Affari, amicizie e misteri di un uomo controverso
di Roberto Petretto
La scomparsa dell’imprenditore nato 90 anni fa a Sassari e cresciuto a Torralba Un ruolo in 30 anni di vicende italiane. Voci discordanti sul luogo del decesso
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SASSARI. Non aveva la rassegnazione e la voglia di fermarsi a riposare di alcuni suoi coetanei: a 90 anni, compiuti pochi giorni fa, Flavio Carboni aveva ancora voglia di lavorare, di fare progetti, di incontrare persone, di stringere alleanze con la solita attenzione verso i palazzi del potere, verso il mondo della finanza, della ricerca, dell’informazione. Un malore nella notte ha messo fine a tutto questo: Flavio Carboni è morto probabilmente a causa di un infarto. Forse nella sua casa romana, secondo quanto ha riferito l’agenzia Adn Kronos, ma ci sono voci secondo cui l’ultimo atto della sua vita Carboni lo abbia interpretato nella sua terra.
Una morte che fa notizia. Perché la morte di un uomo d’affari come Carboni diventa notizia? Perché lui era molto più di un uomo d’affari. O forse qualcosa di molto diverso. Tanto che spesso veniva etichettato con una qualifica che non gradiva e che non ripeteremo per non rischiare querele. La morte di Carboni fa notizia perché lui era una sorta di “scatola nera”, una memoria dove era contenute informazioni su almeno 30 anni di storia italiana, spesso su vicende controverse, a volte su veri e propri gialli.
Era nato a Sassari il 14 gennaio del 1932, ma era cresciuto a Torralba. Un mondo che gli stava stretto, ma che gli serviva come trampolino di lancio verso altre dimensioni: la politica e gli affari, non necessariamente in questo ordine. O, meglio, la politica al servizio degli affari. «Ancora giovanissimo - ricorda Piero Mannironi in un ritratto fatto nel 2010 sulla Nuova dopo l’arresto di Carboni per violazione della legge sulle società segrete - diventa portaborse di un deputato Dc di Torralba, Giovanni Battista Pitzalis, figura di spicco al ministero della Pubblica istruzione, vicecapo di gabinetto del ministro Gonella. Ottiene anche un posto al ministero».
Altri obiettivi. Non va bene: Carboni aveva altri obiettivi. I primi tentativi di gettarsi nel mondo degli affari non andarono molto bene. Una porcilaia a Suni, una casa discografica, tutte iniziative pressoché fallimentari. La svolta arrivò con il settore immobiliare, con investimenti in terreni agricoli in località vicine alla costa che poi sarebbero diventati edificabili. Il tutto sostenuto da una rete di conoscenze e amicizie che Carboni aveva la straordinaria capacità di coltivare e fare crescere. E poi i legami con la politica, l’amicizia e gli interessi comuni con Silvio Berlusconi, con Armandino Corona, con Francesco Pazienza. Qualche rovescio finanziario e i contatti pericolosi con ambienti della malavita organizzata.
L’incontro con Calvi. La conoscenza con Calvi che lo porterà alla pagina più nera della sua vita: «La situazione precipita nel giugno del 1982 - ricordava ancora Piero Mannironi -. Calvi è disperato e fugge. Una fuga che si concluderà sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Carboni lo accompagna in quest'ultimo viaggio e sarà poi incriminato per omicidio». Ne uscirà assolto, ma l’esperienza lascerà il segno: «Tutti i miei guai sono cominciati con il caso Ior-Ambrosiano - disse Carboni in un’intervista -. E stata come una malattia, un contagio. Come un'inarrestabile reazione a catena che mi ha travolto».
Una sola condanna. Fu quindi diverse volte protagonista di vicissitudini giudiziarie, ma quasi sempre ne uscì con assoluzioni o proscioglimenti. Cosa che ieri non ha mancato di ricordare l’avvocato Renato Borzone, che è stato al suo fianco in tante cause: «Leggo di dietrologi di tutti i tipi che affermano verità falsificate, ad esempio un'affermata condanna per la ricettazione della borsa di Calvi, processo dal quale Flavio Carboni fu definitivamente assolto perché il fatto non sussiste, e che nessuno ha il coraggio di affermare l'unica verità processuale: che Carboni ha subito una ed una sola condanna definitiva, quella per la bancarotta del Banco Ambrosiano». Nel 1998 gli rifilarono 8 anni e sei mesi. Brutta storia, legata a doppio filo con l’omicidio di Roberto Calvi. E poi le vicende della P2, con accuse che lui respinse sempre con decisione. In un’intervista del 1993, ricordata per la Nuova ancora da Piero Mannironi, Carboni disse: «Io massone? Ma figuriamoci, la massoneria italiana non è una cosa seria». Per poi ribadire: «C'è una sentenza della Cassazione che certifica che io non ho mai fatto parte della loggia del sulfureo Licio Gelli».
