Disastro Concordia 10 anni di dolore
di Claudio Zoccheddu
Il racconto dei naufraghi scampati alla tragedia del Giglio «Ci dicevano di stare in cabina, saremmo morti come topi»
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SASSARI. Dopo dieci anni le emozioni si attenuano, i ricordi sfumano, le paure si dissolvono. Pochi ricordi restano indelebili, marchiati a fuoco nella memoria. Tra questi ci sono quelli nati dalle sensazioni vissute dai passeggeri della Costa Concordia la notte del 13 gennaio del 2012, quando la mega nave colpì le Scole, un gruppo di piccoli scogli a meno di cento metri dall’isola del Giglio. Erano le 21.45 e da quel momento ogni istante rimase impigliato nella griglia dei ricordi dei 4.197 superstiti del naufragio costato la vita a 32 persone.
I racconti. Alle 21.15 l’algherese Morgan Sperandio, sua moglie Eleonora e le loro due bambine di 4 e 7 anni erano accomodati al tavolo di uno dei ristoranti della nave: «Poco dopo mia figlia, la più grande, sentiva freddo e la madre e l’altra nostra figlia hanno deciso di accompagnarla in cabina a prendere un maglione. Si erano alzate da poco più di cinque minuti quando ho sentito un colpo secco, seguito da una brusca frenata della nave e da un rumore sordo, come una specie di sfregamento – ricorda Morgan –. Subito dopo i tavoli hanno iniziato a traballare lasciando cadere piatti, bicchieri e bottiglie. Poi è andata via la luce ed è iniziato il delirio. La gente a bordo era terrorizzata, nessuno sapeva cosa fosse accaduto. Sentivo le urla, vedevo le persone in preda al panico ma pensavo solo a raggiungere mia moglie e le mie figlie». C’era un problema però: «Eravamo a bordo da poche ore, imbarcati a Civitavecchia. Non avevamo nemmeno fatto in tempo a partecipare al corso di sicurezza e orientamento organizzato per i passeggeri. Quella nave era un labirinto e tra il ristorante e le cabine c’erano quattro piani di differenza. Ho iniziato a correre in mezzo alla gente, poi la nave ha iniziato ad inclinarsi e le tensione è salita. Sono caduto, mi sono fatto male ma ho proseguito e sono arrivato in cabina, non so nemmeno io come». Una volta riunita la famiglia, Morgan ha cercato informazioni: «Quando andava bene quelli dell’equipaggio ci dicevano che era tutto a posto e che dovevamo stare in cabina. Una volta indossati i cappotti abbiamo iniziato a spostarci verso le scialuppe, la nave era inclinata e noi non volevamo fare la fine dei topi». Una scelta decisiva, presa anche con un po’ di anticipo rispetto a tanti altri passeggeri: «Siamo saliti forse sulla seconda scialuppa, c’era freddo ma eravamo salvi. Una volta al Giglio sono stato accompagnato all’ambulatorio, era piccolissimo». Morgan è stato subito trasferito in elicottero all’ospedale di Grosseto, dove è stato raggiunto poco tempo dopo dalla famiglia: «Avevo alcune costole fratturate, per fortuna niente di grave. A fianco a me c’era un ragazzo filippino che se la passava molto peggio. Era nudo e dolorante. In tasca avevo trovato cento euro, glieli ho lasciati in modo che si potesse comprare almeno qualche vestito una volta dimesso». A bordo c’era anche Franca Di Fraia, maddalenina, insieme all’amica Giuliana Soggiu: «La disperazione della gente, è questo il mio ricordo, e vederla dal vivo è stata la cosa più brutta che abbia mai provato». Franca, tuttavia, aveva una carta importante da giocare: «Sono figlia di mariani, mio fratello è un marinaio. Io conosco il mare. Per questo quel rumore assurdo, il black out e l’inclinazione della nave avevano fatto scattare in Franca più di una preoccupazione: «Ho telefonato a mio fratello che in tempo reale ha verificato sul web la posizione della nave e ha visto che era incagliata davanti al Giglio. Stavamo affondando. Proprio in quel momento mi sono ritrovata da sola e ho iniziato a vagare. Mi sono infilata in un salone mezzo allagato, ero scalza, era tutto buio ma ho sentito voci provenire da una zattera. Una volta sul battello, ho visto la nave sempre più inclinata. Pensavo che ci cadesse addosso e che saremmo morti. È stato uno di quei momenti in cui sembra di osservare il proprio corpo da lontano. Per fortuna siamo riusciti ad arrivare al porto, dove ho ritrovato la mia amica e dove la gente del posto ci ha aiutato in ogni modo possibile». Franca, però, sulla nave non ha lasciato solo la pura di morire: «Abbiamo ancora la chiavi della cassaforte e della cabina. Dentro c’erano i nostri beni, che vorrei riavere. Lo abbiamo chiesto più volte dopo lo smantellamento della nave, senza risposte». Una curiosità: Franca e Giuliana avevano vinto il biglietto della crociera ad una lotteria: «Da quel giorno ho smesso di comprarli. Faccio le offerte ma in cambio non voglio nulla».
