L’invito dei vescovi sardi «No alla rassegnazione»
di Mario Girau
Per la Chiesa isolana è indispensabile non arrendersi ai drammi della pandemia Ripartire dalla preghiera senza perdere la speranza, costruire un mondo giusto
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SASSARI. L’uomo non deve arrendersi e rassegnarsi alla logica della pandemia che genera rassegnazione e pessimismo, non è il tempo della passività ma di un nuovo impegno e slancio per modificare la realtà. I messaggi natalizi dei vescovi sardi invitano a reagire, a regalare fiducia, a generare pensieri e gesti fecondi: «Per Dio le storie di morte non possono né devono averla vinta» dice Antonello Mura presidente dei vescovi sardi e vescovo di Nuoro e Lanusei. «Egli non sopporta vecchiume e aridità, non solo spirituale, che ci accompagnano». La vita dell’uomo, infatti, vale davvero tanto: «Lo stupore per la carità del Dio che nasce nella grotta di Betlemme – spiega Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari e vicepresidente della Cei - diventa stupore per l’uomo e l’incommensurabile valore di ogni vita. Un Dio che nasce bambino annuncia e difende questo valore. Ciascuno vale più del mondo intero. Andiamo anche noi verso i nostri fratelli che hanno bisogno di essere cercati e ritroveremo Dio stesso».
«Come ci ricorda papa Francesco, la bellezza del Natale – aggiunge Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari - traspare nella condivisione di piccoli gesti di amore concreto. Si tratta di una bellezza che non è alienante, né superficiale o evasiva. Anzi, al contrario allarga il cuore e lo apre alla gratuità e al dono di sé, e può generare anche dinamiche culturali, sociali ed educative».
«Solo un amore solidale e reciprocamente scambiato – ricorda Sebastiano Sanguinetti vescovo di Tempio-Ampurias - dà ai rapporti interpersonali e sociali un senso compiuto ed appagante». La logica divina è diversa da quella umana: «Per il nostro mondo duro, violento, sconvolto da tanti crimini e da tanti egoismi - osserva Corrado Melis, vescovo di Ozieri - la cosa normale sarebbe che Dio si rivelasse ad esso come un giudice severo, che venisse ad infliggere castighi meritati. Invece egli manifesta amore mandando il suo figlio, che si presenta a noi con la debolezza e la dolcezza di un bambino. Siamo amati così come siamo».
«Chi crede in Gesù – parole di Mauro Morfino, vescovo di Alghero-Bosa - non si abbatte, non si consegna al comodo disimpegno, ma alza la testa. Assume questa postura chi è in cammino, chi è sorretto dalla speranza, chi dà spazio alla curiosità nei riguardi della vita ed è abile ad orientare i desideri del cuore. A testa bassa, al contrario, guardando ostinatamente giù, nessuno può sperare di vedere qualcosa di grande, di bello, di aperto. No, proprio non siamo fatti per razzolare!». Per tutto questo ci vuole la fede «che ci salva e dà occhi limpidi per vedere - è il messaggio di Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias - il senso vero della vita, per non perdere mai la speranza, per camminare insieme e costruire un mondo di giustizia».
Per ripartire a testa alta è essenziale l’apporto della preghiera: «Per le famiglie, specialmente per quelle per cui questo Natale sarà duro, perché – scrive Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e vescovo di Ales-Terralba - si è rimasti senza lavoro o si è oppressi da un lavoro ingiusto. Penso alle persone più povere che vivono nell’incertezza dell’oggi e del domani. Prego anche per tutti coloro che sono capaci di creare lavoro - scrive ancora l’arcivescovo Carboni - e rendere molte persone serene perché sostengono le loro famiglie con la dignità e la sicurezza che deriva dal lavoro».
«Come ci ricorda papa Francesco, la bellezza del Natale – aggiunge Gian Franco Saba, arcivescovo di Sassari - traspare nella condivisione di piccoli gesti di amore concreto. Si tratta di una bellezza che non è alienante, né superficiale o evasiva. Anzi, al contrario allarga il cuore e lo apre alla gratuità e al dono di sé, e può generare anche dinamiche culturali, sociali ed educative».
«Solo un amore solidale e reciprocamente scambiato – ricorda Sebastiano Sanguinetti vescovo di Tempio-Ampurias - dà ai rapporti interpersonali e sociali un senso compiuto ed appagante». La logica divina è diversa da quella umana: «Per il nostro mondo duro, violento, sconvolto da tanti crimini e da tanti egoismi - osserva Corrado Melis, vescovo di Ozieri - la cosa normale sarebbe che Dio si rivelasse ad esso come un giudice severo, che venisse ad infliggere castighi meritati. Invece egli manifesta amore mandando il suo figlio, che si presenta a noi con la debolezza e la dolcezza di un bambino. Siamo amati così come siamo».
«Chi crede in Gesù – parole di Mauro Morfino, vescovo di Alghero-Bosa - non si abbatte, non si consegna al comodo disimpegno, ma alza la testa. Assume questa postura chi è in cammino, chi è sorretto dalla speranza, chi dà spazio alla curiosità nei riguardi della vita ed è abile ad orientare i desideri del cuore. A testa bassa, al contrario, guardando ostinatamente giù, nessuno può sperare di vedere qualcosa di grande, di bello, di aperto. No, proprio non siamo fatti per razzolare!». Per tutto questo ci vuole la fede «che ci salva e dà occhi limpidi per vedere - è il messaggio di Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias - il senso vero della vita, per non perdere mai la speranza, per camminare insieme e costruire un mondo di giustizia».
Per ripartire a testa alta è essenziale l’apporto della preghiera: «Per le famiglie, specialmente per quelle per cui questo Natale sarà duro, perché – scrive Roberto Carboni, arcivescovo di Oristano e vescovo di Ales-Terralba - si è rimasti senza lavoro o si è oppressi da un lavoro ingiusto. Penso alle persone più povere che vivono nell’incertezza dell’oggi e del domani. Prego anche per tutti coloro che sono capaci di creare lavoro - scrive ancora l’arcivescovo Carboni - e rendere molte persone serene perché sostengono le loro famiglie con la dignità e la sicurezza che deriva dal lavoro».
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