Il dottore che salvò Babbo Natale e i sogni di un bimbo
«Ma se sta male i regali chi ce li porta»? «Qualcuno lo farà, vedrai. Ci penseranno gli elfi»
È l’acrilico, pensa il signore: è il vestito che lo fa sudare, che gli stringe il petto, che gli sta troppo stretto; è parlare da ore camuffando l’accento con bimbi e genitori, è la barba messa col mastice, la musica alta nelle casse, la coda di famiglie che parte dal parcheggio del centro commerciale; è che Giulia vuole una Barbie e Michela un videogioco. E Sandrino gli tocca gli occhiali e sposta il naso in silicone e poi serve del tempo per rimetterli a posto. O forse no. Il dubbio gli viene di colpo, quando sente il dolore che sale e gli prende le braccia, la pancia, la testa. Poi, il buio.
«Mamma, cos’ha Babbo Natale?»
Chiamano l’ambulanza, a lui tagliano i vestiti. C’è un defibrillatore ma nessuno lo sa usare. La musica si spegne e la coda si dirada e le domande dei bambini non si fermano e le mamme mettono via le letterine nelle borse o nelle tasche dei cappotti e prendono i figli per mano e li spostano piano, in un lato qualunque di quella sala enorme, per non farli guardare.
«Niente, Sandrino. Sta solo un po’ male. In caso torniamo dopo».
Un papà è un medico, un altro un poliziotto, e mentre si avvicinano la linea uguale e scura di persone si fa cerchio, la gente vuole vedere, l’uomo non ha polso e qualcuno inizia a urlare di fare qualcosa, presto.
«Ma se Babbo Natale sta male, i regali chi li porta?»
Il cerchio adesso è ovale, il poliziotto ha chiesto spazio e si è messo a murare la scena ed è tutto un saltare di sguardi e di occhiate che provano a sbirciare, a intravedere, a passargli tra le gambe o dietro il collo, pur di capire se su quel torace ci sono delle mani che spingono dall’alto o se lo stanno lasciando morire.
«Qualcuno li porta, vedrai. Ci penseranno gli elfi!»
Finalmente l’ambulanza. L’ovale torna cerchio, ma si allarga. I genitori sono in crisi, sono finite le risposte e le domande sono troppe ed è meglio andare via, e Giulia inizia a piangere e Michela non capisce e Sandrino dice a mamma che prima ha spostato il naso di Babbo e forse è per questo che sta male. E dalla porta girevole arriva un esercito di Babbi Natale, una dozzina almeno, corrono tutti verso il collega e i bambini che parlavano tanto, adesso non sanno parlare. Sandrino sì.
«Mamma, ma quanti Babbo Natale ci sono?»
Poi, un rumore di passi veloci e confusi, e da un cappuccio giallo limone esce una ciocca di capelli castani e un gemito forte, quasi un rumore, e un urlo di donna: «Papà, papà, sono qui». Fa per tenergli la mano ma il padre dottore la allontana, ché le scariche sono corrente e lei non lo può toccare, nessuno lo tocca quando parte la scarica. La figlia toglie il cappuccio, piange e continua a parlare, la voce col pianto si è fatta pastosa e trema: «Papà, non lasciarmi, lo so che mi senti, non lasciarmi». Avrà trent’anni, o giù di lì, e non può lasciarlo andare.
«Ce ne sono tanti, di Babbi Natale, amore mio».
Il cerchio ora è un’ellissi. Si continua a rianimare. Sandrino sposta la mano della mamma e non riesce a non guardare un altro Babbo che si toglie la barba, il cappotto, la parrucca e i bracciali, e mette le mani fra i capelli corti e gira su se stesso senza un’idea o un pensiero da fare che non sia prepararsi al peggio, realizzarlo, accettarlo. Sandrino si avvicina, l’uomo sbianca subito e non ha la prontezza di voltarsi o rimediare in qualche modo e si trova davanti un piccino che gli arriva alla vita e lo osserva come un bambino osserva un mostro, o un dinosauro.
«Babbo, ma tu esisti?»
Fra la madre e il signore c’è uno scambio di sguardi, perché Sandrino è un pargolo con un paio di occhiali che riflettono i sogni speciali che gli vivono dentro, e i giochi e la purezza di chi crede nel bene del mondo, e crede che vinca sempre sul male. Potrebbe essere suo figlio e ha il diritto di illudersi, di ignorare. Anche stavolta. Babbo sceglie il silenzio e accarezza la testa del bambino, che potrebbe piangere ma non piange, e potrebbe urlare ma non urla. Forse non lo realizza, torna dalla mamma e le sussurra: «Ma gli ho fatto male quando gli ho spostato il naso?»
Un urlo riempie il vuoto e partono gli applausi. La gente ora sorride e l’ellissi si fa a pezzi. Arriva una barella, è ancora molto grave e il tempo è ancora poco, ma la figlia tocca il padre. La mamma di Sandrino piange, si commuove, e abbraccia forte suo marito, il papà dottore. Arriva molta gente e gli stringono la mano tutti quelli che formavano il cerchio e l’ovale e l’ellisse finale e tornano a casa, alla vita uguale.
Sandrino dorme poco quando non sa di sognare. Lo sveglia una chiamata dal telefono del padre. E lo vede passare in corridoio, con la testa bassa e il pigiama addosso e il cellulare stretto in una mano, a oscillare avanti e indietro, indietro e avanti.
«Papà, cosa succede?»
«Mi hanno chiamato dal reparto. Devo andare, amore».
«Sai come sta il signore?»
«Quale signore?»
«Quello che hai salvato».
«Ne salvo tanti, Sandrino. Dai, dormi, che domani tu, Michela e Giulia dovete andare a scuola, che è l’ultimo giorno e poi c’è vacanza e andiamo in montagna dai nonni!»
«Papà, ma tu hai salvato Babbo Natale!»
«No, amore, Babbo Natale sta benissimo e fra qualche giorno viene a trovarci, ma sta benissimo, te lo assicuro».
«Dai, lo so che lo hai salvato!»
«Lo avrai sognato, amore. Tu sogni sempre tante cose quando sei senza occhiali!»
Sandrino riavvolge il sogno e ci ripensa. Poi, sorride.
«Sì, ho sognato. Sai perché ho sognato, papà?»
«Perché? Dimmi, tesoro».
«Perché c’era un altro Babbo Natale che si è tolto la barba e il cappello e la parrucca, e mi ha dato una carezza, ed era uguale a te».
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