la denuncia degli specialisti
Epatite C, l’isola non accede ai fondi
La Regione non si inserisce nei piani nazionali sui farmaci innovativi
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SASSARI. «La Sardegna è una delle poche regioni in Italia che non accede ai fondi per l’epatite C: accade perché la Regione non si inserisce nei piani nazionali legati ai farmaci innovativi e a strumenti similari». Lo ha detto Luchino Chessa, epatologo dell’Aou e docente dell’università di Cagliari, in occasione del corso di formazione Ecm sulla gestione dei tossicodipendenti con Hcv. Chessa ha poi precisato che «a livello nazionale, grazie alla piattaforma Piter dell’Iss, il primo screening il programma sarà su Serd, carceri e popolazione di “giovani” degli anni 68-88. Doveva iniziare nel 2020 e proseguire nel 2021 ma,chiaramente tutto verrà traslato. L’assessore alla sanità Mario Nieddu ha a cuore il problema e si sta impegnando a cercare le risorse per poterlo iniziare anche da noi». Ivana Maida, infettivologa dell’Aou e docente dell’ateneo di Sassari, si è soffermata sulle alternative e sui test rapidi come carta vincente per far emergere il sommerso raggiungendo tutti quei serbatoi di popolazione nei quali il virus dell'epatite C continua a essere un problema di sanità pubblica. Chessa ha vantato i risultati ottenuti a Cagliari nel trattamento con farmaci antivirali ad azione diretta, affermando che dopo il rallentamento a causa del Covid tutto sta riprendendo a funzionare meglio e si lavora bene con i Serd, anche se «purtroppo vediamo molte persone di una certa età che arrivano già con la cirrosi epatica avanzata e con l'epatite C». Su Sassari, la Maida ha confermato le osservazioni del collega affermando che «c'è una grande richiesta di essere trattati» e una bella collaborazione «anche con le strutture penitenziarie». (a.palm.)
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