La Nuova Sardegna

L’Ats ha il bilancio in attivo: ora deve restituire 60 milioni

di Umberto Aime
L’Ats ha il bilancio in attivo: ora deve restituire 60 milioni

La Regione chiede indietro i soldi. Solo l’Aou di Sassari ha chiuso in passivo

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CAGLIARI. La sanità è sempre in affanno, le liste d’attesa si allungano, mancano i medici, ma nella contabilità ci sa fare. Delle cinque Aziende in attività solo una chiuderà in rosso il bilancio 2020, che per altro verso è stato invece l’anno peggiore dentro e fuori gli ospedali a causa della pandemia. Le notizie tecnico-amministrative sono due: l’Azienda universitaria di Sassari è l’unica a certificare una perdita d’esercizio, intorno ai due milioni, mentre l’Ats dovrà restituire 60 milioni alla Regione per aver ricevuto più finanziamenti del dovuto. Va subito sottolineato: non sono certo questi freddi numeri, che piacciono soprattutto ai contabili, a determinare la qualità di un sistema sanitario. Anzi, è spesso l’esatto contrario: quando i bilanci sono in linea di galleggiamento, oppure almeno abbastanza vicino a quel limite, capita che l’efficienza dei servizi al cittadino sia invece al di sotto degli standard previsti dalla regola del minimo garantito. È così anche in Sardegna, nell’attesa di una riforma che dovrebbe scattare dal primo gennaio, con il ritorno delle Asl, ma bisognerà vedere come e quanto riuscirà a raddrizzare un sistema malato soprattutto nella medicina territoriale.

I bilanci. Dalle tabelle pubblicate sul sito della Regione risulta che nel 2020 l’intero sistema sanitario ha chiuso con un attivo di 82 milioni e 440mila euro, ma come si vedrà è solo un risultato lordo. Dopo un quarto trimestre chiuso con un deficit intorno ai tre milioni, l’Azienda universitaria di Sassari lo ha abbattuto dopo aver ricevuto dalla Regione un finanziamento straordinario di 23,3 milioni alla fine dello stesso anno. Anche le altre Aziende hanno avuto un andamento molto simile: gli ultimi trimestri in rosso fino alla scatto a ridosso del 31 dicembre, con un segno finale positivo davanti al risultato d’esercizio. Così è stato per l’Ats, che dopo una previsione in perdita di 13 milioni è risalita fino a un utile di 80,6 milioni ma dopo averne incassato oltre 60 per coprire perdite presunte che poi non ci sono state. A chiudere in attivo il 2020 sono state anche l’Azienda Brotzu di Cagliari, ribattezzata Arnas dalla riforma, con 2,3 milioni, quella universitaria di Cagliari (+1,2) e l’Areus, compresa la gestione dell’elisoccorso, con 49mila euro. In totale, stando a questa tabella, il sistema sanitario avrebbe chiuso l’anno precedente con utile di oltre 82 milioni. Avrebbe, perché il netto reale è ben diverso e supera appena i 22 milioni.

L’Ats e i milioni in bilico. Qualche giorno fa, con una delibera di Giunta, la Regione ha preteso indietro 60 milioni. Sono soldi che ad aprile erano stati trasferiti dalla Regione all’Ats in previsione di un aumento dei costi e necessari per evitare che le casse andassero in sofferenza. Però, al momento del resoconto, è saltato fuori che comunque quello stesso bilancio si sarebbe chiuso con un utile, 20 milioni, e di conseguenza l’extra non era più necessario. In altre parole, l’Azienda dovrà restituire la sovvenzione straordinaria dopo averla depennata dalle entrate registrate l’anno scorso. Nella stessa delibera è precisato anche il motivo dell’insolita partita di giro: «Il risultato positivo – si legge – è dovuto a un rallentamento delle prestazioni sanitarie a causa delle procedure di sicurezza legate alla pandemia e inoltre a una significativa riduzione del costo del personale dovuta però solo al mancato turn over per assenza di operatori sanitari disponibili sul mercato del lavoro e in grado di coprire i posti vuoti in organico». Dunque, allargando la stessa motivazione anche alle altre Aziende, buona parte dei conti in attivo non sarebbe stata generata da una gestione più parsimoniosa delle entrate e delle uscite, ma dagli effetti della pandemia. Perché sarebbe stata proprio la chiusura a riccio del sistema, scelta inevitabile per bloccare la catena del contagio, a far diminuire i costi, cioè le prestazioni, e quindi ad aumentare il peso delle attività rispetto alle passività. Però questo ragionamento è tutto legato ai meccanismi della partita doppia e poco ha a che fare con la qualità del servizio. La conferma è che dall’anno più nero, il 2020, la sanità è uscita con le ossa rotte e gli effetti negativi di allora non sono stati ancora assorbiti da una rete che era e continua a essere zoppa.

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