Il linfoma non fa più paura la vita di Carlotta ricomincia
di Luigi Soriga
Il dolore, la chemio e finalmente la buona notizia: sconfitto l’Hodgkin
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SASSARI. «7 Novembre 2021. La data più bella di tutta la mia vita, il giorno della mia rinascita, il momento in cui tutte le paure, i pensieri, la tristezza svaniscono». Microcitemico di Cagliari, la propria vita che arriva davanti a un bivio. Da una parte c’è un vicolo cieco, un futuro strozzato. Dall’altra una discesa infinita, da bere a perdifiato. Carlotta Cubeddu, sassarese, 18 anni, aspettava l’esito della Pet. L’ansia è qualcosa che risale dal profondo, pulsa nelle vene, fino a rimbombare nelle tempie. Poi il medico dice: "Carlottina l’esame è risultato negativo ". Dopo quattro cicli di chemioterapia, bombe di cortisone, il corpo trasformato, 14 chili in più, niente capelli, e solo gli occhi e il sorriso come baluardo di una bellezza immutabile, il Linfoma di Hodgkin è ufficialmente sconfitto. «Un momento indimenticabile, una overdose di gioia, un’emozione mai e dico mai provata: senti che la vita non è fatta solo di sofferenze, ma anche di emozioni talmente forti, di attimi così belli che è un dono meraviglioso». Ma prima di scollinare, per affrontare la salita occorre un cuore da scalatore e tanto coraggio. Le tappe, una più dura dell’altra, sono marchiate a fuoco. «Il primo giorno nel reparto è stato traumatico. Mi sentivo persa, spaesata, la mia più grande paura era che mi dicessero di rimanere lì per un ricovero. Ero terrorizzata». Poi quella chiamata arriva per davvero: «È stato terribile. Ho salutato la mia famiglia, sentivo il cuore a pezzi. Mi ha accompagnato mia madre, il mio angelo custode». I 200 chilometri da Sassari a Cagliari sono un viaggio nei pensieri. «Entro nella mia stanza, la stanza C, la suite del reparto: era una camera grandissima piena di vetrate e con due letti super comodi, uno per mia mamma ed uno per me. Quella stanza mi ha accompagnata per tre ricoveri. I medici, gli infermieri e gli oss mi hanno accolto con affetto, sono stati una seconda famiglia. Per me che sono ansiosa e ipocondriaca, il loro sostegno è stato importantissimo. Per giorni mi hanno rivoltata come un calzino, visite su visite, tamponi di ogni genere». Poi la prova più difficile, la chemioterapia. «Durante le infusioni non accusavo niente, né nausea né spossatezza, perché ero imbottita con 120 milligrammi di cortisone. I cicli duravano 10 giorni. Il nono, prima della dimissione, era pieno di brutti pensieri: e se le analisi non sono buone? E se la notte mi succede qualcosa? E se non mi fanno ritornare a casa? Una sera mi è venuto un attacco di panico: dopo 5 minuti tutto lo staff medico era nella mia stanza a rincuorarmi». Poi ecco la trasformazione: «Lavandomi i capelli mi sono accorta che ne perdevo più del solito. Chiamo subito mia sorella ad asciugarmeli e anche lei nota questo particolare. Ma in quel frangente non gli do peso, vado a dormire. Quando mi sveglio vedo il cuscino pieno di capelli: passo la mano in testa, e cadono a ciocche. All’inizio è dura: provi un senso di profonda tristezza. Poi però impari anche a farti forza, a estrarre le cose positive da tutto: forse significava anche che la chemio stava iniziando a dare i suoi effetti». La sorella ripiega per un improvvisato caschetto, che però resiste giusto due giorni: «Alla fine mi dice: dai basta, rasiamoli, fai prima. Così smetti di soffrire a ogni carezza sui capelli. Mi guardavo allo specchio: mi vedevo molto strana però ero consapevole che finito tutto mi sarebbero ricresciuti». Finito il ciclo di cortisone, la chemio tracima come un fiume in piena. «Sento gli effetti, quelli veri. Mi era venuta una mucosite al cavo orale, dolori a tutto il corpo, e una debolezza così forte da dover chiedere aiuto per alzarmi, o per aprire anche una bottiglietta d’acqua». Dopo i due cicli pesantissimi c’è la prima rivalutazione. La Pet è incoraggiante, l’organismo ha reagito benissimo e il tumore è completamente regredito. Ma prima del traguardo ci sono ancora altri due cicli di chemio.
