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Altolà della Consulta: «Giù le mani dal Ppr»

di Umberto Aime
Altolà della Consulta: «Giù le mani dal Ppr»

I dettagli della complessa sentenza sulla legge regionale

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CAGLIARI. Al di là dell’ultima sentenza della Corte costituzionale sul Piano casa, stravolto e affossato in gran parte, la morale era e resta sempre una sola. La Sardegna può e potrà fare e disfare ancora tutto quello che vuole e vorrà, o quasi tutto, nell’edilizia, nei piccoli lavori, ma mai “può e potrà violare, intaccare, il Piano paesaggistico regionale approvato nel 2006”. È proprio questa la morale che i giudici hanno scolpito sulla pietra e lo hanno fatto ancora una volta. A meno che, prima o poi, la Regione non decida di sedersi al tavolo con il Governo per discutere «possibili e condivise correzioni».

È e sarà sempre così. Fatta salva la possibilità dell’auspicato accordo su un Ppr riveduto e corretto, non ci possono essere altre discussioni di sorta, perché – è scritto a più riprese nella sentenza – «la tutela del paesaggio resta di stretta, esclusiva, competenza dello Stato e di conseguenza le norme e i Codici di salvaguardia non possono e mai potranno essere modificati in modo unilaterale dalla Regione».

La conferma. È proprio nel dispositivo della Corte che questa lettura è ribadita per ognuno dei 27 articoli (su 31) impugnati dal Governo. Dai giudici sono stati salvati solo gli interventi legislativi sull’edilizia, ad esempio i bonus volumetrici nelle case, mentre tutti quelli che «violano o derogano al Piano paesaggistico» hanno fatto la fine opposta: bocciati perché incostituzionali. Ancora più nel dettaglio: «Qualunque intervento parcellizzato della Regione in materia di tutela del paesaggio finirebbe per danneggiare il territorio soprattutto sotto l’aspetto ambientale». Dunque, sempre secondo la Corte, «il Piano paesaggistico, voluto per tutelare una risorsa strategica fondamentale per lo sviluppo sostenibile, l’ambiente appunto, non può essere violato».

Gli esempi. Tant’è che i giudici hanno dato il via libera ai bonus edilizi nelle case, anche se erano superiori in percentuale e metri cubi ai precedenti Piani casa, perché «non sono in contrasto con il Ppr». Di contro, invece, hanno cassato – dando stavolta ragione al Governo – a qualunque deroga sulle costruzioni in campagna, compresa la possibilità di realizzare le scuderie per i cavalli della Sartiglia in terreni appena oltre i mille metri. Poi hanno detto no ai bonus per le strutture alberghiere nelle aree costiere nonostante l’obiettivo della legge fosse di «migliorare l’offerta turistica adeguandola agli standard internazionali». Allo stesso modo hanno bocciato l’articolo che avrebbe permesso ai Comuni di realizzare campeggi e aree sosta per i camper, seppure stagionali, nei 300 metri dal mare, perché quegli «insediamenti sarebbero stati in contrasto con il Piano paesaggistico». Concetto poi ribadito anche in altri due articoli. Il primo avrebbe permesso ai Comuni di autorizzare costruzioni turistico-alberghiere, purché classificate 5 o 6 stelle, nel caso in cui non avessero ancora esaurito «il tetto massimo di occupazione e fruibilità del loro litorale». Il secondo, invece, è quello che avrebbe permesso, sempre ai Comuni, di autorizzare nuove strutture ricettive nelle vicinanze di «beni attrattivi a fini turistici», perché – si legge nella sentenza – «assegnerebbe alle amministrazioni locali una discrezionalità non prevista dal Ppr». Ma di contro la Corte ha dato il via libera alla chiusura delle verande negli alberghi durante l’estate, alla copertura invernale delle piscine, sempre negli hotel, o al riutilizzo, anche nelle zone turistiche, di sottotetti, seminterrati e piani terra perché «appartengono alla libera edilizia e non prevaricano il Ppr».

Il grande dubbio. Esclusi tutti gli articoli dichiarati incostituzionali, resta da capire come potranno essere applicati anche quelli che invece hanno passato indenni il giudizio della Corte. Il perché è presto spiegato: la proroga fino al 2023 del Piano casa, quello oggi stravolto, è stata bocciata e quindi esiste già un gigantesco buco nero temporale. È il 2022, proprio l’anno in corso, e in questi 12 mesi esiste il rischio che si scateni il caos totale anche nella piccola edilizia ammessa dalla Corte. A meno che la Regione non ci metta una pezza con l’ennesima leggina dell’ultim’ora.

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