La Nuova Sardegna

Nessuna deve sentirsi dire «non te la prendere»

di Enrico Corrias
Nessuna deve sentirsi dire «non te la prendere»

Cosa insegna la storia della giornalista molestata sessualmente e cosa dobbiamo ancora capire perché non accada mai più

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«Dai non te la prendere, non te la prendere». Questa è la tipica, solita, troppe volte sentita frase che viene ripetuta alle donne che subiscono violenze. Greta Beccaglia è la giornalista che, mentre andava in onda il suo servizio, al termine della partita Empoli-Fiorentina, ha subito molestie. Ma non basta, perché il manifestarsi della nostra annosa cultura patriarcale è infinito. Così, subite le molestie, con incredibile forza Beccaglia continua il servizio rimproverando il molestatore e si sente dire dal giornalista in studio «dai non te la prendere, non te la prendere».

Perché prendersela, era solo una toccatina. Perché reagire? Perché non subire, magari in silenzio. Ma non basta, non basta mai. Il giornalista in studio la sollecita a chiudere la diretta sicché possa sbrigarsela da sé, da sola. Come sempre accade, no?

Come sarebbe stato bello vedere un uomo, un giornalista che reagisce davanti alla violenza, che reagisce alla becera incarnazione della pseudocultura maschilista. Sì, sarebbe stato bello. Ma la nostra società non è pronta a tanta normalità. Noi viviamo continuamente quella “morte di dio” di cui ci parla Nietzsche, la attestiamo continuamente.

La attestiamo quando ci affanniamo a inseguire alte conversazioni durante la settimana della giornata mondiale contro la violenza sulle donne per poi girar la faccia davanti a quella stessa violenza, per poi consigliare ad una vittima di non prendersela, non in pubblico, giammai in diretta. Non sia mai che un uomo s'alzi dalla sua sedia di privilegi, non sia mai che s'unisca alla causa femminista, non sia mai che lotti contro le violenze di genere.

Il mio j’accuse non vuole crocifiggere quel giornalista, il mio j’accuse va alla informazione che in modo subdolo contribuisce ad alimentare quella cultura.

Parliamoci chiaro: se le vittime della violenza patriarcale smettessero d'essere descritte come la perfida Eva che, per il gusto di sfidare la sorte assaggia la mela del peccato, per poi ritrovarsi con una coltellata alla gola o al torace magari la pseudocultura patriarcale, diminuirebbe nei suoi nefasti effetti.

Ho poche semplici proposte. La prima è di chiamare nei nostri articoli le donne col loro nome e cognome. Troppe volte ho letto la mamma di…, la nonna di tre splendide bambine ha, la figlia di… è diventata. E a seguire i più alti incarichi. Chiamiamole col loro cognome e nome le donne perdio. Nei titoli, negli articoli, ovunque.

Poi costruiamo una lingua più inclusiva. Che problema c'è nel identificare una prima cittadina col termine sindaca, non sindaco-donna o simili. Qual è il problema del sostantivo ministra, non ministro donna. Se non esistono neanche i termini per identificare i ruoli di spicco delle donne, come pensiamo che la realtà possa cambiare? È un problema di strutture e sovrastrutture direbbe un importante pensatore.

Che difficoltà avete nel pronunciare il nome direttrice? Se domandare è lecito avrei altre cento e poi mille domande, poi altre cento questioni da porvi. Una nota giornalista ha fatto incidere sulla sua tomba la dicitura “scrittore”, non scrittrice. Nel suo primo vero romanzo la reporter protagonista, Giovanna, si fa chiamare Giò sicché possa sembrare un uomo, sicché la sua voce venga ascoltata.

A tutte le Giò che mi leggeranno dico questo: io son qui per dirvi che insieme costruiremo un mondo dove potrete essere Giovanna, dove nessuno vi costringerà ad assumere i panni di Giò. Lo costruiremo insieme quel mondo. A tutti gli altri, a loro lancio il mio j'accuse.

Enrico ha 18 anni e frequenta il liceo classico Azuni.

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