Marzio Breda: «Né Mattarella né Draghi sarà una seconda fila»
di Alessandro Pirina
Il quirinalista del Corriere racconta i suoi oltre 30 anni al seguito dei presidenti «Le picconate di Cossiga hanno rivoluzionato la figura del capo dello Stato»
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SASSARI. Al Quirinale lui è di casa, più dei presidenti. Da oltre trent’anni Marzio Breda, firma del Corriere della Sera, segue le vicende del Colle più alto. Da quando le picconate di Cossiga rimodellarono la figura del capo dello Stato, non più uomo-simbolo della Repubblica, ma protagonista assoluto della vita politica del Paese. E ora, alla vigilia dell’inizio di un nuovo settennato, il giornalista racconta in un libro il suo Quirinale, “Capi senza Stato. I presidenti della Grande crisi italiana”, edito da Marsilio. Trentadue anni da osservatore speciale, da Cossiga a Mattarella, in attesa del nuovo inquilino.
Breda, chi è il quirinalista?
«Il ruolo di quirinalista nasce con me e qualche altro collega. Fino al Cossiga degli ultimi due anni i presidenti erano seguiti in modo occasionale perché avevano poco da fare. Magari in caso di un viaggio di Stato venivano mandati i grandi nomi, alla Montanelli. Ma in genere si spostavano poco e parlavano pochissimo. Il primo è stato Pertini, ma offriva perlopiù servizi di colore: interventi estemporanei ma non politicamente rilevanti. Con l’ultimo Cossiga le cose cambiano parecchio. Il presidente interveniva a tutto campo in politica interna, politica estera, su temi economici, di giustizia. Da quel momento si richiedeva una figura di giornalista non solo esperta in questi campi ma anche in grado di stabilire regole con lo staff e il presidente».
Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella: ci sono affinità tra le 5 presidenze?
«Sono molto diverse tra loro, ma c’è un aspetto che le accomuna tutte: l’interventismo. Fu Cossiga ad aprire la strada dando una interpretazione molto più estensiva del ruolo e dei poteri del capo dello Stato, a cui poi tutti si sono uniformati. Anche perché Cossiga - che io chiamavo il profeta della catastrofe - aveva annunciato che il muro di Berlino sarebbe caduto anche su di noi e i partiti avrebbero dovuto cambiare. Dopo Cossiga, in effetti, crollò tutto e quei poteri che lui indicava “altissimi e vaghissimi, imprecisati e imprecisabili” si potevano allargare molto quando c’era la necessità di colmare i vuoti della politica».
Qual è il presidente che ha dovuto colmare più vuoti?
«Scalfaro sicuramente. Fu un presidente amato da metà del popolo e detestato dall’altra. Ma bisogna ragionare sul fatto che si trovò a gestire la questione morale dopo Tangentopoli che aveva travolto tutto. Dovette poi gestire l’arrivo nella stanza dei bottoni di una politica nuova, in qualche modo aliena. Intendo Berlusconi, ma anche la Lega, quella della secessione. E infine si trovò all’interno di una crisi economica strutturale gravissima. Ecco perché Scalfaro, nel 1993, diede l’incarico di formare un governo al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi».
Sette anni dopo Ciampi fu il suo successore: come avvenne il miracolo della sua elezione al primo scrutinio?
«Probabilmente i partiti pensavano che, data l’accezione tecnica, non avrebbe fatto ombra a nessuno. Ciampi era uno che parlava poco. Nei giorni in cui fu eletto disse ai suoi consiglieri: “badate che le mie parole vanno pesate come fossero grammi d’oro”. Ma anche lui fu travolto dalla smania di aprire un dialogo diretto con il Paese. Ciampi era molto patriottico, mazziniano e non riusciva a capacitarsi che negli anni Settanta in Italia per ragioni di risparmio fu abolita la festa della Repubblica. Gli pareva una grave mancanza di autostima da parte degli italiani. Per cui decise di recuperare tutti quei simboli, luoghi e riti».
Beppe Pisanu ha detto alla Nuova: nel 2006 Berlusconi voleva D’Alema capo dello Stato.
«C’era questa suggestione. D’Alema fu quello che con Berlusconi riuscì a mettere insieme la Bicamerale. D’Alema era anche uno che aveva garantito a Berlusconi che un eventuale suo governo non avrebbe punito Mediaset. Dunque per il centrodestra era un uomo non pregiudizialmente ostile. Poi, come sempre accade nella partita del Quirinale, prevalsero veti incrociati, franchi tiratori. Pensiamo solo a quanto successe a Prodi, rientrato di corsa dall’Africa perché convinto di essere eletto, ma poi bocciato in modo tremendo».
