La Nuova Sardegna

Giornata internazionale del folklore, in Sardegna la tradizione è più viva che mai

di Roberto Petretto
Giornata internazionale del folklore, in Sardegna la tradizione è più viva che mai

Gruppi, cori, musicisti: in quasi tutti i 377 Comuni sardi c’è qualcuno che tiene vivo un aspetto della nostra cultura

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SASSARI. È una tribù che balla. Ma non solo: è anche una tribù che canta, che a volte persino suona. E quando non può fare nessuna di queste cose, guarda con interesse e affetto. In quasi tutti i 377 Comuni della Sardegna c’è un’associazione, una Pro loco, un gruppo culturale (o anche più d’uno) che tiene vive le tradizioni della nostra terra. Ovunque è un fiorire di costumi coloratissimi o sobri, un risuonare di canti a tenore o a “sa repentina”, una melodia di organetti e launeddas. È la Sardegna delle tradizioni. O del folklore, se si sceglie un termine a cui qualcuno continua a dare, con un po’ di snobismo, quasi un’accezione negativa. ma questo accade più raramente, perche balli, canti e musiche della tradizione sarda trovano sempre maggiori estimatori e seguaci, anche e soprattutto tra giovani e giovanissimi. A questo popolo così affezionato alle proprie radici è dedicata la Giornata nazionale del folklore e delle tradizioni popolari, istituita nel 2019 con una direttiva del presidente del Consiglio dei ministri. La direttiva stabilisce che ogni 26 ottobre questa giornata venga utilizzata per riscoprire e valorizzare «le tradizioni popolari che, esprimendo una cultura territoriale che costituisce eredità del passato da conoscere e di cui riappropriarsi, rappresentano un patrimonio da recuperare e valorizzare in ciascun territorio regionale italiano».

In Sardegna questo è un discorso che trova terreno fertile, con un patrimonio di tradizioni alimentato, curato, custodito da centinaia di gruppi e associazioni sparsi in pressoché tutto il territorio dell’isola. Da nord a su, da est a ovest è tutto un proliferare di gruppi folk, cori, musicisti che si esibiscono da solisti o in gruppo.

Difficile se non impossibile fare una stima esatta di quale sia l’esatta dimensione di questo movimento che ha varianti, diramazioni e articolazioni differenti. Si può prendere come riferimento l’elenco degli organismi ammessi a finanziamento in base alla legge 64 e se ne ricava un quadro ampio e vario. Solo i gruppi folk, per l’annualità 2020, erano una settantina. A cuio vanno aggiunti i cori, almeno 150.

A animare, tenere in vita e perpetuare questa miriade di attività ci sono tanti giovanissimi che si avvicinano alla tradizione della loro terra. Certo, il Covid ha inferto un brutto colpo a questo movimento così ampio e vivace. L’impossibilità di riunirsi ha bloccato attività di gruppi di ballo e di cori. Anche le grandi manifestazioni, vetrine di questa Sardegna legata alla propria storia, si sono dovute fermare: la Cavalcata sarda, Sant’Efisio, la Festa del Redentore non hanno potuto riproporre l’invasione pacifica di figuranti in costume, di suonatori e cantori. Ma è stata solo una pausa e la Festa nazionale del folklore è lì a ricordalo. Le piazze e le strade dei 100 e 100 paesi della Sardegna stanno di nuovo per animarsi con i suoni, le voci e i colori. Un ritorno atteso e gradito per tanti, qui nell’isola, ma anche per quelli che dall’esterno guardano a questa terra con interesse e simpati. Non è un caso che la decisione che ha istituito la Festa nazionale del folklore ricordi anche un altro aspetto: la riscoperta delle tradizioni «puo' fungere da volano per il turismo, con conseguenti ricadute positive anche di carattere economico». Suona come una frase fatta, ma c’è della verità.



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