Il no del “balente” a chi voleva aiutarlo
di Mauro Lissia
Un amico-mediatore di recente ha tentato di convincere Graziano a costituirsi
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CAGLIARI. Forse Graziano Mesina era convinto di farcela ancora per un po’, di andare avanti, di restare alla macchia per altri giorni o mesi, superando anche l’ostacolo degli ostacoli: il costo economico della latitanza, un costo altissimo. A confermarlo sono le informazioni che arrivano in parallelo a quelle ufficiali, il racconto di quella rete fitta di interessi che si forma attorno a una figura visibile e complessa come quella del bandito orgolese: qualcuno, in tempi molto recenti, gli aveva fatto balenare la proposta di costituirsi o di creare comunque le condizioni per uscire dal buio di una vita nascosta, divenuta dopo un anno e mezzo insostenibile per un uomo di quasi ottant’anni.
Il racconto è dettagliato, sebbene non trovi alcun riscontro negli uffici della Procura Generale: c’è un approccio indiretto, un contatto attivato attraverso un amico-mediatore di Cagliari. C’è il messaggio di una persona che Mesina conosce bene, con cui ha avuto rapporti stretti in un passato anche recente. Sembrano esistere dunque le condizioni per stringere un patto basato sulla parola tra l’ergastolano e chi si offre di dargli una mano. Graziano è stanco, provato nel fisico, è l’immagine della sofferenza, dimagrito al punto che ad alcune immagini della cattura viene imposto l’embargo.
Si fa spazio la possibilità di uno scambio, lui che tende mestamente i polsi alle forze dell’ordine e il sistema giudiziario che ne tiene conto, che valuta il gesto come fosse un atto tardivo ma tangibile di redenzione. Nessun impegno formale, ovviamente: l’ultima fuga di Grazianeddu non ha certo orientato la sezione di sorveglianza del tribunale alla benevolenza. Un Mesina in libertà però non fa comodo a nessuno, considerate anche le modalità e le ragioni della fuga. La sostanza dell’accordo, sul filo delle ipotesi, è ancorata alle condizioni di salute del detenuto prossimo venturo, condizioni che a settantanove anni e dopo diciotto mesi vissuti da fuggiasco non sono certo quelle di un ragazzo. La proposta ha viaggiato su canali misteriosi e dicono che sia arrivata puntualmente al destinatario. Mesina l’ha valutata, chissà se ha avuto anche solo la tentazione di chinare il capo e arrendersi a una realtà senza vie d’uscita indolori. La certezza è che ha risposto no, ha negato la disponibilità a costituirsi, ha chiuso gli occhi di fronte al denaro che cominciava a scarseggiare, al rischio sempre più evidente di commettere una distrazione, come è avvenuto, finendo nelle mani della giustizia. Un no risoluto, figlio probabilmente di una tendenza alla balentìa mai sopita e ancora viva nel Mesina degli anni duemila, il trafficante di droga che minacciava gli spacciatori di Cagliari e trattava da pari a pari, col piglio del boss, coi criminali albanesi. Il Mesina che fa il Mesina, inflessibile anche di fronte a una proposta ragionevole, che fra l’altro gli avrebbe consentito di venir fuori vincente dal guado maleodorante della latitanza, per rientrare a Badu e Carros senza che nessuno fosse riuscito a interrompere la sua latitanza, senza che il suo troppo sbandierato mito dell’inafferrabilità uscisse ferito da questa pagina priva di qualsiasi risvolto romantico o letterario, una pagina ingiallita in partenza perché distopica, estranea al tempo presente. Niente: Mesina ha rifiutato l’idea nata fra chi voleva provare ad aiutarlo dopo averlo aiutato in passato, forse dentro di sé ha sperato che la realtà si dilatasse, prendesse una forma alternativa e una qualsiasi stanza disadorna, a Desulo o altrove, potesse trasformarsi nell’eremo silenzioso del suo tramonto, con un giaciglio dove trascorrere le notti solitarie e l’ultimo gruzzolo, seimila euro, a ricordagli che nessuno a questo mondo dà niente per niente.
Il racconto è dettagliato, sebbene non trovi alcun riscontro negli uffici della Procura Generale: c’è un approccio indiretto, un contatto attivato attraverso un amico-mediatore di Cagliari. C’è il messaggio di una persona che Mesina conosce bene, con cui ha avuto rapporti stretti in un passato anche recente. Sembrano esistere dunque le condizioni per stringere un patto basato sulla parola tra l’ergastolano e chi si offre di dargli una mano. Graziano è stanco, provato nel fisico, è l’immagine della sofferenza, dimagrito al punto che ad alcune immagini della cattura viene imposto l’embargo.
Si fa spazio la possibilità di uno scambio, lui che tende mestamente i polsi alle forze dell’ordine e il sistema giudiziario che ne tiene conto, che valuta il gesto come fosse un atto tardivo ma tangibile di redenzione. Nessun impegno formale, ovviamente: l’ultima fuga di Grazianeddu non ha certo orientato la sezione di sorveglianza del tribunale alla benevolenza. Un Mesina in libertà però non fa comodo a nessuno, considerate anche le modalità e le ragioni della fuga. La sostanza dell’accordo, sul filo delle ipotesi, è ancorata alle condizioni di salute del detenuto prossimo venturo, condizioni che a settantanove anni e dopo diciotto mesi vissuti da fuggiasco non sono certo quelle di un ragazzo. La proposta ha viaggiato su canali misteriosi e dicono che sia arrivata puntualmente al destinatario. Mesina l’ha valutata, chissà se ha avuto anche solo la tentazione di chinare il capo e arrendersi a una realtà senza vie d’uscita indolori. La certezza è che ha risposto no, ha negato la disponibilità a costituirsi, ha chiuso gli occhi di fronte al denaro che cominciava a scarseggiare, al rischio sempre più evidente di commettere una distrazione, come è avvenuto, finendo nelle mani della giustizia. Un no risoluto, figlio probabilmente di una tendenza alla balentìa mai sopita e ancora viva nel Mesina degli anni duemila, il trafficante di droga che minacciava gli spacciatori di Cagliari e trattava da pari a pari, col piglio del boss, coi criminali albanesi. Il Mesina che fa il Mesina, inflessibile anche di fronte a una proposta ragionevole, che fra l’altro gli avrebbe consentito di venir fuori vincente dal guado maleodorante della latitanza, per rientrare a Badu e Carros senza che nessuno fosse riuscito a interrompere la sua latitanza, senza che il suo troppo sbandierato mito dell’inafferrabilità uscisse ferito da questa pagina priva di qualsiasi risvolto romantico o letterario, una pagina ingiallita in partenza perché distopica, estranea al tempo presente. Niente: Mesina ha rifiutato l’idea nata fra chi voleva provare ad aiutarlo dopo averlo aiutato in passato, forse dentro di sé ha sperato che la realtà si dilatasse, prendesse una forma alternativa e una qualsiasi stanza disadorna, a Desulo o altrove, potesse trasformarsi nell’eremo silenzioso del suo tramonto, con un giaciglio dove trascorrere le notti solitarie e l’ultimo gruzzolo, seimila euro, a ricordagli che nessuno a questo mondo dà niente per niente.
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