La Nuova Sardegna

L’assessora Murgia: «Aggregare l’offerta e investire in qualità»

di Umberto Aime
L’assessora Murgia: «Aggregare l’offerta e investire in qualità»

I 350 milioni dell’Europa previsti anche per il 2023-2027 Col Pnrr sono già stati finanziati progetti per 12 milioni 

7 MINUTI DI LETTURA





CAGLIARI. Il giorno dell’insediamento Gabriella Murgia dichiarava: «Competenze sull’agricoltura? Mi documenterò in fretta».

Sono trascorsi mille giorni da quel 9 maggio 2019. Assessora, oggi che voto si darebbe?

«Non posso certo autovalutarmi. Ritengo che finora sia stata un’esperienza intensa e impegnativa. Credo di aver acquisito un bagaglio di conoscenze importante. Ho dovuto, inoltre, dedicare particolare impegno per individuare quelle soluzioni finanziarie che sostenessero il sistema delle imprese danneggiate dalle restrizioni scatenate dalla pandemia e anche dalle ripetute calamità naturali che hanno interessato la Sardegna nell’ultimo biennio».

Agricoltura e zootecnia pesano dal 4 al 5 % nel Prodotto interno lordo regionale: è una quota sottodimensionata?

«Penso che l’incidenza del comparto agricolo sia molto più rilevante rispetto a quanto riportano i tradizionali indicatori. L’agricoltura e la zootecnia alimentano un consistente indotto che va dai servizi ai trasporti, dall’industria al turismo. Il settore primario funge anche da start up per un vasto tessuto di piccole e medie imprese. Peraltro, negli ultimi anni, anche per effetto della programmazione gestita a livello regionale, abbiamo riscontrato maggiore interesse nei confronti dell’agricoltura, manifestato, in particolare, da giovani e da donne».

Aumentano gli investimenti, ma produttività e reddito continuano a essere sotto soglia.

«È vero, deve crescere la produttività media delle aziende agricole. Nei settori dell’ortofrutta, della viticoltura, dei cereali e della zootecnia deve migliorare il livello di organizzazione. Dobbiamo favorire l’aggregazione dell’offerta per affrontare i mercati nazionali ed internazionali con maggiore competitività. La prossima programmazione 2023/2027 dovrà puntare con decisione proprio su quest’aspetto, partendo dalla positiva esperienza maturata con il finanziamento dei Progetti integrati di filiera. Bisogna, inoltre, investire di più sulla certificazione di qualità per proteggerci dalle imitazioni».

Piani comunitari e per lo sviluppo rurale: a quanto ammontano i finanziamenti europei? Presto arriverà anche il Pnrr.

«L’agricoltura europea, e quindi anche quella sarda, è sostenuta da due Fondi. Il primo è quello di garanzia, Feaga, che finanzia i sostegni al reddito delle imprese attraverso i pagamenti diretti e le Organizzazioni comuni di Mercato. Poi c’è il Fondo per lo sviluppo rurale, Feasr, che va dalla sostenibilità ambientale agli interventi strutturali finalizzati a rendere competitive le imprese».

Tirate le somme, quanti milioni sono?

«Il primo pilastro eroga 150 milioni l’anno sotto forma di pagamenti diretti. Poi 160 milioni sono arrivano attraverso il Psr finanziato dal Feasr, e altri 30 milioni sono per le organizzazioni Comuni di mercato. Parliamo, in totale, di circa 340 milioni. Queste stesse quote dovrebbero essere garantite anche per il 2023/2027, con un possibile incremento dei pagamenti diretti. Infine, il Pnrr su cui le aspettative sono tante e che, con 12 milioni, ha già finanziato primi progetti dei Consorzi di bonifica. Abbiamo inoltre un buon “parco progetti” che contiamo di far finanziare dal 2022».

Qual è la capacità di spesa?

«La Sardegna ha un livello di spesa piuttosto alto. Nel Psr, come confermato dalla rete rurale e dall’agenzia Agea, si attesta da tempo tra le prime cinque regioni italiane. Di conseguenza non corriamo il rischio che ci chiedano indietro le risorse e abbiamo già quasi raggiunto gli obiettivi previsti per la fine del 2022».

Oltre alla velocità, più o meno scattante, è decisiva anche la qualità della spesa.

«È proprio su questo aspetto che stiamo lavorando, per rendere la spesa ancora più coerente con gli obiettivi di sviluppo individuati. Per fare un esempio, abbiamo investito molto nell’acquisto di macchine agricole e poco nella viabilità rurale. Dunque, dobbiamo puntare più sulle infrastrutture».

Oltre sessantamila aziende censite, in gran parte medio-piccole: il nanismo è peggio di un peccato capitale.

«Il numero delle aziende realmente inserito nel sistema economico è molto inferiore, circa la metà di quelle censite. Poi scontiamo una diffidenza storica nei confronti dei modelli di aggregazione. Anche il fallimento di una parte dei sistemi cooperativi nel passato, cito l’esempio delle cantine sociali, ha contribuito ad alimentare un senso di sfiducia. Ma stare “da soli” in un mercato ormai globalizzato è diventato impossibile».

Bisogna saper osare.

