la testimonianza di un vigile del fuoco
«L’aereo era avvolto dalle fiamme e noi sentivamo l’odore della morte»
SASSARI. Quelle immagini lo accompagnano da 47 anni. Dario Pidello aveva 22 anni quando, da vigile del fuoco volontario al distaccamento di Caselle Torinese, arrivò per primo sul luogo della sciagura...
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SASSARI. Quelle immagini lo accompagnano da 47 anni. Dario Pidello aveva 22 anni quando, da vigile del fuoco volontario al distaccamento di Caselle Torinese, arrivò per primo sul luogo della sciagura insieme alla sua squadra: «La caserma era a poche centinaia di metri dall’area dell’impatto. Ricordo che erano passate da poco le 13.30 e che avevamo appena finito di mangiare quando sentimmo un boato seguito a poca distanza dal suono della sirena d’allarme. Non sapevamo cosa fosse accaduto e di certo non pensavamo di trovarci davanti ad una scena come quella. Per me era uno dei primi interventi, un battesimo del fuoco che definirei traumatico». Il primo ricordo che affiora dalla mente di Dario, oggi 69enne, non è un’immagine: «Ricordo quell’odore, era il terribile olezzo della morte mista al gasolio. Dopo quel giorno non mangiai carne per due anni». Poi, arrivano le immagini: «Due strisce di fuoco lunghe centinaia di metri, fino alla cascina su cui si era appoggiato l’aereo o, meglio, quello che ne restava. Era spezzato in due e avvolto dalla fiamme. Noi avevamo una piccola autobotte, con circa 1500 litri d’acqua e appena 40 di schiumogeno. Per domare quel rogo ne sarebbero serviti migliaia. Ricordo di aver visto tre superstiti uscire dall’aereo, ricordo una donna completamente avvolta dalle fiamme che camminava verso la cascina. Forse si erano salvati perché seduti vicino allo squarcio che aveva spezzato l’aereo. Dopo la tragedia, parlando con le persone che vivevano in quell’area di Caselle Torinese, capii fino in fondo cosa accadde. Molti passeggeri erano sopravvissuti all’impatto, si accalcavano sui finestrini per chiedere aiuto. La cabina era invasa dal fumo e stavano soffocando. I soccorritori se ne resero conto e provarono ad appoggiare una scala sulla carlinga, con l’intenzione di risalirla e, con una mazza, di sfondare i finestrini. Fecero in tempo a trovare la scala, poi ci fu un’esplosione e calò il silenzio. Erano tutti morti». L’attenzione dei giovani vigili del fuoco si concentrò sulla cabina: «Sentivamo dei colpi, c’era qualcuno ancora vivo. Utilizzammo tutta la nostra autobotte per evitare che il fuoco raggiungesse la cabina fino a quando, non sappiamo nemmeno come, dalle lamiere venne fuori un membro dell’equipaggio. Ricordo solo che era molto giovane, il suo viso era coperto di fuliggine, forse era ustionato, ad ogni modo riuscimmo a salvarlo». Si trattava forse di Giampaolo Sciarra, 28 anni, assistente tecnico dell’Itavia, o del pilota, Domenico Romeo, morto poco dopo durante il trasporto in ospedale. Il rogo venne spento con l’aiuto dei vigili aeroportuali, che in un primo momento vennero dirottati in un luogo lontano da quello della sciagura: «Fu quando sembrava tutto finito che iniziò il lavoro peggiore. Fummo noi a raccogliere i cadaveri, o quello che ne restava, e a metterli nei sacchi di plastica. Era terribile, ci allontanavamo a turno, vinti dai conati, e e poi ritornavamo al lavoro». Quando Dario scopre che sono pochi in Sardegna a ricordare quell’episodio, si stupisce: «Davvero? Strano, le vittime furono quasi tutte sarde». (c.z.)
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