«In quei mesi ho ricevuto un affetto così grande che in tutta la mia vita penso di non aver mai avuto. Alice mia Sorella un punto di riferimento per tutto, la mia forza più grande e la mia complice. Claudia Mia Madre, una donna con una forza incredibile, che mi ha seguito in tutti i miei ricoveri, la mamma che tutti sognano. Riccardo mio Padre, come un fratellone per me, un uomo grande e grosso ma con una sensibilità che commuove. Gabriele il mio ragazzo, un amorevole martire, paziente, quello che ha patito di più gli effetti del cortisone, i miei sbalzi di umore la mia irascibilità. E poi Daniele, mio cognato, diciamo un fratello: loro sono stati e sono tutta la mia forza e io li amo immensamente. Ma devo molto anche a tutta la mia famiglia, ai miei amici, persone anche a me sconosciute che mi hanno sostenuto con la raccolta fondi e mi hanno permesso di affrontare le spese dei viaggi. Tutti mi hanno dimostrato quanto al mondo esistano davvero dei cuori enormi. E infine loro, i miei angeli: un ringraziamento speciale a tutto il personale del Microcitemico di Cagliari, davvero persone speciali. Medici, infermieri, oss, portantini, radiologi: un grazie enorme per tutta l’empatia mostrata e per i mille sorrisi scambiati». Adesso finalmente la normalità, la scuola, i compagni, la quotidianità senza l’angoscia che bussa nel petto. La discesa, il futuro da respirare come il vento in faccia. «Questo viaggio mi ha insegnato tante cose aiutandomi a crescere. Mi ha fatto conoscere persone meravigliose, tutti i pazienti, i ragazzini, i bambini che davvero hanno una forza incredibile. Mi ha insegnato che nella vita bisogna davvero lottare con coraggio, perché il male può capitare a tutti. Il sorriso è l’arma più potente, e se sono o riuscita a vincere la mia battaglia, è anche perché non l’ho mai perso».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«In quei mesi ho ricevuto un affetto così grande che in tutta la mia vita penso di non aver mai avuto. Alice mia Sorella un punto di riferimento per tutto, la mia forza più grande e la mia complice. Claudia Mia Madre, una donna con una forza incredibile, che mi ha seguito in tutti i miei ricoveri, la mamma che tutti sognano. Riccardo mio Padre, come un fratellone per me, un uomo grande e grosso ma con una sensibilità che commuove. Gabriele il mio ragazzo, un amorevole martire, paziente, quello che ha patito di più gli effetti del cortisone, i miei sbalzi di umore la mia irascibilità. E poi Daniele, mio cognato, diciamo un fratello: loro sono stati e sono tutta la mia forza e io li amo immensamente. Ma devo molto anche a tutta la mia famiglia, ai miei amici, persone anche a me sconosciute che mi hanno sostenuto con la raccolta fondi e mi hanno permesso di affrontare le spese dei viaggi. Tutti mi hanno dimostrato quanto al mondo esistano davvero dei cuori enormi. E infine loro, i miei angeli: un ringraziamento speciale a tutto il personale del Microcitemico di Cagliari, davvero persone speciali. Medici, infermieri, oss, portantini, radiologi: un grazie enorme per tutta l’empatia mostrata e per i mille sorrisi scambiati». Adesso finalmente la normalità, la scuola, i compagni, la quotidianità senza l’angoscia che bussa nel petto. La discesa, il futuro da respirare come il vento in faccia. «Questo viaggio mi ha insegnato tante cose aiutandomi a crescere. Mi ha fatto conoscere persone meravigliose, tutti i pazienti, i ragazzini, i bambini che davvero hanno una forza incredibile. Mi ha insegnato che nella vita bisogna davvero lottare con coraggio, perché il male può capitare a tutti. Il sorriso è l’arma più potente, e se sono o riuscita a vincere la mia battaglia, è anche perché non l’ho mai perso».
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