Luigi Zanda sostiene che i franchi tiratori fossero organizzati. Lei immaginava un simile epilogo?
«Fu una sorpresa, quanto meno il numero. Si sapeva che qualche franco tiratore ci sarebbe stato, ma non in quella forma».
Nel 2013 fu rieletto Napolitano, costretto dai partiti, ma il secondo mandato lo trasformò in un presidente molto avversato da parte della popolazione.
«Quando nel 2013 Napolitano lasciò aveva un buon gradimento popolare, oltre l’80 per cento. Aveva già fatto preparare il suo studio, ero andato anche a vederlo. Lui era seriamente convinto di mollare, non aveva preso in considerazione l’idea del bis che avevano avuto tutti i presidenti. Dopo che il voto si era impantanato i leader dei partiti salirono al Quirinale e gli dissero in sostanza: presidente, abbiamo sbagliato tutto, per favore accetta di farti confermare. Lui lo fece ed è probabile che in cuor suo gli abbia fatto anche piacere: è umano. Ma dopo due anni il suo consenso crollò sotto il 50 per cento. A riprova di quanto il consenso politico sia quanto di più vago e incerto».
Si sta per concludere la presidenza Mattarella, un presidente dal consenso unanime.
«Mattarella è il più diverso dai predecessori, ma fino a un certo punto. A me colpì molto quando scoprii la frase che ripeteva più spesso quando veniva consultato dai consiglieri: “io ho le mie idee ma le devo mettere da parte”. Come dire: devo impormi la neutralità. Su questo terreno è stato conseguente. Nel 2018, dopo quella tornata elettorale che produsse tre grandi minoranze, avrebbe potuto tagliare corto e nominare un governo di scopo e poi ritornare a votare. Invece lui, per essendo molto lontano da loro, diede ai 5 stelle il tempo di negoziare il “contratto”, come loro chiamavano il programma. Diede un mandato esplorativo a Casellati per cercare un accordo con il centrodestra, poi a Fico l’analoga possibilità con il centrosinistra. Infine, si arrivò all’intesa M5s-Lega».
Fu allora che Mattarella disse no a Paolo Savona, scatenando le ire di Lega e M5s.
«La cosa aveva anche una sua gravità, perché il premier incaricato era Conte e si era presentato al Quirinale con questo nome che non andava bene a Mattarella non per ragioni di avversione personale ma perché Savona aveva appena pubblicato un libro sulla teoria del cigno nero, e cioè che l’Italia non solo doveva uscire dalla moneta unica ma dall’Unione europea. Qualcosa di insopportabile per il presidente, che - spesso lo si dimentica - è anche il garante dei trattati internazionali. Lui fece presente che non poteva firmare con quel nome, chiese di spostarlo a un altro ministero, ma M5s e Lega, completamente a digiuno di prassi istituzionale, fecero a stretto giro quella minaccia di impeachment e Mattarella diede l’incarico a Cottarelli. La mossa - dal punto di vista costituzionale dirompente - portò Lega e 5 stelle a spostare Savona dal super ministero economico».
Nelle ultime ore avanza l’ipotesi di un Mattarella bis.
«Mattarella ha fatto sapere come la pensa. Lui ha dubbi anche dal punto di vista giuridico e costituzionale, anche se nulla vieta la rielezione. Ma ciò che a Mattarella stava a cuore era non dare l’idea agli italiani che stesse brigando per essere rieletto. Se poi per via dell’emergenza Covid o dell’inconcludenza politica o magari per rinnovate difficoltà dell’economia ci ritrovassimo nei guai dopo un certo numero di votazioni - e i leader salissero al Colle come successe con Napolitano - un uomo di responsabilità come Mattarella non vedo come potrebbe dire di no. Ma sarebbe un’ipotesi estrema».
Sarà dunque Draghi?
«Draghi è una grande risorsa della Repubblica, ma se dovesse andare al Quirinale crolla il governo e si va al voto. Non c’è nessun altro in grado di tenere insieme questa maggioranza larga».
E allora chi sarà il nuovo presidente della Repubblica?
