Cinquant’anni di focacce Un libro racconta l’avventura del Milese
di Roberto Sanna
Mezzo secolo di focacce addentate e gustate di fronte al mare. Con lo sguardo ai bastioni da una parte, al golfo di Alghero dall’altra, in mezzo ai turisti che passeggiano osservando le barche che...
3 MINUTI DI LETTURA
Mezzo secolo di focacce addentate e gustate di fronte al mare. Con lo sguardo ai bastioni da una parte, al golfo di Alghero dall’altra, in mezzo ai turisti che passeggiano osservando le barche che attraccano lentamente al molo. Il Milese compie cinquant’anni e alzi la mano chi, almeno una volta, non si è tolto lo sfizio di comprare uno degli “street food” (se proprio vogliamo inserirlo in questa categoria) più venduti nella cittadina catalana.
Focacce prodotte e confezionate in una piccola bottega che è sempre rimasta uguale a se stessa: mentre il panorama attorno cambiava, cominciavano a proliferare le pizzerie e i ristoranti e la strada di fronte veniva trasformata in una magnifica passeggiata, il Milese restava lì, immarcescibile e ancorato alla tradizione.
Un’avventura magnifica che viene adesso celebrata da un libro scritto dal giornalista Pasquale Porcu, con le foto di Marco Ceraglia (a destra un’immagine tratta dal libro firmata proprio dal fotografo sassarese) ed edito da Carlo Delfino, volume che verrà presentato oggi alle 18 nei locali del Mercato civico. Interverranno alla serata l’autore, il sindaco Mario Conoci, Sonya Fiori (Il Milese),Giovanni Antonio Farris, Luciano Deriu e Antonio Furesi (sommelier dell’Ais).
«Due sono le cose da fare quando si visita Alghero: una gita alle grotte di Nettuno e una sosta al Milese» scrive Pasquale Porcu per cominciare il suo racconto. La storia parte da lontano, da una coppia di emigrati sardi che dopo quindici anni di lavoro tra l’Australia e Roma decide di rientrare a casa. Antonio Gavino Fiori, di Banari, e Maria Pasqua Provenzi, di Ittiri, nel 1971 rilevano e trasformano quella che era una semplice osteria sul porto di proprietà di Francesco Porcu, un commerciante di Milis che aveva deciso di intitolare al suo paese quel locale. Un locale frequentato soprattutto da pescatori, ma era ora di cambiare. Anche perché anche il mondo attorno al porto stava cambiando, era il grande momento dei cantieri edili destinati a dare il via al grande boom del turismo: l’idea vincente fu quella di proporre uno snack veloce, da gustare al volo o da portare in barca, in spiaggia o nel cantiere. Un grande successo che nasce prima di tutto dal pane. Le focacce sono fatte a misura di Milese da un panificio che sforna pezzi da 60 centimetri che alle 7 di mattina esce dal forno per essere portato al porto. Una produzione che quasi da sola regge l’attività del panificio, si ragiona nell’ottica dei quintali giornalieri e il consumo è sempre molto elevato perché anche nelle stagione “basse” i tavolini e le sedie davanti al locale sono sempre affollatissimi e in estate la produzione viene addirittura triplicata. Un rito che cinquant’anni dopo, con la figlia Sonya Fiori in cabina di regia, si ripete senza mai passare di moda: tante cose sono cambiate ad Alghero, ma non la focaccia del Milese.
Focacce prodotte e confezionate in una piccola bottega che è sempre rimasta uguale a se stessa: mentre il panorama attorno cambiava, cominciavano a proliferare le pizzerie e i ristoranti e la strada di fronte veniva trasformata in una magnifica passeggiata, il Milese restava lì, immarcescibile e ancorato alla tradizione.
Un’avventura magnifica che viene adesso celebrata da un libro scritto dal giornalista Pasquale Porcu, con le foto di Marco Ceraglia (a destra un’immagine tratta dal libro firmata proprio dal fotografo sassarese) ed edito da Carlo Delfino, volume che verrà presentato oggi alle 18 nei locali del Mercato civico. Interverranno alla serata l’autore, il sindaco Mario Conoci, Sonya Fiori (Il Milese),Giovanni Antonio Farris, Luciano Deriu e Antonio Furesi (sommelier dell’Ais).
«Due sono le cose da fare quando si visita Alghero: una gita alle grotte di Nettuno e una sosta al Milese» scrive Pasquale Porcu per cominciare il suo racconto. La storia parte da lontano, da una coppia di emigrati sardi che dopo quindici anni di lavoro tra l’Australia e Roma decide di rientrare a casa. Antonio Gavino Fiori, di Banari, e Maria Pasqua Provenzi, di Ittiri, nel 1971 rilevano e trasformano quella che era una semplice osteria sul porto di proprietà di Francesco Porcu, un commerciante di Milis che aveva deciso di intitolare al suo paese quel locale. Un locale frequentato soprattutto da pescatori, ma era ora di cambiare. Anche perché anche il mondo attorno al porto stava cambiando, era il grande momento dei cantieri edili destinati a dare il via al grande boom del turismo: l’idea vincente fu quella di proporre uno snack veloce, da gustare al volo o da portare in barca, in spiaggia o nel cantiere. Un grande successo che nasce prima di tutto dal pane. Le focacce sono fatte a misura di Milese da un panificio che sforna pezzi da 60 centimetri che alle 7 di mattina esce dal forno per essere portato al porto. Una produzione che quasi da sola regge l’attività del panificio, si ragiona nell’ottica dei quintali giornalieri e il consumo è sempre molto elevato perché anche nelle stagione “basse” i tavolini e le sedie davanti al locale sono sempre affollatissimi e in estate la produzione viene addirittura triplicata. Un rito che cinquant’anni dopo, con la figlia Sonya Fiori in cabina di regia, si ripete senza mai passare di moda: tante cose sono cambiate ad Alghero, ma non la focaccia del Milese.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
