Il vino novello è in via d’estinzione

Poche aziende sarde continuano a produrlo. Gli esperti: «Dopo il boom ora paga i cambi della moda e gli errori commessi»

SASSARI. È un autunno più povero se manca il vino novello. Un prodotto che ha conosciuto un vero boom sino agli inizi degli anni 2000 attraversa ora una crisi profonda che la riapertura delle sagre nel dopo pandemia proverà a scuotere. E la Sardegna non fa eccezione: sono rimaste pochissime le cantine isolane a curare questo settore, non più di sei. E la rassegna del novello di Milis, cartina al tornasole di questa tipologia di vino, dopo aver toccato giri d’affari da mezzo milione, negli ultimi anni ha accusato un forte calo, col Covid che ha interrotto il tentativo di risollevarsi alzando il livello qualitativo.

«Noi siamo stati tra gli ultimi a rinunciare già da un paio d’anni – spiega Giovanni Pinna, enologo e direttore generale di Sella&Mosca – È venuto meno l’appeal rispetto al periodo in cui un po’ tutte le cantine avevano un’attenzione particolare per il novello, e anche Sella& Mosca ci faceva numeri impressionanti, ora i consumatori si indirizzano di più verso altre tipologie considerate più accattivanti, gli spumanti su tutti. Negli anni 90 e sino al 2000 c’erano serate a tema, ristoranti con menu speciali, convegni: sparito tutto. Peccato, è un vino che come tutti ha un suo perché, anche se per un periodo molto limitato. Ma d’altra parte i prodotti si fanno sinché tirano». Per Pinna il problema del mondo del vino italiano è che «segue parecchio le mode. E bisogna considerare che produrre novello è tra l’altro molto impegnativo e costoso. Le uve vanno raccolte a mano, hanno un passaggio in più come la macerazione carbonica». E poi c’è il problema dei prezzi, che sono crollati: «In pochi giorni sono già in offerta con prezzi troppo bassi».

Tra le poche aziende a occuparsi ancora di novello c’è Argiolas: «Facciamo qualche bottiglia su prenotazione», dice il direttore tecnico Mariano Murru, che è anche presidente regionale e consigliere nazionale di Assoenologi. «Se siamo rimasti in pochi la causa principale è la moda, fenomeno che riguarda anche il resto d’Italia, e pure chi faceva numeri altissimi. Ed è in forte calo il francese Beaoujolais nouveau, il vino più famoso di questa tipologia. Ma è colpa anche di aziende che hanno abbassato il livello qualitativo quando ancora andava di moda il prodotto, proponendo un tenore zuccherino molto alto, toni frizzanti, con un po’ di colore. In più, la Gdo ha accorciato i tempi, con forti sconti nel giro di pochi giorni dal via, e la nomea del novello è andata a decadere». Murru però ricorda anche che «la qualità era spesso molto diversa tra i vari prodotti, tanto che alcuni erano molto validi e riconosciuti dall’Associazione sommelier, che si è occupata è per anni della manifestazione di Milis. Purtroppo però il novello si è fatto la fama di un vino senza pretese, quello che assaggi con le caldarroste». Per Murru la parabola del novello «sarebbe un caso da studiare, occorrerebbe fare delle riflessioni su come rilanciarlo. Abbiamo sempre pensato che per le sue caratteristiche potesse rappresentare una leva per avvicinare i giovani al mondo del vino. Potrebbe essere ancora così, se saremo in grado di dargli un maggiore appeal e un legame più forte col territorio di provenienza, cosa cui il consumatore fa sempre più attenzione e che ora non accade».

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