La Nuova Sardegna

Specializzazione e qualità: è questa la strada da seguire

di Antonello Palmas
Specializzazione e qualità: è questa la strada da seguire

Tante criticità strutturali, ma dai giovani e dall’innovazione può arrivare la svolta Pesa l’abbandono delle zone interne, ci sono meno aziende ma più qualificate

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SASSARI. Ha tenuto meglio di tanti altri settori negli anni bui della pandemia. L'agricoltura sarda ha le sue criticità, alcune anche strutturali e difficili da affrontare, ma resta un pilastro dell’economia regionale, ma con ampi margini di miglioramento (basti pensare che nell’isola si importano i 2/3 delle derrate agroalimentari consumate). I suoi punti di forza sono le produzioni specializzate come quelle vinicole e in parte anche l’olivicoltura, oltre al carciofo che per la quasi totalità trova sbocchi nella Gdo del nord Italia. Ma grossi passi avanti potrebbero essere compiuti nel settore ortaggi e ortofrutta, che dipendono ancora troppo dalle importazioni (specie dalla Spagna) e che potrebbero invece dare maggiori soddisfazioni. Ringiovanimento degli addetti e professionalizzazione sono però decisive per una crescita vera e i segnali sono positivi.

Tra gli ortaggi, oltre ai carciofi, unico prodotto agricolo da esportazione (6.800 ettari tra Sassarese e Campidano), sono in evidenza i pomodori (23.500 ettari). In Gallura si produce inoltre circa l'80% del sughero italiano. I cereali sono coltivati in particolare nel Campidano (l’isola è tra le aree maggiori produttrici d’Italia con 21mila ettari, ma un tempo era molto più diffusa). Tra le coltivazioni con le maggiori superfici, vite (28mila), ulivo (41mila), agrumi (3mila, tra Oristanese e Sarrabus), meloni e angurie (6.300). Tutti i dati sono del 2020, i più recenti.

«L’ambito regionale è caratterizzato da dinamiche divergenti – spiega il direttore del dipartimento di agraria dell’università di Sassari, Pier Paolo Roggero – Da un lato c’è il fenomeno molto marcato dell’abbandono delle zone interne, le cui conseguenze le possiamo vedere in disastri come l’incendio del Montiferru, oppure nell’aumento del disturbo della fauna selvatica sulle attività agricole. Insomma una sorta di rinaturalizzazione delle campagne associata allo spopolamento, un trend che va avanti ormai da decenni e che ora tocchiamo con mano». Ma d’altra parte ci sono anche segnali molto positivi: «Le aziende sono diminuite, ma quelle che rimangono sono più qualificate, giovani e professionalizzate. Un fatto che però riguarda soprattutto le aree a vocazione più intensiva, come l’Oristanese. Siamo di fronte a un maggior numero di realtà dirette da giovani laureati, che già nei dati del censimento agricolo 2010 erano raddoppiate e mi attendo un ulteriore passo avanti con i nuovi dati. Ma la maggior parte dei conduttori sono anziani».

Diminuisce il numero di agricoltori (ora sono il 2-3% della popolazione, negli anni 50 erano anche il 30%) e aumentano le dimensioni delle aziende, perché con poco terreno non si sopravvive più. «La tendenza è: meno aziende ma più grandi, utilizzando solo in parte terreni di proprietà – spiega Roggero – che pure era la base fondiaria prevalente, ma che ora è soppiantata da affitto e comodato d’uso.

«Il settore vitivinicolo – fa notare Roggero – ha conosciuto un’evoluzione notevole che rappresenta un esempio: pur non aumentando la superficie vitata, è migliorata molto la qualità. Si sono compiuti passi da gigante rispetto agli scorsi decenni, questo perché chi ha investito è gente di alto livello professionale e con idee innovative. E chi produce l’uva è diverso da chi trasforma e da chi vende. E non c’è più una cantina che non abbia un enologo professionista». Un processo simile avrebbe enormi potenzialità nel campo dell’orticoltura (che ha visto sorgere realtà importanti, vedi L’Orto di Eleonora) e dove c’è un margine di crescita importante, e in parte anche nella frutticoltura. «Un processo che andrebbe incoraggiato, approfittando del ringiovanimento del settore. L’isola ha acqua a disposizione per l’orticoltura che tra l’altro non ha bisogno di enormi superfici. E se si riuscisse a puntare sulla qualità ci sarebbero ottime prospettive». In ogni caso l’agricoltura resta un settore che ha un suo perché e del quale non si può fare a meno: occorrono però avere idee, competenze e apertura mentale per farne un business.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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