La Nuova Sardegna

Accordi, giravolte, poi il bis 6 giorni di straordinaria follia

di Alessandro Pirina
Accordi, giravolte, poi il bis 6 giorni di straordinaria follia

Astensione, Casellati, terne, svolta rosa: ogni scrutinio uno scenario diverso  Gli omaggi a Bossi, gli scherzi di Renzi, gli incontri bipartisan tra i grandi elettori

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INVIATO A ROMA. In questa corsa per il Quirinale gli attori protagonisti - superando l’ottica gattopardesca - hanno deciso che fosse meglio lasciare tutto invariato, senza neanche fare finta di tentare un cambiamento - altrimenti l’Italia avrebbe rischiato il caos (e loro, a onore del vero, la fine anticipata della legislatura). Per decidere di percorrere la vecchia strada ci sono voluti sei giorni, otto scrutini, partiti e coalizioni in frantumi, una decina di candidati bruciati. Una partita a scacchi di una settimana in cui erano in campo due tipi di giocatori: quelli che muovevano le pedine a caso e quelli che stavano fermi. Un match surreale, che sembrava senza via d’uscita, o meglio le soluzioni cambiavano ogni ora, a seconda delle dichiarazioni o del tweet del leader di turno. Alle 20 usciva un candidato, si faceva una terna, si annunciava la svolta rosa, ma due ore dopo era già tutto svanito, evaporato, e bisognava ricominciare daccapo. Uno spaesamento che si respirava nel Transatlantico di Montecitorio, dove buona parte dei grandi elettori attendeva di capire come muoversi.

Il rito. Il primo a votare era sempre Umberto Bossi. Per lo storico leader della Lega ogni volta era una fiumana di gente che andava a salutarlo, a rendergli omaggio. Pierferdinando Casini gli ha preso la mano sussurrandogli «ti voglio bene». Anche Liliana Segre si è fermata a scambiare due parole con il Senatur. Lei, la senatrice a vita 91enne, non si è persa uno scrutinio. Ha sempre votato per Mattarella, ma lo ha detto solo il giorno dell’elezione. E con lei anche Elena Cattaneo e Renzo Piano. Più defilato l’altro senatore a vita Mario Monti, mentre Giorgio Napolitano e Carlo Rubbia non hanno mai risposto all’appello. E poi via alla chiama dei senatori, da Abate a Zuliani. A seguire i deputati, da Acunzo a Zucconi, e infine i 58 delegati regionali. Zaia, Bonaccini ed Emiliano si mischiavano ai leader nazionali e stavano ore in Transatlantico, Solinas e Zingaretti si presentavano a ridosso dello scrutinio, votavano e lasciavano Montecitorio. Più in disparte anche De Luca, a meno che non si avvicinasse Sgarbi: a quel punto scattava lo show. Al di là di questo, l’alternarsi di schede bianche e astensioni - ma fin da subito con un pacchetto di voti per Mattarella - toglieva qualsiasi tipo di suspense. Fatta eccezione per il quinto scrutinio.

Il flop Casellati. Una sconfitta annunciata, quella della presidente del Senato. Da giorni era chiaro che se Elisabetta Casellati fosse scesa in campo sarebbe stata affossata dai suoi. I primi a dirlo erano i suoi compagni di Forza Italia. Ma lei ci credeva e, dando retta al solo Salvini, è andata a schiantarsi. Oltre sessanta franchi tiratori. E il paradosso è che i più soddisfatti del risultato erano decine di deputati e senatori di Forza Italia e Coraggio Italia, quasi tutti ex azzurri, che, girando per il Transatlantico, non riuscivano a trattenere il sorriso.