«È vero e per questo guardo con attenzione al modello che stiamo sperimentando: i Progetti integrati di filiera. Sono il futuro, perché rappresentano un sistema moderno di approccio al mercato coinvolgendo tutti gli attori, in particolare produttori e trasformatori, oltre a rappresentare uno strumento importante per il riequilibrio del reddito».

Attenzione, però, la Sardegna importa due terzi delle derrate alimentari che consuma.

«Ritengo che il vero obiettivo non sia l’autosufficienza alimentare. I gusti dei consumatori oggi sono molto diversi rispetto al passato e se non abbiamo le condizioni climatiche per produrre frutta tropicale o spezie orientali siamo costretti a importarle. Per altro verso abbiamo prodotti che suscitano grande interesse per l’esportazione. Dobbiamo concentrare l’attenzione e gli sforzi su queste produzioni potenziando quantità e qualità. Ripeto, oggi dobbiamo favorire l’aggregazione».

È vero, le eccellenze sono diverse, ma il resto della produzione continua ad arrancare.

«A mio avviso è in difficoltà il modo di fare agricoltura in Sardegna. I tempi sono cambiati e non si può proseguire con la logica di procedere ancora con tre linee separate: una produce, una trasforma e un’altra commercializza. Ci perde sempre il primo anello della catena, cioè il produttore, perché il valore aggiunto si realizza nell’ultimo, la commercializzazione. A questo punto è necessaria una maggiore integrazione tra i diversi attori delle varie filiere».

Commercializzare è un altro problema storico.

«Viviamo e produciamo in un’isola e questo comporta maggiori costi a carico delle imprese e sono spesso proprio questi costi a pregiudicare la loro competitività. Per questo è importante la rivendicazione sulla condizione di insularità. Le norme europee sulla concorrenza non consentono di sostenere con fondi pubblici il trasporto delle merci e questo fatto ci penalizza ancora tantissimo».

Il prezzo del latte ovino è sottoposto a troppe oscillazioni: arriverà mai quello giusto?

«Come ben sappiamo, il prezzo è nelle mani del mercato. Per quanto riguarda il latte ovino è agganciato ai listini del Pecorino romano Dop, che, in questo periodo, sono piuttosto favorevoli. È un effetto domino e infatti oggi la quotazione del latte è poco sopra l’euro per litro. Siamo, quindi, in una situazione molto diversa rispetto a due anni fa».

C’è, però, ancora molto da fare per riequilibrare i rapporti tra produttori e trasformatori.

«La strada giusta sono gli accordi di filiera e noi li stiamo stimolando con risorse a favore degli investimenti all’interno di questi accordi».

Innovazione e cambio generazionale sono le chiavi per la ripresa. A che punto siamo?

«Stiamo puntando molto sull’agricoltura di precisione. Poi sosteniamo con determinazione il ricambio generazionale e infatti altri 500 giovani stanno per diventare produttori al primo insediamento».

Dalla Blue tongue alla Peste suina: troppe epidemie. Serve una barriera sanitaria.

«Per quanto riguarda la Blue tongue, che ha manifestato una recrudescenza importante in questi ultimi mesi, ritengo che una “barriera” non sia realizzabile, dal momento che il vettore è un piccolo insetto difficile da contrastare. Dobbiamo potenziare, invece, lo strumento della vaccinazione e l’uso di repellenti, e infatti abbiamo individuato risorse per affrontare questa emergenza sanitaria. Per la Peste suina africana il discorso è diverso. Le ultime analisi confermano l’assenza di casi “positivi” nei nostri allevamenti. Penso che a breve la Commissione europea possa dichiararci ufficialmente “indenni” e consentirci, finalmente, di lavorare ed esportare i nostri ottimi prodotti».

Le relazioni con le associazioni sono complicate: è possibile un Patto condiviso?

«Stiamo lavorando su questo fronte. Mi rendo conto della difficoltà di condividere strategie comuni in tavoli dove sono rappresentati, spesso, interessi diametralmente opposti. Non ho registrato, in questi due anni, particolari atteggiamenti pregiudiziali. Per cui possono esserci i presupposti per un lavoro di squadra con l’unico obiettivo di aggredire e risolvere i principali e atavici problemi che attanagliano la nostra agricoltura».

Il Tavolo verde non è stato più convocato dalla primavera del 2018: tre anni e mezzo di vuoto sono un’esagerazione.

«Incontro ogni giorno tanti operatori e portatori d’interesse. Il confronto costante mi permette di avere costantemente “il polso” della situazione. Certo, l’emergenza sanitaria, tutt’ora in atto, ha limitato parecchio le possibilità d’incontro ma di recente abbiamo riunito il Tavolo verde per discutere della nuova Pac 2023/2027».

C’è ancora troppa burocrazia: la riforma delle Agenzie agricole è indispensabile.

«Di fatto, la riorganizzazione è in corso. Un anno fa è stato avviato l’Organismo pagatore regionale. Poi sono stati integrati i compiti dell’Agenzia Laore che oggi si occupa a pieno titolo degli aiuti non ricompresi nei Fondi europei. Certo, c’è ancora bisogno di completare il percorso, ma la via è tracciata».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative