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Beppe Pisanu: «Cossiga fu eletto subito per merito di Zaccagnini»

Alessandro Pirina
Beppe Pisanu: «Cossiga fu eletto subito per merito di Zaccagnini»

L’ex ministro dell’Interno ricorda: «Forti resistenze della sinistra Dc e del Pci Decisivo fu l’intervento dell’ex segretario. Le picconate? Gli hanno nuociuto»

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SASSARI. Più di una volta il suo nome è stato fatto per il Quirinale, anche per l’apprezzamento bipartisan ricevuto mentre svolgeva funzioni di parte. Addirittura, ai tempi del governo Berlusconi, la sua gestione del Viminale era spesso più in sintonia con il centrosinistra che con la Lega alleata. Beppe Pisanu, 85 anni compiuti proprio ieri, racconta le tante corse per il Quirinale vissute da protagonista: da parlamentare di spicco di Dc e Forza Italia e da uomo delle istituzioni.

Senatore Pisanu, la sua carriera politica inizia nella Dc sassarese, di cui il leader era Antonio Segni. Cosa rappresentava per lei?

«Al momento della sua elezione alla presidenza della Repubblica Segni era già uno statista di levatura internazionale. Per me era il leader lungimirante che aveva assecondato con sapienza il rinnovamento della Dc sarda, a partire dalla rivoluzione sassarese dei Giovani turchi nel 1956, e ancora per me il più lucido ed efficace riformatore tra tutti i politici sardi. Pensi alla riforma agraria, al disegno allora rivoluzionario di smantellare i latifondi e di trasformare i braccianti agricoli in piccoli proprietari, rispondendo così alle plebi meridionali affamate di “terra per chi la lavora” e ai nostri contadini che invadevano “terre incolte e insufficientemente coltivate” della Nurra di Sassari e Alghero. Pensi ai grandi progetti per le risorse idriche che affrancarono la Sardegna da secoli di sete e siccità, al potenziamento dei collegamenti marittimi e aerei, al finanziamento del primo Piano di rinascita e così via. Seguii gli estenuanti scrutini del 1962 alla radio con una passione che non avrei più provato da grande elettore. Cossiga che invece votava, scrissero i giornali, si prese il “mal di quorum”. L’elezione di Antonio Segni fu dunque - e non solo per me - una sorta di vittoria storica della Sardegna».

Salvo un biennio, lei siede in Parlamento dal 1972 al 2013. Ha partecipato alle votazioni che hanno portato alle elezioni di Pertini, Cossiga, Ciampi, Napolitano: hanno tutti avuto il suo voto?

«Li votai tutti e quattro, ma non con eguale convinzione».

Quando arriva in Parlamento nel 1972 al Quirinale c’è da pochi mesi Giovanni Leone: qual è il suo ricordo?

«Sapevo bene che all’interno della Dc la scelta di Leone fu l’ultimo espediente dei dorotei contro la candidatura politicamente più significativa del mio leader Aldo Moro. Gli effetti di quella dura contrapposizione si avvertivano dappertutto quando per la prima volta entrai nelle aule parlamentari. Ci volle tutta l’intelligenza e la generosità politica di Aldo Moro per dissiparli, ma anche il presidente Leone fece la sua parte muovendosi con dignità e reale indipendenza».

Nel 1975 diventa capo della segreteria politica di Zaccagnini: il partito come visse le dimissioni di Leone?

«Direi che le subì con molta amarezza. Leone fu vittima di una ignobile campagna di stampa condotta dalla cosiddetta sinistra radical chic e alimentata da soggetti deviati degli apparati di sicurezza. Purtroppo questa campagna ebbe larga eco nella pubblica opinione e in diversi settori parlamentari. A tal punto che le dimissioni apparvero allo stesso Leone come il solo rimedio per salvaguardare le istituzioni repubblicane. Poco dopo alla prova dei fatti le accuse contro di lui caddero una ad una con tutta la loro sporcizia, ma nessuno degli accusatori e accusatrici sentì il dovere di chiedergli scusa. A volte politica e informazione sono davvero crudeli».

Nel 1978 viene eletto Sandro Pertini su proposta di Craxi: è vero che all’inizio la Dc non voleva il candidato socialista?

«No, le cose andarono diversamente. Innanzitutto i partiti dell’arco costituzionale stabilirono che al cattolico Leone dovesse succedere un laico. La prima autorevole candidatura che emerse fu quella di Ugo La Malfa. Solo in un secondo tempo si raggiunse l’intesa per un candidato socialista, ma le cose si complicarono sulla scelta del nome. Quello di Sandro Pertini arrivò per ultimo dopo che Craxi si era visto respingere una dopo l’altra ben tre candidature di innegabile valore. Pertini fu scelto non solo per il suo alto profilo politico e istituzionale ma anche perché era il più autonomo rispetto ai vertici del suo partito. Decisivo fu il consenso simultaneo della Dc e del Pci, che rappresentavano insieme oltre il 73 per cento degli elettori italiani».

Pertini era il presidente della gente, ma si dice anche avesse un carattere molto particolare.

«Era un uomo di nobili ideali, di grandi passioni e anche di solenni arrabbiature che talvolta lo portavano oltre le sue stesse intenzioni. Fortunatamente aveva accanto un segretario generale di rara qualità come Tonino Maccanico, che riusciva sempre a rimettere ordine laddove le impennate del presidente creavano subbugli di vario genere».

Nel 1985 un altro sassarese al Quirinale, Francesco Cossiga: si dice che non tutta la pattuglia sarda Dc in Parlamento fosse d’accordo sul suo nome.

