[EMPTYTAG]L’orgoglio serbo è ferito: «Ma Nole torna a testa alta»
Un Paese piccolo e per molti poco conosciuto, ma estremamente fiero del suo passato e della sua storia, e soprattutto fortemente orgoglioso dei suoi campioni e successi sportivi. La Serbia, nei dieci...
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Un Paese piccolo e per molti poco conosciuto, ma estremamente fiero del suo passato e della sua storia, e soprattutto fortemente orgoglioso dei suoi campioni e successi sportivi. La Serbia, nei dieci giorni che hanno sconvolto la vita e la carriera del suo Novak Djokovic, ha confermato più che mai il suo fortissimo orgoglio nazionale, alimentato in questi ultimi anni dalla politica assertiva e muscolare del presidente Aleksandar Vucic, sempre più propenso a posizioni nazionalpatriottiche e desideroso di fare del suo Paese il «primo della classe», una sorta di mini-potenza regionale nei Balcani. «Djokovic può tornare in Serbia a testa alta e guardare tutti negli occhi», ha detto Vucic dopo il decreto di espulsione del campione serbo dall'Australia. Una decisione questa accolta come un grave affronto, quasi un sacrilegio nei confronti del numero uno del tennis mondiale, che in Serbia è considerato un'icona, alla stregua di un eroe, e a sostegno del quale nei giorni scorsi a Belgrado a migliaia avevano manifestato sfidando il gelo. Negli anni scorsi un sondaggio aveva rivelato che nel caso di una sua candidatura alla presidenza della Repubblica, il cui voto in Serbia è a suffragio universale, l'amato Nole vincerebbe agevolmente con un enorme distacco. Ciò spiega le reazioni dure e perentorie di Belgrado all'espulsione del campione decretata dalle autorità australiane. Una decisione definita «scandalosa, politica, inaccettabile», con Djokovic vessato e trattato alla stregua di un «assassino seriale». La stampa in questi giorni si è spinta fino a ricordare i raid aerei della Nato nella primavera 1999 contro il regime di Slobodan Milosevic.
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