghi, per un valore totale di 8 euro e 6 centesimi. Dagli al ladro: qualcuno chiama il 112, piombano sul posto i militari dell’Arma. Le prove sono schiaccianti, identificano l’anziano e lo denunciano a piede libero, anzi lo «deferiscono». Ed ecco che l’ingranaggio arrugginito della giustizia si mette a girare attorno al suo nome e ieri, dopo quasi tre anni e mezzo, quegli aghi rischiano di cucirgli addosso la reputazione di pregiudicato. «Ma davvero volete farmi fare questo processo?» allarga le braccia la giudice Angioni. Sì, il pm onorario non molla, è come il classico furto della mela, fulgido esempio di giustizia inflessibile. Il prossimo 2 novembre la discussione e subito dopo il giudice darà la sentenza.
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