La Nuova Sardegna

Un uomo stanco e braccato «Ma in carcere non torno»

di Valeria Gianoglio
Un uomo stanco e braccato «Ma in carcere non torno»

Prima notte a Badu’ e Carros per l’ex primula rossa del banditismo sardo

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NUORO. Il tampone, tre giorni di quarantena senza vedere nessuno, una sfilza di analisi per accertarne le condizioni di salute e le cure più urgenti per risolvere gli ultimi acciacchi figli del gelo. E soprattutto la prima dose di vaccino anti Covid che farà probabilmente tra oggi e domani. Le prime 24 ore da ergastolano di ritorno, per Graziano Mesina, nel carcere di Badu’ e Carros che conosce come le sue tasche e che non avrebbe mai più voluto vedere, sono state un susseguirsi di esami medici. E la vera battaglia della sua difesa, da adesso in poi, del resto, si giocherà proprio su quel campo pieno di difficoltà. Anche perché, vista l’impossibilità di ottenere una seconda volta la grazia, per evitare le sbarre e scontare la sua pena in modo alternativo non esistono più altre strade da tentare.

«L’ultima possibilità – spiega la sua avvocata, Beatrice Goddi, che insieme alla collega Maria Luisa Vernier segue da tempo le sorti giudiziarie di Mesina – è quella della sospensione della pena per incompatibilità con la detenzione in carcere legata a motivi di salute. Ma va ovviamente dimostrata dagli accertamenti medici. Mesina non può stare in carcere, le sue condizioni di salute non lo consentono e lo dimostreremo con le analisi. L’ultimo anno e mezzo di latitanza, del resto, lo ha molto messo alla prova. Nell’unico colloquio di venti minuti che abbiamo potuto fare con lui lo abbiamo trovato parecchio più magro e provato, sia dal punto di vista fisico, sia da quello psicologico. Ci ha solo detto che era sparito perché per lui rientrare in carcere sarebbe stato come morire. Ha anche aggiunto che aveva girato molto, nell’ultimo anno e mezzo, e che era stanco. Gli abbiamo dato le condoglianze per i lutti in famiglia che aveva avuto nell’ultimo periodo, e lui ci ha ringraziato. Ci ha anche ricordato che proprio il giorno della cattura, cadeva il primo anniversario della morte della cara sorella Antonia, alla quale era molto legato e con la quale aveva anche a lungo convissuto a Orgosolo».

Ma durante il veloce colloquio con le sue avvocate - prima di salutarle e di cominciare la quarantena - Graziano Mesina, a quanto pare, ha dato più di un segnale del fatto che durante la latitanza si fosse tenuto informato e che avesse letto i giornali con attenzione. Il suo anno e mezzo da maturo uccel di bosco, dunque, non lo ha trascorso in un eremo sperduto ma in mezzo o comunque non troppo lontano dalla civiltà. E anche a portata di edicola, di medicinali, di garze e cerotti con i quali cercava di medicarsi le ferite e qualche piaga figlia dei continui cambi di giaciglio e di sistemazioni di fortuna.

«Ho girato molto», ha ripetuto alle sue avvocate di fiducia, prima che gli agenti di polizia penitenziaria lo riportassero in cella, nella sezione di alta sorveglianza di Badu ’e Carros, dove conosce metro per metro. Ma anche il suo anno e mezzo da latitante, del resto, per Mesina evidentemente non è certo trascorso tra gli agi e le comodità. Chi lo ha visto da vicino dice che a giudicare dal suo aspetto e dalle sue condizioni di salute, deve aver patito molto il freddo, i letti improvvisati, e soprattutto i continui spostamenti fatti per diverse ragioni. Sia perché difficilmente, data la sua presenza ingombrante, avrebbe trovato qualcuno disposto ad accoglierlo e rischiare dunque per molto tempo, sia perché una permanenza prolungata alla lunga avrebbe destato per forza qualche sospetto. Anche per questa ragione, gli investigatori più navigati e d’esperienza ritengono che pure l’appartamento nel quale è stato catturato, a Desulo, non fosse da molto tempo il suo ricovero. Tutt’altro: fosse una sistemazione solo da qualche giorno e per poco ancora. Tant’è che quando i carabinieri lo hanno fermato aveva una zainetto con tutto l’occorrente, e il vestiario in particolare, già pronto per uno spostamento immediato.

A Desulo e non solo, tuttavia, sono in tanti a pensare che qualcuno abbia parlato e rivelato la presenza di Mesina in quell’ appartamento nella periferia del paese. Un “canarino” insomma, che avrebbe dato la soffiata giusta per catturarlo o che si sia lasciato scappare qualche parola di troppo, proprio in un momento, tra l’altro, nel quale il freddo delle ultime settimane aveva logorato il fisico da quasi 80enne e lo spirito di Mesina. Certo è che in questi mesi da uccel di bosco, Graziano Mesina ha avuto diversi “favoreggiatori”.

Chi lo ha ospitato per diverse notti, chi gli ha procurato i medicinali necessari per la sua salute, chi gli ha portato i giornali, preparato il cibo, dato le dritte giuste per sfuggire all’imponente apparato di investigatori che lo cercava dal luglio dell’anno scorso. Fino all’altra notte, all’irruzione nell’appartamento di via Nuoro, a Desulo. «Per me rientrare in carcere è come morire, per questo sono scappato», ha ripetuto alle sue avvocate, dopo essere tornato a Badu ’e Carros.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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