I racconti. Alle 21.15 l’algherese Morgan Sperandio, sua moglie Eleonora e le loro due bambine di 4 e 7 anni erano accomodati al tavolo di uno dei ristoranti della nave: «Poco dopo mia figlia, la più grande, sentiva freddo e la madre e l’altra nostra figlia hanno deciso di accompagnarla in cabina a prendere un maglione. Si erano alzate da poco più di cinque minuti quando ho sentito un colpo secco, seguito da una brusca frenata della nave e da un rumore sordo, come una specie di sfregamento – ricorda Morgan –. Subito dopo i tavoli hanno iniziato a traballare lasciando cadere piatti, bicchieri e bottiglie. Poi è andata via la luce ed è iniziato il delirio. La gente a bordo era terrorizzata, nessuno sapeva cosa fosse accaduto. Sentivo le urla, vedevo le persone in preda al panico ma pensavo solo a raggiungere mia moglie e le mie figlie». C’era un problema però: «Eravamo a bordo da poche ore, imbarcati a Civitavecchia. Non avevamo nemmeno fatto in tempo a partecipare al corso di sicurezza e orientamento organizzato per i passeggeri. Quella nave era un labirinto e tra il ristorante e le cabine c’erano quattro piani di differenza. Ho iniziato a correre in mezzo alla gente, poi la nave ha iniziato ad inclinarsi e le tensione è salita. Sono caduto, mi sono fatto male ma ho proseguito e sono arrivato in cabina, non so nemmeno io come». Una volta riunita la famiglia, Morgan ha cercato informazioni: «Quando andava bene quelli dell’equipaggio ci dicevano che era tutto a posto e che dovevamo stare in cabina. Una volta indossati i cappotti abbiamo iniziato a spostarci verso le scialuppe, la nave era inclinata e noi non volevamo fare la fine dei topi». Una scelta decisiva, presa anche con un po’ di anticipo rispetto a tanti altri passeggeri: «Siamo saliti forse sulla seconda scialuppa, c’era freddo ma eravamo salvi. Una volta al Giglio sono stato accompagnato all’ambulatorio, era piccolissimo». Morgan è stato subito trasferito in elicottero all’ospedale di Grosseto, dove è stato raggiunto poco tempo dopo dalla famiglia: «Avevo alcune costole fratturate, per fortuna niente di grave. A fianco a me c’era un ragazzo filippino che se la passava molto peggio. Era nudo e dolorante. In tasca avevo trovato cento euro, glieli ho lasciati in modo che si potesse comprare almeno qualche vestito una volta dimesso». A bordo c’era anche Franca Di Fraia, maddalenina, insieme all’amica Giuliana Soggiu: «La disperazione della gente, è questo il mio ricordo, e vederla dal vivo è stata la cosa più brutta che abbia mai provato». Franca, tuttavia, aveva una carta importante da giocare: «Sono figlia di mariani, mio fratello è un marinaio. Io conosco il mare. Per questo quel rumore assurdo, il black out e l’inclinazione della nave avevano fatto scattare in Franca più di una preoccupazione: «Ho telefonato a mio fratello che in tempo reale ha verificato sul web la posizione della nave e ha visto che era incagliata davanti al Giglio. Stavamo affondando. Proprio in quel momento mi sono ritrovata da sola e ho iniziato a vagare. Mi sono infilata in un salone mezzo allagato, ero scalza, era tutto buio ma ho sentito voci provenire da una zattera. Una volta sul battello, ho visto la nave sempre più inclinata. Pensavo che ci cadesse addosso e che saremmo morti. È stato uno di quei momenti in cui sembra di osservare il proprio corpo da lontano. Per fortuna siamo riusciti ad arrivare al porto, dove ho ritrovato la mia amica e dove la gente del posto ci ha aiutato in ogni modo possibile». Franca, però, sulla nave non ha lasciato solo la pura di morire: «Abbiamo ancora la chiavi della cassaforte e della cabina. Dentro c’erano i nostri beni, che vorrei riavere. Lo abbiamo chiesto più volte dopo lo smantellamento della nave, senza risposte». Una curiosità: Franca e Giuliana avevano vinto il biglietto della crociera ad una lotteria: «Da quel giorno ho smesso di comprarli. Faccio le offerte ma in cambio non voglio nulla».
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