L’ultimo sogno, l’acqua potabile con il grafene
L’anziano affarista voleva produrre a Sassari filtri per risolvere il dramma della sete nel terzo mondo
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CAGLIARI. Con l’ultimo progetto Flavio Carboni diceva di voler salvare milioni di vite umane: filtri per eliminare batteri e virus dall’acqua realizzati con il grafene, un prodotto che si ottiene bruciando la grafite. Grazie a quelli - diceva - i paesi del Terzo mondo avrebbero risolto il problema della sete, niente costosi depuratori, via i potabilizzatori tradizionali: bastava il grafene. Coi filtri a base di grafene sarebbero spariti i microorganismi nocivi e anche l’arsenico che avvelena le acque in grandi aree del pianeta.
Dubbi sull’efficacia di quest’invenzione Carboni non ne aveva. Anzi, si annunciava pronto a investire somme ingenti, puntando probabilmente ad aiuti economici pubblici. Se l’obbiettivo messo in luce dal processo P3 era sconfiggere l’inquinamento del Sulcis e disseminare l’isola di parchi eolici, stavolta i confini di quest’affare umanitario sarebbero stati molto più ampi, un progetto di respiro internazionale. La sede della fabbrica-laboratorio doveva essere Sassari, a guidare ricercatori e ingegneri sarebbe stato naturalmente lui, il discusso scienziato russo Viktor Petrik, l’inventore dei filtri al grafene, che l’anziano affarista di Torralba descriveva come un genio riconosciuto solo in parte.Quasi tre anni fa Carboni presentò l’ultima trovata - e forse l’ultimo business - a Cagliari, spalla a spalla con Petrik. Appena poche settimane prima, spiegando l’idea alla Nuova Sardegna, s’era lanciato in visioni lontanissime dal suo percorso di vita, segnato soprattutto da ombre: «Grazie a Petrik daremo l’acqua potabile ai bambini dell’Africa, potremo prevenire malattie mortali, apriremo una nuova frontiera nel campo della scienza applicata al benessere umano». Parlava al plurale, Carboni. Perché si sentiva partecipe e anche promotore di un progetto destinato a produrre salute: «Il mio merito è solo quello di essere amico di Viktor Petrik - disse a Cagliari - e di averlo convinto ad aprire in Sardegna un’industria di questo prodotto che salverà milioni di vite umane, oltre che portare lavoro e l’attenzione del mondo verso la Sardegna». Difficile credere senza condizioni che l’uomo dei misteri italiani, entrato e uscito da vicende e da trame inconfessabili, si fosse trasformato in un samaritano di profilo planetario, interessato ad affrontare i problemi vitali del terzo mondo: «Solo la minima parte dell’acqua disponibile sulla terra - spiegò in un videomessaggio ancora rintracciabile su youtube - può servire all’uso umano, la gran parte è acqua salata o ghiaccio. L’intuizione di Petrik, il mio miglior amico, sarà la soluzione perché ovunque nel mondo la risorsa disponibile diventi potabile e il miracolo che deriva da questa grande scoperta avverrà qui, nella nostra Sardegna». Tre anni dopo Carboni se n’è andato portando con sé mille segreti e un sogno. (m.l)
Dubbi sull’efficacia di quest’invenzione Carboni non ne aveva. Anzi, si annunciava pronto a investire somme ingenti, puntando probabilmente ad aiuti economici pubblici. Se l’obbiettivo messo in luce dal processo P3 era sconfiggere l’inquinamento del Sulcis e disseminare l’isola di parchi eolici, stavolta i confini di quest’affare umanitario sarebbero stati molto più ampi, un progetto di respiro internazionale. La sede della fabbrica-laboratorio doveva essere Sassari, a guidare ricercatori e ingegneri sarebbe stato naturalmente lui, il discusso scienziato russo Viktor Petrik, l’inventore dei filtri al grafene, che l’anziano affarista di Torralba descriveva come un genio riconosciuto solo in parte.Quasi tre anni fa Carboni presentò l’ultima trovata - e forse l’ultimo business - a Cagliari, spalla a spalla con Petrik. Appena poche settimane prima, spiegando l’idea alla Nuova Sardegna, s’era lanciato in visioni lontanissime dal suo percorso di vita, segnato soprattutto da ombre: «Grazie a Petrik daremo l’acqua potabile ai bambini dell’Africa, potremo prevenire malattie mortali, apriremo una nuova frontiera nel campo della scienza applicata al benessere umano». Parlava al plurale, Carboni. Perché si sentiva partecipe e anche promotore di un progetto destinato a produrre salute: «Il mio merito è solo quello di essere amico di Viktor Petrik - disse a Cagliari - e di averlo convinto ad aprire in Sardegna un’industria di questo prodotto che salverà milioni di vite umane, oltre che portare lavoro e l’attenzione del mondo verso la Sardegna». Difficile credere senza condizioni che l’uomo dei misteri italiani, entrato e uscito da vicende e da trame inconfessabili, si fosse trasformato in un samaritano di profilo planetario, interessato ad affrontare i problemi vitali del terzo mondo: «Solo la minima parte dell’acqua disponibile sulla terra - spiegò in un videomessaggio ancora rintracciabile su youtube - può servire all’uso umano, la gran parte è acqua salata o ghiaccio. L’intuizione di Petrik, il mio miglior amico, sarà la soluzione perché ovunque nel mondo la risorsa disponibile diventi potabile e il miracolo che deriva da questa grande scoperta avverrà qui, nella nostra Sardegna». Tre anni dopo Carboni se n’è andato portando con sé mille segreti e un sogno. (m.l)
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