«Può darsi, ma non ho memoria di contrarietà evidenti. Mi risulta invece che tutti i grandi elettori sardi, parlamentari e non, furono compatti nel voto per Cossiga».

Come fece De Mita, allora segretario della Dc, a portare il Pci sul nome di Cossiga?

«Non saprei. Si trattò di una brillante operazione politica condotta riservatamente da De Mita e Natta della quale ho saputo poco anche a cose fatte. In realtà le resistenze politiche più tenaci Cossiga le incontrò nella sinistra Dc e nelle file del Partito comunista. Quelle democristiane furono rimosse solo dopo alcuni interventi personali di Zaccagnini. La sera dell’elezione di Cossiga mi è rimasta impressa per un piccolo episodio. Accompagnavo Zaccagnini a un incontro tra amici per festeggiare il presidente neo eletto. Giunto alla macchina si fermò un istante e mi disse: “senti, lasciamo stare i brindisi e andiamo invece a chiedere aiuto per il nostro amico Francesco che ne ha veramente bisogno”. Poi con un cenno del capo mi indicò la vicina chiesetta dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni».

Mario Segni ha detto: noi sassaresi siamo quelli che siamo rimasti stupiti di meno dal cambiamento di Cossiga.

«Sì, è la verità. Molte volte il temperamento e i salti di umore hanno fatto torto alla straordinaria intelligenza politica di Francesco Cossiga. Certe sue esternazioni - le famose picconate - hanno messo in ombra le intuizioni e gli atti migliori del suo settennato, come - per fare un solo esempio - l’illuminante messaggio alle Camere dopo la caduta del muro di Berlino».

Per due anni fuori dal Parlamento, torna nel ’94 con Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale: che ricordo ha di quella presidenza e degli scontri con Forza Italia, di cui lei nel frattempo era diventato esponente di spicco?

«Non è un bel ricordo. La politica è anche lotta ma degenera quando esce dal campo delle idee ed esaspera gli animi a danno delle istituzioni democratiche. Il momento cruciale, anzi scatenante di quello scontro, fu il confuso passaggio dal governo Berlusconi al governo Dini. Conosco la versione di certi fatti che mi diede allora Berlusconi, ma non conosco quella di Scalfaro. E dunque non sono in grado di fare valutazioni obiettive».

Nel 1999, 14 anni dopo, un altro presidente eletto al primo scrutinio: Carlo Azeglio Ciampi. Come avvenne il miracolo di fare convergere Berlusconi con il centrosinistra?

«Nessun miracolo. Berlusconi aderì agevolmente alla proposta che veniva avanzata tanto dal centrosinistra quanto dagli altri due partiti del centrodestra. Io la sostenni con convinzione. Da ministro dell’Interno ebbi con il presidente Ciampi una frequentazione istituzionale piuttosto assidua e con il passare del tempo amichevole. Sul finire del settennato alcuni suoi autorevoli sostenitori mi chiesero di fare anche io le mie pressioni per indurlo ad accettare il reincarico. Lo feci, mi ascoltò con attenzione e per tutta risposta trasse dal portafogli un bigliettino ben piegato e me lo porse dicendo: “eccoti un mio pizzinno sul quale ho annotato le ragioni costituzionali, politiche e morali che a mio parere impediscono il rinnovo del mandato”. Erano le stesse dei suoi predecessori Segni e Leone e del suo successore Mattarella».

Nel 2006 il primo ex comunista al Quirinale: Giorgio Napolitano. Il centrodestra non lo votò, ma tutte le cronache riportano che Berlusconi avrebbe voluto D’Alema. Conferma?

«Sì, confermo. Berlusconi avrebbe preferito D’Alema con il quale aveva stabilito buoni rapporti nel periodo della Bicamerale per le riforme istituzionali».

Sette anni dopo il centrosinistra vede cadere i suoi candidati, Marini e Prodi, ed è costretto a chiedere a Napolitano il bis. Mattarella ha più volte detto di essere indisponibile: crede che il secondo mandato sia una stortura della Costituzione?

«A rigor di termini non lo è, ma l’esercizio di un potere così alto e delicato per un arco di tempo così lungo non mi sembra in armonia né con l’architettura né con lo spirito della nostra Costituzione».

Più di una volta il suo nome è stato fatto per il Quirinale: se fosse stato eletto a quale presidenza sarebbe stato più vicino il suo mandato?

«Premesso che non ho mai considerato realistiche quelle ipotesi, le dico subito che tra le virtù di un candidato o candidata ideale inserirei sicuramente il riformismo di Segni, il patriottismo di Ciampi e l’europeismo di Mattarella».

Mancano poche settimane alla partita del Quirinale: secondo lei come finirà?

«Se debbo azzardare un pronostico indico Draghi al primo o all’ultimo scrutinio. Sembra infatti che la frammentazione dei gruppi parlamentari e la volatilità delle loro posizioni politiche escludano quasi a priori le candidature di parte. Inoltre, giocano a favore dell’attuale presidente del Consiglio alcuni fattori esterni come l’evoluzione della pandemia, l’andamento dell’inflazione e dello spread, il sistema delle relazioni internazionali. Conviene tanto all’Italia quanto all’Europa avere Draghi per sette anni al Quirinale piuttosto che averlo a Palazzo Chigi per un solo anno di tensioni pre-elettorali. Naturalmente temo anche io il cigno nero o l’ippopotamo bianco, e cioè l’evento imprevedibile che sconvolge tutte le previsioni e può determinare il peggio: nel nostro caso l’uscita di Mario Draghi dalla scena politico-istituzionale. In questa malaugurata ipotesi la vedrei davvero brutta per il nostro Paese».



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