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Celebrata a Sassari la giornata dei camici bianchi

Celebrata a Sassari la giornata dei camici bianchi

Riuniti nell’aula magna dell’Università pensionati e neoiscritti all’ordine, come in corsia per il Covid

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SASSARI. I medici, di questi tempi, dovrebbero essere coccolati come dei panda. Specie rara, stando alle statistiche, da preservare e moltiplicare.

Per questo la Sessantacinquesima e Sessantaseiesima Giornata del Medico che si è celebrata ieri a Sassari, alle 16 nell’Aula Magna dell’Università, è un evento significativo. Perché seduti nella sala ci sono tanti medici con ciascuno mezzo secolo di carriera sulle spalle, che hanno tracciato la storia della sanità di tutto il Nord Sardegna. «Non mi piace la parola pensionati – dice il presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Sassari Nicola Addis – ricordiamoci che un medico è per sempre».

La pandemia l’ha dimostrato, perché tanti degli ex camici bianchi seduti in sala sono tornati in servizio come volontari per la campagna vaccinale, riscoprendo il vero significato della propria missione. Lo stesso che si trova distillato nelle parole del giuramento pronunciato dalle emozionate neoiscritte all’Ordine, la dottoressa Amalia Sanna Passino (la più giovane del 2021) e della dottoressa Veronica Bussu (odontoiatra più giovane del 2020). Il Covid ha sterilizzato le cerimonie, svuotando gli eventi di pubblico e partecipazione, e quindi non c’è il tradizionale coro “lo giuro” gridato da decine di giovani medici. E allora il presidente Addis ci mette una pezza, con una proposta estemporanea: «Rinverdiamo un po’ i nostri sacramenti – dice – diciamo anche noi “lo giuro” assieme alle due neoiscritte, come avrebbero fatto tutti i loro colleghi». E la vecchia guardia ritorna indietro di 50 anni, scomodando nuovamente Ippocrate, le sue raccomandazioni e la sua deontologia. Poi è il loro momento, quello della premiazione. Devono ricevere la medaglia d’oro di benemerenza che celebra i loro cinquant’anni dalla Laurea in Medicina. Quando ancora non c’era il numero chiuso nelle facoltà, e chi aveva la vocazione non doveva filtrarla attraverso test e quiz di cultura generale. Un’intera generazione raggrumata in pochi metri quadrati, medici che hanno salvato migliaia di vite e che hanno formato altri ragazzi che ne salveranno altrettante. Quando ricevono il premio, per ciascuno viene letto il proprio curriculum. Ed è un po’ come declinare il senso della propria vita professionale, un momento che inorgoglisce. C’è chi ha scritto centinaio di pubblicazioni, chi ha diretto reparti, chi è stato commissario dell’Assl o dell’Aou, chi ha insegnato all’Università, e chi ancora ha lasciato un segno altrettanto profondo e prezioso nelle realtà territoriali più piccole, in un ambulatorio o in un piccolo ospedale. Sono in cinquantuno, laureati nel 1970 o nel 1971, che stringono in mano la propria medaglia e chissà quali ricordi.

E poi c’è anche chi non ha mai indossato un camice, non ha mai auscultato un paziente, non ha mai curato e guarito un malato. Ma in fondo, è come se l’avesse fatto. Perché ha comunque divulgato i valori della medicina, della deontologia e ha protetto la salute dei cittadini. L’Ordine dei Medici ha un premio cucito come fosse un camice, ovvero il Sigillo d’Onore. Quest’anno viene consegnato alla prefetta Maria Luisa d’Alessandro, che durante l’emergenza Covid ha lavorato fianco a fianco con i medici, consentendo loro di operare nel migliore dei modi. Anche lei figlia di un medico, ha respirato sin da piccola gli insegnamenti di Ippocrate. (lu.so.)

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