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La dottoressa Giusi Canestrelli, figlia di circensi: le sfide nel Dna

La dottoressa Giusi Canestrelli, figlia di circensi: le sfide nel Dna

Nata in Sicilia da madre sarda, ha lavorato a Kabul, in Kosovo e Sudan

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SASSARI. Nata in Sicilia da madre sarda, Giusi Canestrelli ha una naturale predisposizione per gli ambienti freddi, passa le sue vacanze nei paesi scandinavi e alle quotidiane sfide della professione, alle missioni in zone di guerra al fianco di Gino Strada e di Emergency, ha aggiunto l’esperienza estrema in Antartide. Voleva mettersi alla prova con se stessa. Una donna salda, empatica e razionale Giusi. Sua nonna paterna era croata e suo nonno paterno veneto. Il padre, assieme ai suoi fratelli, aveva un circo equestre. Viene da una famiglia di circensi, Giusi. I suoi genitori si conoscono in Sardegna nell’immediato dopoguerra al termine di uno spettacolo. È amore. Si sposano, superano il Tirreno, girano l’Italia. Lei nasce in Sicilia, vicino ad Agrigento. Ha due fratelli.

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«Quando mi chiedono di dove sono rispondo non lo so. La componente sarda è importante, ma anche quella legata alla vita circense, all’essere un po’ nomadi. Fa tutto parte delle mie origini. Ed è tutto molto importante». Era un cavallerizzo provetto, suo padre. Anche sua madre andava a cavallo, e faceva il trapezio. La passione per il circo diventa storia di famiglia. Lei e i suoi fratelli iniziano a imparare, suo padre però aveva un rimpianto: non aver potuto studiare. Quel che era mancato a lui fa sì che non manchi ai suoi figli. Giusi costruisce sui libri la sua professione, il suo essere medico e donna. Grazie alla scelta fatta da suo padre amplia conoscenze e visione. Non ostenta né nasconde il suo amore per la professione, che ad un passo dalla pensione l’ha vista protagonista nel momento più complesso: l’esplodere della pandemia, delle intensive piene. Vita da medico, anche in situazioni delicate dopo aver sposato con convinzione la causa di Emergency: la Cambogia e Kabul, la creazione di un ospedale in Sudan, la guerra in Kosovo e l’esperienza al campo profughi a Tirana. «Il mio mestiere è fatto di scelte rapide. Spesso occorre decidere per gli altri. Siamo anestesisti rianimatori, il coinvolgimento c’è, ma dobbiamo restare lucidi, sempre”. Il futuro? «Ho promesso al poliambulatorio Emergency di Sassari che andrò a dare una mano. Una nuova Antartide? Non si sa mai, vivo alla giornata». (g.d.)
 

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