«Indecisioni e allentamenti così l’isola non è credibile»
di Antonello Palmas
Laddomada: «Sieropositività non significa virus, sbagliato dichiarare i focolai»
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SASSARI. La Sardegna attende col fiato sospeso quella che appare come una vera sentenza per il futuro del settore suinicolo sardo dopo oltre 40 anni di Peste suina africana: il pronunciamento della commissione europea sulla fine dell’embargo che blocca l’export di carni di maiale fresche e lavorate. La Regione ostenta ottimismo per ciò che scaturirà dalle decisioni di Bruxelles a inizio primavera, ma pochissimi conoscono l’intero contenuto della bozza del report trasmessa al governo, quindi alla Regione, per i commenti, trattata come un documento top secret. E dal momento in cui gli ispettori Ue hanno effettuato l’audit nell’isola sono successe cose (l’arrivo del virus in Piemonte e Liguria con l’innalzamento della soglia di attenzione a livello nazionale ed europeo, quindi il riscontro di alcune sieropositività tra Ogliastra e Barbagia) che potrebbero non giocare a favore della Sardegna. A meno che non ci sia grande fermezza nel chiarire la situazione del territorio, che nulla ha a che fare con la differente variante diffusasi nel nord Italia.
Il punto fermo sta in un concetto banale: sieropositività non vuol dire virus. Il virus è sparito da 34 mesi: lo ripetono i protagonisti della lunga corsa contro l’epidemia arrivata a un passo dal traguardo, coloro che hanno lavorato con l’ex governatore Pigliaru e i politici che hanno sostenuto la forte azione che ha portato a un risultato storico dell’eradicazione, anche se non ancora certificato ufficialmente. I tecnici che hanno guidato quella campagna non avevano mai mostrato di comprendere le scelte attuate dopo l’arrivo della giunta Solinas e soprattutto l’atteggiamento distaccato verso il tema Psa, con un buco di 8 mesi negli interventi e il rischio di vanificare quanto di buono fatto negli anni precedenti. E considerano una naturale conseguenza la ricomparsa di maiali bradi, rimessi in circolo da chi ha approfittato dell’evidente allentamento dei controlli. Ora che è il momento di raccogliere i frutti si teme che una poco convincente “narrazione” della situazione epidemiologica pure molto favorevole possa costare caro.
Come l’ex responsabile scientifico dell’Unità di progetto per l’eradicazione, Alberto Laddomada: «La Commissione europea è comprensibilmente prudente – dice – in quest’ultimo anno e mezzo ha visto incertezze e indecisioni da parte dei nuovi responsabili della Psa e un forte calo dei controlli negli allevamenti e lungo la filiera. E i servizi veterinari non hanno più quei veterinari supplementari, necessari per tutti i controlli (la cosiddetta Giv), forze addizionali che la giunta Pigliaru aveva invece garantito». Laddomada si mostra critico sulla gestione della Psa degli ultimi tempi: «In questi mesi, in modo molto contraddittorio, prima sono stati dichiarati come focolai semplici riscontri di poche, sporadiche sieropositività, interpretando in modo molto restrittivo le regole Ue. Poi si è fatto il contrario, concedendo deroghe agli allevatori che, pur in assenza di un rischio reale di diffusione della Psa, operano nelle zone attorno ai focolai e che sono pertanto sottoposti a restrizioni varie, di cui non sono contenti. E questo malcontento si somma a quello già esistente per altri motivi».