«Io vedo che i partiti vogliono riprendersi in mano il Quirinale. Non vedo in giro nomi tecnici. I partiti hanno l’ossessione di poter controllare il futuro presidente. In questo toto Quirinale sono stai bruciati già tanti nomi. Credo che alla fine spunterà dalla riserva della Repubblica qualche nome di seconda o terza fila. Come in passato lo sono stati Scalfaro o lo stesso Mattarella. Alla fine andranno a pescare in questo mondo disperso e qualcosa ne verrà fuori».
Breda, chi è il quirinalista?
«Il ruolo di quirinalista nasce con me e qualche altro collega. Fino al Cossiga degli ultimi due anni i presidenti erano seguiti in modo occasionale perché avevano poco da fare. Magari in caso di un viaggio di Stato venivano mandati i grandi nomi, alla Montanelli. Ma in genere si spostavano poco e parlavano pochissimo. Il primo è stato Pertini, ma offriva perlopiù servizi di colore: interventi estemporanei ma non politicamente rilevanti. Con l’ultimo Cossiga le cose cambiano parecchio. Il presidente interveniva a tutto campo in politica interna, politica estera, su temi economici, di giustizia. Da quel momento si richiedeva una figura di giornalista non solo esperta in questi campi ma anche in grado di stabilire regole con lo staff e il presidente».
Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano, Mattarella: ci sono affinità tra le 5 presidenze?
«Sono molto diverse tra loro, ma c’è un aspetto che le accomuna tutte: l’interventismo. Fu Cossiga ad aprire la strada dando una interpretazione molto più estensiva del ruolo e dei poteri del capo dello Stato, a cui poi tutti si sono uniformati. Anche perché Cossiga - che io chiamavo il profeta della catastrofe - aveva annunciato che il muro di Berlino sarebbe caduto anche su di noi e i partiti avrebbero dovuto cambiare. Dopo Cossiga, in effetti, crollò tutto e quei poteri che lui indicava “altissimi e vaghissimi, imprecisati e imprecisabili” si potevano allargare molto quando c’era la necessità di colmare i vuoti della politica».
Qual è il presidente che ha dovuto colmare più vuoti?
«Scalfaro sicuramente. Fu un presidente amato da metà del popolo e detestato dall’altra. Ma bisogna ragionare sul fatto che si trovò a gestire la questione morale dopo Tangentopoli che aveva travolto tutto. Dovette poi gestire l’arrivo nella stanza dei bottoni di una politica nuova, in qualche modo aliena. Intendo Berlusconi, ma anche la Lega, quella della secessione. E infine si trovò all’interno di una crisi economica strutturale gravissima. Ecco perché Scalfaro, nel 1993, diede l’incarico di formare un governo al governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi».
Sette anni dopo Ciampi fu il suo successore: come avvenne il miracolo della sua elezione al primo scrutinio?
«Probabilmente i partiti pensavano che, data l’accezione tecnica, non avrebbe fatto ombra a nessuno. Ciampi era uno che parlava poco. Nei giorni in cui fu eletto disse ai suoi consiglieri: “badate che le mie parole vanno pesate come fossero grammi d’oro”. Ma anche lui fu travolto dalla smania di aprire un dialogo diretto con il Paese. Ciampi era molto patriottico, mazziniano e non riusciva a capacitarsi che negli anni Settanta in Italia per ragioni di risparmio fu abolita la festa della Repubblica. Gli pareva una grave mancanza di autostima da parte degli italiani. Per cui decise di recuperare tutti quei simboli, luoghi e riti».
Beppe Pisanu ha detto alla Nuova: nel 2006 Berlusconi voleva D’Alema capo dello Stato.
«C’era questa suggestione. D’Alema fu quello che con Berlusconi riuscì a mettere insieme la Bicamerale. D’Alema era anche uno che aveva garantito a Berlusconi che un eventuale suo governo non avrebbe punito Mediaset. Dunque per il centrodestra era un uomo non pregiudizialmente ostile. Poi, come sempre accade nella partita del Quirinale, prevalsero veti incrociati, franchi tiratori. Pensiamo solo a quanto successe a Prodi, rientrato di corsa dall’Africa perché convinto di essere eletto, ma poi bocciato in modo tremendo».
Luigi Zanda sostiene che i franchi tiratori fossero organizzati. Lei immaginava un simile epilogo?
«Fu una sorpresa, quanto meno il numero. Si sapeva che qualche franco tiratore ci sarebbe stato, ma non in quella forma».
