Antonio, ex lavapiatti: «Sfruttato 14 ore al giorno per una paghetta di 20 euro»
SASSARI. Quando ha detto al titolare dell’hotel-ristorante «me ne vado, questo è sfruttamento», quello non ha battuto ciglio. «Ha risposto “pazienza, ne troverò un altro”. E poi, di fronte alla mia richiesta di essere pagato, ha aggiunto “mandami l’Iban”». Antonio, 18 anni, studente a Sassari, era già a casa sua, e aveva iniziato a lavorare come aiutante muratore, quando il suo conto in banca ha avuto un sussulto: «Il mio ex titolare ha fatto un bonifico di 20 euro. Venti euro per i miei 3 giorni di lavoro, 14 ore di media, come lavapiatti. Non sapevo se ridere o piangere».
E pensare che in Gallura era arrivato con entusiasmo «per affrontare la mia prima stagione e guadagnare qualche soldo. Tutto sembrava a posto, ho firmato un contratto come settimo livello che prevedeva un impegno di 3 ore al giorno dalle 19 alle 22, per un totale di 18 a settimana, il martedì libero e 800 euro di stipendio. Primo giorno il 16 giugno, scadenza contratto il 31 agosto».
Invece Antonio il 19 giugno aveva già fatto la valigia perché «se fossi rimasto sarei impazzito, dal momento che nulla di quanto stabilito è stato rispettato». Le 3 ore al giorno sono immediatamente diventate circa 14, con il via alle 9 del mattino: «C’erano le colazioni e una montagna di tazze, tazzine, bicchieri, piatti e posate da lavare: il ristorante faceva dai 150 ai 200 coperti al giorno. Finito quello aiutavo lo chef a preparare la linea, per esempio a lavare cozze e vongole. Pausa a mezzogiorno, 30 minuti per mangiare, e poi di nuovo a lavare piatti sino alle 16. Secondo stop di circa 2 ore sino alle 18,30 e da lì una tirata lunga sino a mezzanotte, a volte mezzanotte e 30».
A quel punto Antonio andava a dormire: «Quando ho visto la stanza stavo per mettermi a urlare: in 10 metri quadri stavamo in tre, io, l’aiuto chef e un cameriere. Tre letti, un armadio e lo stendipanni: neanche lo spazio per girarsi. Ho resistito tre giorni, poi ho capito che non era pensabile andare avanti. Anche perché la gente continuava ad arrivare e i miei colleghi, quelli che avevano già fatto stagioni lì, mi hanno detto che la situazione sarebbe peggiorata, che dovevo scordarmi il giorno libero perché il personale era ridotto all’osso e tutti dovevamo lavorare di più». Inutile il confronto con il titolare: «Mi ha detto “qui è così, prendere o lasciare. Se te ne vai trovo un altro”. E infatti l’ha trovato subito – dice Antonio – ma so che anche lui ha protestato ed è durato pochissimo. Chissà se è stato pagato».
Per i suoi 3 giorni full immersion, 42 ore a lavare piatti, Antonio ha ricevuto la paghetta che la mamma gli dava il sabato a 15 anni: 20 euro, meno di 50 centesimi per ciascuna ora lavorata. «Ci sono rimasto malissimo. Ho provato una sensazione a metà tra rabbia e disgusto. E ho capito perché tanti camerieri, lavapiatti o cuochi abbandonano il mondo della ristorazione: in molti casi vengono sfruttati. È successo a me e prima ancora a tanti miei amici, anche loro diciottenni alla prima esperienza». Antonio non è comunque rimasto con le mani in mano. E appena rientrato nel suo paese ha iniziato a lavorare con un muratore in attesa di riprendere la scuola a settembre: «Circa 8 ore al giorno, pagato il giusto, sabato e domenica liberi, a dormire a casa mia. Un altro mondo».
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