I leader. Renzi e Di Maio i più presenti, Letta e Meloni più defilati, Salvini - anche su questo punto - il più altalenante. Il leader di Italia viva non mancava mai di fermarsi in Transatlantico. Parlava con i giornalisti - eccetto sabato mattina, ma solo prima della giravolta di Salvini che ha poi portato al Mattarella bis - o si appartava con i suoi e con gli ex compagni del Pd. Oppure andava dai leghisti - anche da Pillon - per strappargli dalla giacca la spilla di Alberto da Giussano. Anche Di Maio era abbastanza assiduo, ma la sua presenza si faceva sentire meno di quella di Renzi. Un paio di volte è comparso anche Conte, nonostante non sia parlamentare, ma c’era da serrare le file nel Movimento ormai spaccato. Tanto che sabato Di Maio ha seguito lo scrutinio con tutti i suoi, c’era anche l’ex ministro Spadafora, mentre Conte è arrivato a elezione avvenuta: intorno a lui solo i fedelissimi, come l’ex ministro Bonafede. In Transatlantico Letta si faceva vedere meno, ma il Pd era sempre ben rappresentato dai tre ministri-capocorrente, Franceschini, Guerini e Orlando. Meloni arrivava, votava e se ne andava. La stessa politica di Salvini, fino a sabato mattina quando ha dovuto capitolare e dire sì al secondo mandato per Mattarella.

Il candidato Casini. Tutti i nomi che si facevano per il Quirinale erano non parlamentari, e dunque non si vedevano a Montecitorio: Draghi, Amato, Cartabia, Belloni, Severino, Cassese, Moratti, Nordio, Pera. Tutti tranne uno (più Casellati, che però era sempre in aula di fianco a Fico): Casini. E ogni volta che era il suo turno si cercava di cogliere qualche segnale. I primi due giorni era invisibile, poi ha iniziato a farsi vedere, ad attraversare il Transatlantico. Sabato è sceso in campo con un tweet e un tricolore, ma pochi minuti dopo il via libera di Salvini al Mattarella bis ha ritirato la disponibilità. Dopo la proclamazione del presidente, l’aula gli ha tributato un caloroso applauso. E Letta, Boschi, Di Maio, Bernini - la maggioranza Ursula – sono corsi tutti ad abbracciarlo. Quasi a volergli dire: la prossima volta tocca a te.

Legami trasversali. Forse fuori dall’aula l’abbraccio bi-tripartisan a Casini può fare storcere il naso a qualcuno, ma in Parlamento la trasversalità dei rapporti è la regola. In ogni angolo c’è un 5 stelle che scherza con un forzista, un dem che parla con un centrista, Renzi che abbraccia un Pd, fa battute alla Santanché o rincorre un leghista per staccargli lo spillino. Spesso i rapporti sono molto più tesi all’interno degli stessi partiti: la debacle di Casellati, la marcia indietro di Salvini, i due Movimenti 5 stelle ne sono la dimostrazione.

La pattuglia sarda. Il discorso sulla trasversalità lo fanno proprio anche i sardi. In questa sei giorni quirinalizia era facile imbattersi in lunghe chiacchierate tra i senatori Cucca, renziano, e Doria, sardista, tra l’ex capogruppo del M5s Licheri e il presidente del Consiglio regionale, Pais, leghista, tra Pittalis, deputato di Fi, e Ganau, capogruppo Pd in Regione. C’è stata anche una cena, presenti diversi sardi oltre Sgarbi e Razzi, in cui l’unica tessera da esibire era un menù a base di porcetto e seadas. In tutto i sardi a Montecitorio erano 26. Solo sabato, proprio in occasione dell’ultimo scrutinio, è potuto tornare in aula Cappellacci, Fi, finalmente negativo dopo una settimana di Covid. Nulla da fare, invece, per De Martini, medico e deputato leghista, che, privo di green pass, non ha potuto raggiungere Roma. Ha gridato alla violazione dei suoi diritti, ma senza ricevere grande solidarietà. Neanche dalla Lega. Anzi, l’ex ministro Calderoli l’ha liquidato così: «Un medico non vaccinato è una bestemmia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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