«La Sardegna è casa mia, torno anche a votare»
La vita a Ulm, la famiglia, il lavoro in un’azienda di autobus: «Ma sono sardo e il cuore è nell’isola»
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OLBIA. Francesco Giagheddu, Franco per tutti, ha ormai una parlata spigolosa, a volte gli sfugge qualche termine in italiano, ma ecco che subito dopo tira fuori un accento molto gallurese e quasi inaspettato. La sua vita si divide tra la Germania e la Sardegna. Nel senso che la prima l’ha sposata, l’altra non la dimentica affatto. «A ottobre ho scalato Tavolara», ecco appunto. Ha un forte legame con la sezione Aia di Olbia guidata da Serafino Ruoni. Hanno anche organizzato partite di calcio amichevoli tra arbitri olbiesi e arbitri tedeschi qui nell’isola. In quelle occasioni, scambio di gagliardetti e di doni, «noi abbiamo portato le casse di birra». Ulma (Ulm in tedesco), la sua cittadina, è famosa per avere il campanile più alto del mondo – 161 metri. È inoltre la città natale di Albert Einstein. «Sono scappato dalla Sardegna perché non volevo fare il militare – si diverte a raccontare, sempre con un tono pacato –. Pensavo di vivere in Germania un paio d’anni e poi tornare, invece sono ancora qui. Mi sono trovato bene, ho raggiunto mia sorella col marito. Una volta che impari la lingua, è fatta». Moglie tedesca, due figli nati in Germania ma con doppia nazionalità, anche l’isola continua a far parte di lui. «Assolutamente, veniamo tre o quattro volte l’anno. Io sono di Padru, sono sardo e rimarrò sardo, anche più di certi sardi. Torno spesso e vengo anche a votare». E si spiega meglio anche la lunga carriera in campo: Franco, capelli bianchi e occhialetti tondi, è sempre molto attivo. L'ultima volta che è stato da queste parti, lo scorso ottobre, ne ha approfittato per un'escursione a Tavolara con tanto di scalata con l'imbracatura. Fino alla cima, e lì accanto alla Madonnina un tagliere di formaggio e salsiccia per festeggiare. Ma il fatto che abbia deciso di rimanere oltralpe la dice lunga, sostiene: «Ho conosciuto italiani che vivevano in Germania da tanti anni ma senza ancora parlare bene il tedesco e non si erano integrati. Per me non è stato così. Anzi, quando torno in Sardegna mi mancano certe cose: l’essere quadrati, la precisione, la puntualità nelle situazioni quotidiane, dagli uffici al dottore». La passione intanto se ne infischia dell’età: «A 70 anni non dovrei più arbitrare, sono un’eccezione, ma fin quando mi divertirà lo farò». E non è facile ottenere il placet della federazione. Ogni anno, per poter continuare l’attività da arbitro, è necessario «dirigere almeno 15 partite e partecipare a più di 4 raduni». (p.a.)
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