La Nuova Sardegna

I giovani, spensierati ma mai superficiali

di Maria Antonietta Galizia
I giovani, spensierati ma mai superficiali

Nella gioia della loro età chiedono di essere presi sul serio, detestano l’ipocrisia e sono pronti ad affrontare le difficoltà

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Ogni tanto accade: impegnati a riordinare la soffitta della casa dei nonni, fra scatoloni coperti di polvere e umidità, si scoprono ricordi, si riattiva una alchimia che riporta con calorosa prepotenza al passato dell’adolescenza. Ritrovo così alcuni vecchi temi svolti al liceo; una delle tracce recitava: “Veramente la giovinezza può considerarsi simbolo di gioia e di spensieratezza?” Capita a pennello! Proprio in questi giorni, in classe, abbiamo letto “Il trionfo di Bacco e Arianna” di Lorenzo il Magnifico, e risuona ancora il famosissimo ritornello: “Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia! Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Straniante questo trovarsi di fronte a una domanda che inchioda, che chiama in causa la mia persona, a distanza di quasi trent’anni. Da un lato: gli anni del crollo del muro di Berlino, della guerra del Golfo, delle stragi di Capaci e via D’Amelio; dall’altro: due anni di pandemia, le manifestazioni del Friday’s for future, quelle in difesa del Ddl Zan. Solo esempi, certo, pericolosamente riduttivi rispetto alla grandezza d’animo propria di un giovane che si trova a vivere grandi, spesso terribili, eventi della sua epoca. Diffuso fino ad essere un luogo comune, quello per cui la giovinezza sarebbe un periodo di bellezza, di speranze che si rinnovano, destinata a diventare un rimpianto. È proprio così? Questo entusiasmo fresco e carico di energia è realmente la cifra che distingue un giovane, ieri come oggi? Ed è davvero un sinonimo di “spensieratezza”? La domanda che mi pose l’insegnante di italiano, mi trovo a riproporla, oggi, a me stessa e ai ragazzi con cui ho il privilegio di camminare nel percorso scolastico. Ambigua e fuorviante questa parola “spensieratezza”, troppo spesso confusa con una superficialità che non è affatto distintiva dei giovani che ho modo di vedere ogni giorno. Sono, eccome, carichi di pensieri: guardano al mondo con desiderio di conoscenza, gridano, talvolta nel silenzio e nell’introversione, il bisogno di qualcuno che non dica loro “andrà tutto bene”, ma “potrai affrontare ciò che accadrà, e non sarai solo”. Non chiedono soluzioni facili, ma un aiuto a dare un senso alla fatica. Non è una gioia di facile consumo quella cui ambiscono nel profondo, ma un conforto: esigono, non senza prepotenza, adulti che prendano sul serio la loro vita, che guardino con franchezza al loro cuore, senza ipocrisia, senza imbonimenti. È la “leggerezza pensosa” di Calvino quella che vorrebbero: e non è poi così diversa da quella che cercavamo di vivere alla loro età. Sì: la giovinezza può essere considerata un simbolo di gioia, ma nella misura in cui questa gioia fa i conti, ogni giorno, anche con le fragilità, con il senso di inadeguatezza, con le insicurezze. Non una gioia barattata con qualche like sui social, ma quel “gaudium grande et immotum” che secondo Seneca nasce dalla conoscenza del vero. Se il dialogo quotidiano a scuola è mosso dalla ricerca di questo tipo di gioia, anche se la giovinezza “fugge tuttavia”, anche se il domani è coperto di incertezza, avremo la possibilità di affrontare le nostre domande, comprese quelle destinate a restare senza risposta. È stato un inizio d’anno alquanto faticoso, a tratti già sfibrante, tanto da scoraggiare, eppure sono questi i momenti in cui si può toccare con mano il significato autentico della vera “giovinezza”: la capacità di cui parlava Pavese, quella di “ricominciare, sempre, ad ogni istante”.

*docente Liceo Scientifico Galileo Galilei di Macomer

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