Dichiarazioni di focolai che potrebbero avere come risultato quello di allarmare la commissione, già poco convinta della bontà del lavoro svolto. E questo nonostante i dati parlino a favore dell’isola: «Ribadisco: la Psa è stata eradicata, i dati sugli ultimi bradi (circa 500) abbattuti tra ottobre e dicembre dell’anno scorso hanno fornito l’ultima prova – dice Laddomada – Il virus non è “ricomparso” neanche in questi suini illegali, quelli a maggiore rischio di Psa. E in parallelo i dati sui cinghiali abbattuti durante la stagione venatoria, conclusasi pochi giorni fa, sono identici: niente virus, pochissimi capi sieropositivi, un mero “residuo” dei 40 anni di presenza della Psa in Sardegna. Ma i capi sieropositivi non pongono un rischio di contagio. Infatti, negli organi di tutti i circa 190 capi (bradi, cinghiali, domestici) trovati sieropositivi (cioè con anticorpi) in questi ultimi tre anni in diverse zone della Sardegna non è stato mai possibile riscontrare il virus, neanche in un solo caso. E in questi capi non è mai stato possibile osservare sintomi clinici o lesioni post mortem riferibili a Psa. E la Psa è una malattia causata da un virus. Ma in Sardegna ormai non c’è più malattia e non c’è più il virus».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Il punto fermo sta in un concetto banale: sieropositività non vuol dire virus. Il virus è sparito da 34 mesi: lo ripetono i protagonisti della lunga corsa contro l’epidemia arrivata a un passo dal traguardo, coloro che hanno lavorato con l’ex governatore Pigliaru e i politici che hanno sostenuto la forte azione che ha portato a un risultato storico dell’eradicazione, anche se non ancora certificato ufficialmente. I tecnici che hanno guidato quella campagna non avevano mai mostrato di comprendere le scelte attuate dopo l’arrivo della giunta Solinas e soprattutto l’atteggiamento distaccato verso il tema Psa, con un buco di 8 mesi negli interventi e il rischio di vanificare quanto di buono fatto negli anni precedenti. E considerano una naturale conseguenza la ricomparsa di maiali bradi, rimessi in circolo da chi ha approfittato dell’evidente allentamento dei controlli. Ora che è il momento di raccogliere i frutti si teme che una poco convincente “narrazione” della situazione epidemiologica pure molto favorevole possa costare caro.
Come l’ex responsabile scientifico dell’Unità di progetto per l’eradicazione, Alberto Laddomada: «La Commissione europea è comprensibilmente prudente – dice – in quest’ultimo anno e mezzo ha visto incertezze e indecisioni da parte dei nuovi responsabili della Psa e un forte calo dei controlli negli allevamenti e lungo la filiera. E i servizi veterinari non hanno più quei veterinari supplementari, necessari per tutti i controlli (la cosiddetta Giv), forze addizionali che la giunta Pigliaru aveva invece garantito». Laddomada si mostra critico sulla gestione della Psa degli ultimi tempi: «In questi mesi, in modo molto contraddittorio, prima sono stati dichiarati come focolai semplici riscontri di poche, sporadiche sieropositività, interpretando in modo molto restrittivo le regole Ue. Poi si è fatto il contrario, concedendo deroghe agli allevatori che, pur in assenza di un rischio reale di diffusione della Psa, operano nelle zone attorno ai focolai e che sono pertanto sottoposti a restrizioni varie, di cui non sono contenti. E questo malcontento si somma a quello già esistente per altri motivi».
Dichiarazioni di focolai che potrebbero avere come risultato quello di allarmare la commissione, già poco convinta della bontà del lavoro svolto. E questo nonostante i dati parlino a favore dell’isola: «Ribadisco: la Psa è stata eradicata, i dati sugli ultimi bradi (circa 500) abbattuti tra ottobre e dicembre dell’anno scorso hanno fornito l’ultima prova – dice Laddomada – Il virus non è “ricomparso” neanche in questi suini illegali, quelli a maggiore rischio di Psa. E in parallelo i dati sui cinghiali abbattuti durante la stagione venatoria, conclusasi pochi giorni fa, sono identici: niente virus, pochissimi capi sieropositivi, un mero “residuo” dei 40 anni di presenza della Psa in Sardegna. Ma i capi sieropositivi non pongono un rischio di contagio. Infatti, negli organi di tutti i circa 190 capi (bradi, cinghiali, domestici) trovati sieropositivi (cioè con anticorpi) in questi ultimi tre anni in diverse zone della Sardegna non è stato mai possibile riscontrare il virus, neanche in un solo caso. E in questi capi non è mai stato possibile osservare sintomi clinici o lesioni post mortem riferibili a Psa. E la Psa è una malattia causata da un virus. Ma in Sardegna ormai non c’è più malattia e non c’è più il virus».
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