La Nuova Sardegna

Dal dolore di Emma Bonino al Vittorio Sgarbi show

di Alessandro Pirina
Dal dolore di Emma Bonino al Vittorio Sgarbi show

La senatrice: metodi carbonari che fanno male. Il critico: più difficile trovare voti a Casellati che a Silvio

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INVIATO A ROMA. Sembrava dovesse essere la giornata di Casini. I segnali della sera prima facevano propendere la bilancia verso l’ex leader Udc, ma di prima mattina è bastata una breve dichiarazione di Salvini per capire che anche il quarto scrutinio sarebbe finito come gli altri: il centrodestra, ha annunciato, si asterrà. E dunque fumata nera. Alle 11 il Transatlantico già pullula di parlamentari e delegati regionali. Si fa vedere anche Conte, forse per rimarcare che, pur non essendo parlamentare, lui resta il leader dei 5 stelle. Il primo a votare è Umberto Bossi, che non ritirerà neanche la scheda come farà tutto il centrodestra, eccetto Elio Vito («questa scriteriata decisione dimostra solo che il centrosinistra è autosufficiente») e Vittorio Sgarbi («ho votato Riccardo Muti»). Fico e Casellati vanno avanti con la chiama, ancora una volta, dall’esito scontato. «Questa situazione non mi stupisce, ma mi addolora, è un metodo carbonaro», commenta Emma Bonino. Al mattino il tam tam dà in ascesa Cassese. «Perché no? – dice la storica leader radicale –. Ma io preferirei una donna competente come Marta Cartabia».

Arrivano i leader. Renzi si intrattiene con Bruno Vespa. Toccata e fuga di Salvini. Il centrodestra entra in aula e si astiene. Il centrosinistra e i 5 stelle escono subito dopo avere depositato la scheda bianca nell’urna. Molti ci impiegheranno di più: i 166 voti per Mattarella fanno capire il perché. «C’è il partito dei ministeriali e il partito dei parlamentaristi – è la spiegazione di Clemente Mastella, ex leader dell’Udeur, a Roma con la moglie, la senatrice Sandra Lonardo –. I parlamentaristi voterebbero tutti Casini, nonostante i loro leader. Io dico che Casini deve venire qui e dire: votatemi». Lui, Casini, resta defilato. Su di lui pesa il veto di Salvini, mentre anche i 5 stelle potrebbero dargli il via libera. «Non appena ci sarà la garanzia che il nuovo presidente non scioglierà le Camere allora quel nome passerà», dice l’ex ministro Paolo Romani, oggi Coraggio Italia. Stesso partito di Gaetano Quagliariello, che si mostra cripticamente preoccupato. «Il problema non è chiudere, ma non riaprire». Poco distante c’è Bruno Tabacci, parlamentare dc di lungo corso. Anche lui è angosciato da questo stallo che rischia di fare retrocedere l’Italia dopo il boom targato Draghi. «Qua dentro non c’è la consapevolezza della posta in palio. Se oggi l’Italia è rispettata in Europa è merito di Draghi e Mattarella. Invece, sentite di cosa parlano qua dentro: di certo non di Ucraina. Senza contare che per molti di questi al primo mandato - non il mio caso, visto che lo sono dal 1992 - se la legislatura si interrompe prima di ottobre non scatta neanche il vitalizio. Questi non guardano la geopolitica, ma neanche le loro tasche». Tabacci, che annuncia il voto per Mattarella, è sconsolato. Ce l’ha con Salvini. «Ma dovrà fare di nuovo retromarcia, anche perché i governatori leghisti la pensano diversamente da lui».

Mentre l’aula continua a votare, in Transatlantico va in scena il Vittorio Sgarbi show. Il critico d’arte e deputato forzista si palesa come uno dei più fieri oppositori di Casini. «Non passerà mai, anche se ieri ero a una cena con 7-8 leghisti, qualche Italia viva e due Pd e 5 stelle ed erano quasi tutti per lui». Una cena a base di menù sardo. «Porcetto e seadas al miele. C’era anche Razzi». E tra i sardi il presidente del Consiglio regionale, Michele Pais, i senatori Carlo Doria del Psd’Az, Emilio Floris di Fi, Giuseppe Luigi Cucca ed Elvira Lucia Evangelista di Iv. Per Sgarbi il centrodestra dovrebbe forzare la mano su Casellati. «Se esce il nome i voti corsari dei 5 stelle si attaccano al centrodestra». Ma è proprio dal centrodestra che Casellati rischia di essere affossata. «In effetti – ammette Sgarbi – sto avendo più difficoltà a trovare voti per lei che per Berlusconi». Lui comunque è già proiettato al 2029. «Mi candiderò io a presidente, tanto Berlusconi, Prodi e Amato saranno morti». Resta Renzi. «Ma lui commetterà sicuramente qualche errore, io sono infallibile». Arriva Vincenzo De Luca. Il governatore campano lo apostrofa così. «Cinghialone maiale, ti ricordi?». Via con un altro show. Davanti c’è Luca Zaia, combattuto tra la voglia di ridere e quella di scappare.

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