I mille interessi. Politica, finanza, Vaticano. E tanto altro. Carboni ebbe anche grande interesse per il mondo dei media: a metà degli anni ‘70 acquistò il giornale sardo Tuttoquotidiano, creato e abbandonato dall'Eni. Il giornale, che già navigava in cattive acque, fallì nel luglio del 1976. Ci riprovò anni dopo acquistando il 37,3% delle azioni della Nuova Sardegna, messo in vendita dopo il naufragio della Sir di Nino Rovelli. Il pacchetto era del Gruppo l'Espresso-Repubblica. Carboni uscì di scena quando L’Espresso assorbì il 100% del capitale sociale.
Insomma: era un abile uomo d’affari o uno spregiudicato affarista? Ancora l’avvocato Borzone: «Non era San Francesco, ma neppure il mestatore che descrivono».
Gli affari sardi. La storia della vita di Carboni è un groviglio di amicizie spericolate, intraprese ambiziose, a volte troppo. Come quella volta che finì accusato di truffa (venne anche arrestato) per una storia di un investimento immobiliare a Golfo Aranci: «L’ho difeso in quella occasione - ricorda l’avvocato Angelo Merlini - e anche in altre circostanze. Era stato accusato di aver truffato 6 miliardi all’allora Banco di Napoli. Quando scoppiò lo scandalo scrissi al procuratore dicendogli che Carboni voleva essere sentito personalmente. Il magistrato acconsentì, ma quando seppe che Carboni, due giorni dopo era su Italia 1 a farsi intervistare, dispose l’arresto immediato. Il capo della mobile di Roma si rifiutò di fermarlo in diretta tv e aspettò la fine trasmissione. Carboni venne portato in Sardegna di notte, rinchiuso per qualche ora nel carcere di Nuoro dove, si narra, venne coccolato dai detenuti, per poi essere interrogato a Sassari in una nottata durante la quale ebbi uno scontro durissimo col procuratore. Il Gip lo rilasciò. Venne prosciolto in appello».
Angelo o diavolo? «Essendo stato suo legale non posso esprimermi - dice ancora Merlini -. Posso dire che era comunque un uomo straordinario, dotato di un carisma fuori dal comune. Uomo di grande fascino, dal multiforme ingegno, di grande attività, che aveva mille leve di conoscenze in mano, mille apprezzamenti, con forti legami anche in Vaticano».
L’ultimo urrà. L’ultima gioia il giorno del suo compleanno: un’assoluzione dalle accuse di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori per una vicenda di società-schermo londinesi costituite - stando alle accuse - per nascondere attività finanziarie illecite. Quello è stato l’ultimo urrà.
Una morte che fa notizia. Perché la morte di un uomo d’affari come Carboni diventa notizia? Perché lui era molto più di un uomo d’affari. O forse qualcosa di molto diverso. Tanto che spesso veniva etichettato con una qualifica che non gradiva e che non ripeteremo per non rischiare querele. La morte di Carboni fa notizia perché lui era una sorta di “scatola nera”, una memoria dove era contenute informazioni su almeno 30 anni di storia italiana, spesso su vicende controverse, a volte su veri e propri gialli.
Era nato a Sassari il 14 gennaio del 1932, ma era cresciuto a Torralba. Un mondo che gli stava stretto, ma che gli serviva come trampolino di lancio verso altre dimensioni: la politica e gli affari, non necessariamente in questo ordine. O, meglio, la politica al servizio degli affari. «Ancora giovanissimo - ricorda Piero Mannironi in un ritratto fatto nel 2010 sulla Nuova dopo l’arresto di Carboni per violazione della legge sulle società segrete - diventa portaborse di un deputato Dc di Torralba, Giovanni Battista Pitzalis, figura di spicco al ministero della Pubblica istruzione, vicecapo di gabinetto del ministro Gonella. Ottiene anche un posto al ministero».
Altri obiettivi. Non va bene: Carboni aveva altri obiettivi. I primi tentativi di gettarsi nel mondo degli affari non andarono molto bene. Una porcilaia a Suni, una casa discografica, tutte iniziative pressoché fallimentari. La svolta arrivò con il settore immobiliare, con investimenti in terreni agricoli in località vicine alla costa che poi sarebbero diventati edificabili. Il tutto sostenuto da una rete di conoscenze e amicizie che Carboni aveva la straordinaria capacità di coltivare e fare crescere. E poi i legami con la politica, l’amicizia e gli interessi comuni con Silvio Berlusconi, con Armandino Corona, con Francesco Pazienza. Qualche rovescio finanziario e i contatti pericolosi con ambienti della malavita organizzata.
