In campo l’arbitro è donna: passione più forte delle offese

Federica, 22 anni: «All’inizio gli insulti mi ferivano, ho imparato a non ascoltare». Sempre di più le ragazze attratte da fischietto e cartellino: si comincia a 14 anni

SASSARI. I primi arrivano già verso le 18, quattro chiacchiere, una partita a biliardino, molte risate. Alle 19 nella grande sala dell’appartamento in via Mazzini, sede della sezione Aia “Carlo Usai” di Sassari, ci sono tanti ragazzi e ragazze, tutti tamponati o vaccinati, seduti di fronte al maxi schermo e pronti a commentare le gare del giorno prima, analizzare i comportamenti in campo, chiarire dubbi e aspettare le designazioni per la domenica successiva. In seconda fila c’è Francesca, 16 anni: mostra il pollice in su, il suo esordio in campo tra i Giovanissimi è andato alla grande. Lei è una degli arbitri più giovani, una delle venti ragazze nel gruppo di 150 che compongono la sezione presieduta da Emanuele Fresi. Accanto a Francesca ecco Federica Zidda, 22 anni: «Il lunedì è il momento più bello, lo aspettiamo tutti. Scemata l’adrenalina, la riunione post gara domenicale è una occasione di confronto, importante soprattutto per chi sta iniziando e ha bisogno di essere incoraggiato. Le ragazze in particolare, magari ancora sotto choc perché il giorno prima il pubblico non è stato tanto gentile...» Federica, arbitro da 4 anni, dice che dopo un po’ le orecchie vanno in autoprotezione: «Insulti e offese ti scivolano addosso, quello che prima ti faceva piangere ti lascia indifferente. E all’improvviso riesci a dare a tutto il giusto peso, con i complimenti dei giocatori o degli allenatori che valgono molto di più di una parolaccia gridata dagli spalti».

Professione arbitro. In questo appartamento nel cuore della città si respira una bella aria, una sensazione di amicizia e condivisione. Emanuele Fresi sorride e conferma: «Tra noi ci sono quarantenni arrivati qui che ne avevano 14-15. Altri da questa sezione hanno spiccato il volo e sono un esempio di lavoro e dedizione per i nostri ragazzi». Come Gianluca Sechi, di Sorso, che in questa sezione è nato e cresciuto e dal 2017 è assistente arbitrale in serie A. O come le donne che sono partite da qui, hanno seguito il percorso dai Giovanissimi alla Prima Categoria e oggi arbitrano nel campionato regionale di Eccellenza. «Le ragazze sono meno numerose rispetto ai ragazzi – dice Fresi – e quello dell’arbitro, soprattutto a certi livelli, resta un ruolo prettamente maschile. Ma qualcosa sta cambiando, c’è un interesse crescente da parte delle ragazze, lo dimostra il numero delle iscrizioni nelle nostre sezioni, in notevole aumento dopo il calo generale dovuto prevalentemente al Covid».

Colpo di fulmine. Tra Federica e il fischietto è stato amore a prima vista. Quando i due rappresentanti dell’Aia sono entrati nella sua classe al Liceo Marconi di Sassari, i compagni l’hanno guardata: è lei la persona giusta. «Sapevano che mi piace molto il calcio, da ragazzina avevo pensato anche di giocare in una squadra. Per loro è stato abbastanza naturale immaginarmi con la divisa da arbitro. Avevano ragione: non mi sono persa una sillaba sulla spiegazione del corso di formazione e qualche giorno dopo ero già in sezione, pronta a incominciare l’avventura». Era il 2017 e Federica aveva 18 anni: dopo poco più di un mese, il 30 aprile, ha arbitrato la sua prima gara tra Giovanissimi nel campo della Wilier. «Tremavo come una foglia, mi sentivo osservata, il fischietto ballava tra le mani, avevo le gambe molli. Ma è andata bene. Di quel giorno ricordo tutto, anche il mio primo cartellino giallo a un giocatore». Il colpo di fulmine è scattato subito e la fiamma è ancora viva: Federica fa su e giù tra Palmadula, la borgata dove vive, e Sassari per partecipare agli incontri in sezione e agli allenamenti. Concilia lavoro e passione «con molto impegno – dice il presidente Fresi – ed è diventata un esempio e un punto di riferimento per le ragazzine che stanno iniziando». E che hanno bisogno di un supporto psicologico per superare l’impatto con il pubblico spesso maleducato e sessista».

Donne in campo. Non importa se sei splendida, se hai le gambe lunghe e toniche: per qualcuno sarai sempre “un cesso” semplicemente perché fai l’arbitro e sei donna. Non solo: è meglio se stai a casa “a lavare i piatti” o “a fare l’uncinetto”, lasciando perdere il vasto campionario di insulti legato alla sfera sessuale. Non succede sempre ma capita, purtroppo anche spesso: l’arbitro donna finisce nel mirino di alcuni spettatori – quasi sempre papà dei giocatori – in quanto donna, non importa se è brava quanto e più dei maschi, è donna e questo basta per offendere e denigrare. «Il problema è noto – dice Federica Zidda – infatti nelle prime gare, sia noi ragazze che i ragazzi, siamo accompagnati dai tutor che ci seguono in tutte le fasi: dal controllo delle porte di gioco prima della partita al fischio finale. E ci supportano e incoraggiano se il pubblico è particolarmente “vivace”. La presenza del tutor aiuta e ti prepara per quando poi sarai sola in campo. A me è servito moltissimo: all’inizio soffrivo tanto, di fronte agli insulti mi chiedevo perché, mi sentivo inadeguata, mi mettevo in discussione. Poi ho capito che il problema non ero io, ho iniziato a tapparmi le orecchie e sono andata avanti». Emanuele Fresi annuisce: «Ho visto tante ragazze piangere dopo avere arbitrato una partita. Tante hanno mollato, dicendo che non ne valeva la pena. Molte altre invece hanno resistito e sono ancora qua, più forti di prima». Perché fare l’arbitro non vuol dire solo correre e allenarsi: il vero esercizio è mentale e si fa sull’autostima. Ed quello che ti fa crescere davvero.

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