Terre rare dai fanghi rossi, progetto ignorato nell'isola va negli Usa

Il business della Ecotec non è stato preso in esame in Sardegna e potrebbe essere realizzato in Texas. Negli scarti della bauxite metalli fondamentali per le produzioni tecnologiche

SASSARI. Hanno nomi che sembrano usciti da una storia di Topolino: Praseodimio, Gadolinio o che li fanno sembrare componenti di un nuovo gruppo di sette nani: Olmio, Erbio, Tulio. In realtà sono uno dei business del futuro. Sono le cosiddette “terre rare”, un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica. Di loro si fa larghissimo uso in tanti prodotti tecnologici. Gran parte del mercato delle terre rare è in mano alla Cina che ha delle miniere nel proprio territorio, ma che si è anche conquistata i diritti di sfruttamento di altri giacimenti in diversi angoli del mondo.

La Sardegna non ha miniere di terre rare, ma ha un deposito di scorie che potrebbero essere riutilizzate e dalle quali potrebbero essere ricavati diversi minerali. Tra questi anche alcune “terre rare”. Il brevetto è della Ecotec, azienda che ha uno stabilimento anche in Sardegna e che si occupa, tra le altre cose, di trattamento dei rifiuti industriali.

A capo della Ecotecgroup e della Ecotec Sardegna c’è Aldo Imerito, un astigiano di 75 anni, che ha proposto la propria tecnologia per la bonifica delle discariche dei fanghi rossi nel Sulcis, ma non ha ricevuto risposta. Ora ha un accordo con l’Alcoa per la realizzazione di un mega impianto in Texas.

La ricerca. «Siamo in Sardegna da 30 anni e da 20 abbiamo un centro di ricerche con il quale ci occupiamo di problemi ambientali - racconta Imerito -. Abbiamo anche la più grossa piattaforma di gestione dei rifiuti industriali della Sardegna. 10 anni fa abbiamo cominciato a esplorare il campo delle terre rare con particolare riguardo alle discariche presenti nel Sulcis. Quella che appartiene all’Eurallumina contiene 30 milioni di tonnellate di questo materiale».

Il capo della Ecotec fa una premessa importante: «I fanghi rossi sono la prima produzione della trasformazione della bauxite in allumina che poi diventa alluminio. Per avere un chilo di alluminio si producono due chili e mezzo di rifiuti. Il mondo produce attualmente circa 150 milioni di tonnellate l’anno di questa roba».

Da problema a risorsa. Smaltirla è diventato un problema per le aziende del settore, ma ora si prospetta un’altra strada: riutilizzare: «È oggetto di ricerca di mezzo mondo. Molti ci stanno lavorando perché i fanghi rossi continuano a mantenere al loro interno allumina, titanio, ferro e terre rare, in particolare scandio». Molto interesse soprattutto sullo scandio: «Un metallo strategicamente molto importante: viene impiegato in infiniti campi: nell’automotive, nell’elettronica, nelle armi. Fra tutte le 17 terre rare lo scandio è quello che vale di più. Parliamo di un minimo di 1.200 sino anche a 6mila euro al chilo».

Ma cosa c’entra la Ecotec? «Nel nostro centro ricerche c’è un impianto pilota al plasma quindi ad altissima temperatura. Abbiamo messo in piedi sistema di separazione dei metalli, in particolare le terre rare. Queste ultime presentano una grnde difficoltà di selezione per renderle pure».

Business miliardario. Dove sta l’interesse economico, dunque? «Abbiamo valutato che la discarica dell’Eurallumina abbia un patrimonio tra i 6.5 e i 7.5 miliardi, sottolineo miliardi, di euro. Quello che è lì dentro è valorizzabile, completamente».

Completamente? «Recuperi tutto, tranne forse un 10 per cento che è però può ancora essere riutilizzato».

Sembrerebbe l’uovo di Colombo: bonificare enormi discariche inquinanti e ricavarne preziose risorse: «Un paio d’anni fa feci un appello pubblico, dicendo che in quella discarica c’è lavoro per un secolo, ci sono prospettive di occupazione di alta specializzazione. Potremmo dare lavoro a 5-600 persone più l’indotto per un tempo lunghissimo e se l’Eurallumina dovesse ripartire potrebbe farlo anche solo recuperando l’allumina presente lì dentro. Ma anche se riprendesse a trattare la bauxite non dovrebbe più alimentare una discarica enorme come è stato fatto per tanto tempo».

Appello inascoltato. Da quell’appello non arrivò nulla: «Feci tutto quanto in mio potere parlando con la Regione, ma c’era il niet dei russi, che sono i monopolisti dello scandio insieme ai cinesi e se noi avessimo estratto scandio avremmo perturbato il mercato. Non abbiamo concluso niente».

Pragmatismo Usa. Poi, di recente qualcosa è cambiato: «Un anno fa è venuto a trovarci un signore inglese che aveva letto qualcosa di noi, aveva fatto una ricerca e ci disse che i nostri brevetti nel campo dei fanghi rossi sono i migliori. Con lui abbiamo siglato un accordo di riservatezza e un memorandum d’intesa. Poi è stata tirata dentro l’Alcoa per cui abbiamo siglato un accordo anche con l’Alcoa americana. Circa 15 giorni fa sono venuti trovarmi il vicepresidente assests e il capo del centro ricerche di eccellenza dell’Alcoa di Pittsburgh. Ci hanno fatto un interrogatorio durissimo di 30 ore, ci hanno fatto fare una prova per verificare la nostra capacità di analisi e ci hanno equiparato ai due migliori laboratori del mondo per la ricerca delle terre rare».

Impianto in Texas. Niente stabilimento in Sardegna: ora la prospettiva è di realizzarlo negli Stati Uniti: «Abbiamo deciso di lavorare con loro in Texas - dice Aldo Imerito -. Hanno una discarica importante in un porto vicino a Houston. Quel terreno potrebbe essere interessante per il porto e quindi hanno detto: perché non cominciamo a lavorare su questo? Dietro nostra indicazione hanno estratto una serie di campioni dalla discarica, ce li hanno mandati ed è venuta fuori la nostra capacità di sintesi. Loro hanno fatto fare delle altre ricerche a un laboratorio americano e hanno visto, confrontando le analisi, che combaciavano perfettamente. Adesso stiamo andando avanti con loro: entro il 15 di gennaio dobbiamo presentare un progetto da un milione di tonnellate all’anno».

Subito una partenza lanciata e in tempi rapidi: «La fabbrica media di allumina fa un milione di scarti all’anno quindi ci è stato detto: prepariamo un impianto di quelle dimensioni».

Non sarà un’impresa da poco: il gruppo italiano sta collaborando con il politecnico di Milano, in particolare con il professor Carlo Mapelli: «Lui è attualmente il riferimento per l’industria metallurgica - dice ancora Imerito -, con lui stiamo cercando un forno che abbia una capacità di mezzo milione di tonnellate. Parliamo di forni da 130 milioni».

L’ipotesi di lavorare in Sardegna è dunque tramontata? «Tutto questo è stato detto e spiegato e a chi amministra la Sardegna, ma siamo stati ignorati. Certo è strano andare a fare un impianto del genere, così complicato, a 8mila chilometri di distanza mentre potremmo farlo a 60».

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