L’incontro con Calvi. La conoscenza con Calvi che lo porterà alla pagina più nera della sua vita: «La situazione precipita nel giugno del 1982 - ricordava ancora Piero Mannironi -. Calvi è disperato e fugge. Una fuga che si concluderà sotto il ponte dei Frati Neri, a Londra. Carboni lo accompagna in quest'ultimo viaggio e sarà poi incriminato per omicidio». Ne uscirà assolto, ma l’esperienza lascerà il segno: «Tutti i miei guai sono cominciati con il caso Ior-Ambrosiano - disse Carboni in un’intervista -. E stata come una malattia, un contagio. Come un'inarrestabile reazione a catena che mi ha travolto».
Una sola condanna. Fu quindi diverse volte protagonista di vicissitudini giudiziarie, ma quasi sempre ne uscì con assoluzioni o proscioglimenti. Cosa che ieri non ha mancato di ricordare l’avvocato Renato Borzone, che è stato al suo fianco in tante cause: «Leggo di dietrologi di tutti i tipi che affermano verità falsificate, ad esempio un'affermata condanna per la ricettazione della borsa di Calvi, processo dal quale Flavio Carboni fu definitivamente assolto perché il fatto non sussiste, e che nessuno ha il coraggio di affermare l'unica verità processuale: che Carboni ha subito una ed una sola condanna definitiva, quella per la bancarotta del Banco Ambrosiano». Nel 1998 gli rifilarono 8 anni e sei mesi. Brutta storia, legata a doppio filo con l’omicidio di Roberto Calvi. E poi le vicende della P2, con accuse che lui respinse sempre con decisione. In un’intervista del 1993, ricordata per la Nuova ancora da Piero Mannironi, Carboni disse: «Io massone? Ma figuriamoci, la massoneria italiana non è una cosa seria». Per poi ribadire: «C'è una sentenza della Cassazione che certifica che io non ho mai fatto parte della loggia del sulfureo Licio Gelli».
I mille interessi. Politica, finanza, Vaticano. E tanto altro. Carboni ebbe anche grande interesse per il mondo dei media: a metà degli anni ‘70 acquistò il giornale sardo Tuttoquotidiano, creato e abbandonato dall'Eni. Il giornale, che già navigava in cattive acque, fallì nel luglio del 1976. Ci riprovò anni dopo acquistando il 37,3% delle azioni della Nuova Sardegna, messo in vendita dopo il naufragio della Sir di Nino Rovelli. Il pacchetto era del Gruppo l'Espresso-Repubblica. Carboni uscì di scena quando L’Espresso assorbì il 100% del capitale sociale.
Insomma: era un abile uomo d’affari o uno spregiudicato affarista? Ancora l’avvocato Borzone: «Non era San Francesco, ma neppure il mestatore che descrivono».
Gli affari sardi. La storia della vita di Carboni è un groviglio di amicizie spericolate, intraprese ambiziose, a volte troppo. Come quella volta che finì accusato di truffa (venne anche arrestato) per una storia di un investimento immobiliare a Golfo Aranci: «L’ho difeso in quella occasione - ricorda l’avvocato Angelo Merlini - e anche in altre circostanze. Era stato accusato di aver truffato 6 miliardi all’allora Banco di Napoli. Quando scoppiò lo scandalo scrissi al procuratore dicendogli che Carboni voleva essere sentito personalmente. Il magistrato acconsentì, ma quando seppe che Carboni, due giorni dopo era su Italia 1 a farsi intervistare, dispose l’arresto immediato. Il capo della mobile di Roma si rifiutò di fermarlo in diretta tv e aspettò la fine trasmissione. Carboni venne portato in Sardegna di notte, rinchiuso per qualche ora nel carcere di Nuoro dove, si narra, venne coccolato dai detenuti, per poi essere interrogato a Sassari in una nottata durante la quale ebbi uno scontro durissimo col procuratore. Il Gip lo rilasciò. Venne prosciolto in appello».
Angelo o diavolo? «Essendo stato suo legale non posso esprimermi - dice ancora Merlini -. Posso dire che era comunque un uomo straordinario, dotato di un carisma fuori dal comune. Uomo di grande fascino, dal multiforme ingegno, di grande attività, che aveva mille leve di conoscenze in mano, mille apprezzamenti, con forti legami anche in Vaticano».
L’ultimo urrà. L’ultima gioia il giorno del suo compleanno: un’assoluzione dalle accuse di associazione per delinquere e trasferimento fraudolento di valori per una vicenda di società-schermo londinesi costituite - stando alle accuse - per nascondere attività finanziarie illecite. Quello è stato l’ultimo urrà.
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