SASSARI. Quasi 550mila italiani hanno messo nero su bianco il loro nome e cognome per chiedere la legalizzazione della cannabis. Una enormità che forse ha stupito gli stessi promotori del referendum. Molto probabile - anche in seguito alla proroga per la consegna delle firme da parte del governo - che il Paese sarà chiamato a pronunciarsi nella primavera 2022, che già si candida a essere la nuova stagione dei diritti, visto che si svolgerà anche il referendum sulla eutanasia legale.
Due quesiti differenti, ha però sottolineato Micaela Morelli, ordinaria di Scienze biologiche e biomediche dell’università di Cagliari, perché se quello sul fine vita «attiene alle sole libertà individuali», ha scritto ieri sulla Nuova, il referendum sulla cannabis «vede delle implicazioni che non possono prescindere da conoscenze mediche specifiche». Per la neurobiologa il rischio è dato dal fatto che consentendo l’uso di preparazioni di cannabis che permettono l’assunzione dei suoi principi attivi attraverso fumo e vaporizzazione non viene assicurato un dosaggio prevedibile e riproducibile. Insomma, secondo Morelli senza controlli adeguati «la droga leggera potrebbe diventare facilmente una droga pesante».
La farmacista. Ma, in realtà, per quanto attiene all’uso terapeutico gli effetti della liberalizzazione sarebbero minimi, se non nulli. A sostenerlo è Cristina Porcu, titolare dell’omonima farmacia a Cagliari, pioniera della cannabis a uso medico in Sardegna. «La prima volta che importai il thc sintetico era il 2009 per una paziente del centro sclerosi di Cagliari. Ricordo che avvisai i Nas». Sì, perché la cannabis a uso terapeutico, in Italia, è legale dal 2007, ma non è facile reperirla.
«Purtroppo in Italia esiste un solo problema: l’approvvigionamento della materia prima. La cannabis è un farmaco carente – spiega la farmacista –. Il progetto pilota che vede lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze unico autorizzato alla produzione di cannabis non ha portato i risultati sperati in termini di produzione. Così siamo costretti a importare dall’estero, prima dall’Olanda e ultimamente dal Canada attraverso l’Scfm. L’importazione non riguarda la singola farmacia, ma c’è una lunga trafila e l’ultima parola spetta al ministero, che purtroppo soddisfa meno della metà di quello che è il reale fabbisogno. Sa cosa succede? Che la terapia del dolore dura due mesi e poi deve interrompersi, che il paziente che per due mesi aveva avuto una vita normale è costretto a tornare indietro non per una sindrome di astinenza ma per la mancanza del farmaco. Forse la legalizzazione potrebbe avere effetti positivi solo se autorizzassero la coltivazione secondo tutti i crismi, secondo le norme di buona coltivazione e di buona fabbricazione di medicinali. Allora sì che si farebbe un salto. Anche se – aggiunge – forse basterebbe che il ministero o l’Aifa autorizzassero con provvedimento dedicato, dieci produttori che garantiscano sicurezza e qualità farmaceutica, così da metter fine alla carenza che tantissimi pazienti sardi patiscono, a fronte di un farmaco, la cannabis, rimborsato dal Sistema sanitario regionale».
L’agronomo. Lui si dice in linea con quanto affermato da Morelli sull’uso terapeutico della cannabis. «Spetta agli organi competenti dare indicazioni e assicurare i controlli», sostiene Giacomo Patteri, agronomo che da anni lavora nel settore della cannabis, che però sottolinea anche la portata della richiesta popolare di legiferare su un tema che fino ad oggi è andato avanti solo a colpi di divieti.
«Se oggi in Italia circa 550mila persone si sono prese la briga di chiedere un referendum significa che qualche cambiamento ci deve essere. La normativa è vecchia, anche per quanto riguarda la cannabis a basso contenuto di thc, per la quale oggi è consentita la coltivazione. Chi ha firmato è consapevole che il proibizionismo ha fallito e che sarebbe meglio che lo Stato creasse strutture ad hoc per consentire e regolamentare l'utilizzo, ovviamente coadiuvato da tecnici e studiosi. Fra chi ha firmato per il referendum non credo vi siano spacciatori o contrabbandieri - gli unici ad arricchirsi in questa situazione -, ma padri e madri di famiglia che preferiscono che il figlio abbia la possibilità di acquistare materiale controllato, anziché rivolgersi ad ambienti che lo incitano a passare a prodotti più pesanti, lucrosi e nocivi».
Patteri è anche convinto che la legalizzazione possa aiutare il mercato della canapa a basso contenuto thc. «Oggi chiunque coltivi rischia di essere equiparato a un trafficante e giudicato secondo la 309. Non serve solo una legge meno proibizionista, ma una legge che entri nel merito delle varie sfumature della materia, con il supporto di medici e ricercatori per la parte terapeutica e tecnici che si occupano di canapa a 360 gradi, solo la sinergia fra queste competenze può far fare un passo avanti all'Italia in termini di diritti e di impresa».