Nel 2013 fu rieletto Napolitano, costretto dai partiti, ma il secondo mandato lo trasformò in un presidente molto avversato da parte della popolazione.
«Quando nel 2013 Napolitano lasciò aveva un buon gradimento popolare, oltre l’80 per cento. Aveva già fatto preparare il suo studio, ero andato anche a vederlo. Lui era seriamente convinto di mollare, non aveva preso in considerazione l’idea del bis che avevano avuto tutti i presidenti. Dopo che il voto si era impantanato i leader dei partiti salirono al Quirinale e gli dissero in sostanza: presidente, abbiamo sbagliato tutto, per favore accetta di farti confermare. Lui lo fece ed è probabile che in cuor suo gli abbia fatto anche piacere: è umano. Ma dopo due anni il suo consenso crollò sotto il 50 per cento. A riprova di quanto il consenso politico sia quanto di più vago e incerto».
Si sta per concludere la presidenza Mattarella, un presidente dal consenso unanime.
«Mattarella è il più diverso dai predecessori, ma fino a un certo punto. A me colpì molto quando scoprii la frase che ripeteva più spesso quando veniva consultato dai consiglieri: “io ho le mie idee ma le devo mettere da parte”. Come dire: devo impormi la neutralità. Su questo terreno è stato conseguente. Nel 2018, dopo quella tornata elettorale che produsse tre grandi minoranze, avrebbe potuto tagliare corto e nominare un governo di scopo e poi ritornare a votare. Invece lui, per essendo molto lontano da loro, diede ai 5 stelle il tempo di negoziare il “contratto”, come loro chiamavano il programma. Diede un mandato esplorativo a Casellati per cercare un accordo con il centrodestra, poi a Fico l’analoga possibilità con il centrosinistra. Infine, si arrivò all’intesa M5s-Lega».
Fu allora che Mattarella disse no a Paolo Savona, scatenando le ire di Lega e M5s.
«La cosa aveva anche una sua gravità, perché il premier incaricato era Conte e si era presentato al Quirinale con questo nome che non andava bene a Mattarella non per ragioni di avversione personale ma perché Savona aveva appena pubblicato un libro sulla teoria del cigno nero, e cioè che l’Italia non solo doveva uscire dalla moneta unica ma dall’Unione europea. Qualcosa di insopportabile per il presidente, che - spesso lo si dimentica - è anche il garante dei trattati internazionali. Lui fece presente che non poteva firmare con quel nome, chiese di spostarlo a un altro ministero, ma M5s e Lega, completamente a digiuno di prassi istituzionale, fecero a stretto giro quella minaccia di impeachment e Mattarella diede l’incarico a Cottarelli. La mossa - dal punto di vista costituzionale dirompente - portò Lega e 5 stelle a spostare Savona dal super ministero economico».
Nelle ultime ore avanza l’ipotesi di un Mattarella bis.
«Mattarella ha fatto sapere come la pensa. Lui ha dubbi anche dal punto di vista giuridico e costituzionale, anche se nulla vieta la rielezione. Ma ciò che a Mattarella stava a cuore era non dare l’idea agli italiani che stesse brigando per essere rieletto. Se poi per via dell’emergenza Covid o dell’inconcludenza politica o magari per rinnovate difficoltà dell’economia ci ritrovassimo nei guai dopo un certo numero di votazioni - e i leader salissero al Colle come successe con Napolitano - un uomo di responsabilità come Mattarella non vedo come potrebbe dire di no. Ma sarebbe un’ipotesi estrema».
Sarà dunque Draghi?
«Draghi è una grande risorsa della Repubblica, ma se dovesse andare al Quirinale crolla il governo e si va al voto. Non c’è nessun altro in grado di tenere insieme questa maggioranza larga».
E allora chi sarà il nuovo presidente della Repubblica?
«Io vedo che i partiti vogliono riprendersi in mano il Quirinale. Non vedo in giro nomi tecnici. I partiti hanno l’ossessione di poter controllare il futuro presidente. In questo toto Quirinale sono stai bruciati già tanti nomi. Credo che alla fine spunterà dalla riserva della Repubblica qualche nome di seconda o terza fila. Come in passato lo sono stati Scalfaro o lo stesso Mattarella. Alla fine andranno a pescare in questo mondo disperso e qualcosa ne verrà fuori».
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