In arrivo il super agnello di Sardegna
Madre di pecora sarda, padri sudafricani o francesi: nuovi nati con le dimensioni richieste dal mercato delle carni
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SASSARI. C’è un business da 40 milioni di euro in cui l’isola vuole gettarsi a capofitto: riguarda l’agnello sardo, ma non quello da latte super-apprezzato soprattutto in occasione delle festività. Gli esperti del settore lo sanno da tempo: c’è una fascia di mercato che richiede un tipo di prodotto adatto a determinate pezzature e a lavorazioni per produrre prosciutti, fettine, omogeneizzati. L’agnello sardo classico non è l’ideale, da qui il “Progetto agnellone”, da una partnership tra Distretto rurale della Barbagia, Consorzio Agnello di Sardegna Igp (Contas) e Agris. Nell’azienda Bonassai di quest’ultima è stato fatto il punto della situazione dopo la prima fase della sperimentazione, che ha dato luogo alla nascita dei primi splendidi agnellini, incroci tra madri di razza Sarda e arieti di Ile de France (razza francese di stazza davvero impressionante) o i più piccoli Dorper, sudafricani e contraddistinti dalla testa nera, buona capacità di adattamento al caldo e ottimi pascolatori.
Maria Sitzia (Agris) è la responsabile scientifica del progetto: «Abbiamo acquistato arieti di queste due razze specializzate per la produzione di carne – per provare a innestare la produzione di agnelloni da carne negli allevamenti da latte senza creare problemi alla principale rimonta – spiega – . Stiamo sperimentando due linee paterne in due epoche di parto diverse: una stagione riproduttiva con salti a maggio e nascite e allevamento di agnelli tra novembre e febbraio; un’altra con salti a settembre e allevamento degli agnelli tra marzo e giugno. Verranno prodotti agnelli di tipo leggero (50 giorni e 8 chili) e da taglio (95 giorni e 13,6 chili). Valutiamo i tempi di accrescimento e, una volta raggiunto il peso richiesto, anche la qualità della carne sia dal punto di vista nutraceutico e organolettico-sensoriale».
«Questi incroci hanno una velocità di accrescimento impressionante e ci sono già dei risultati ufficiosi che fanno ben sperare – dice Alessandro Mazzette, direttore del Contas – si tratta di un progetto strategico che punta a una diversificazione che oggi non c’è e su un business da 40 milioni che potrebbero finire nelle tasche dei sardi». La domanda esisteva già, ma per due terzi veniva soddisfatta con arrivi da Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna. «Una delle poche opportunità create dalla pandemia – dice Mazzette – è che ora la logistica ha costi tali per cui si preferisce il mercato nazionale. Dobbiamo saperla cogliere». E mostra in un grafico come i prezzi dell’agnellone non facciano registrare le fluttuazioni tipiche di quello da latte. «Vogliamo infilarci in un mercato completamente nuovo e inesplorato – dice il presidente del Contas, Battista Cualbu – non in competizione con quello dell’agnello leggero (che continuerà a essere prodotto in toto con la razza sarda). I recenti studi di mercato mostrano come ci siano ampi spiragli per le carni ovine specie nei paesi di cultura araba, tra i principali consumatori mondiali. Ma servono produzioni costanti durante l’anno con protocolli standardizzati e animali di maggior peso, come richiesto anche dall’industria di trasformazione. Ciò impone una parziale revisione dei sistemi di allevamento e il progetto si inserisce in queste dinamiche».
La seconda parte della sperimentazione di svolgerà nelle aziende del distretto rurale di Barbagia. «Il progetto – spiega il presidente Efisio Arbau – rappresenta anche una risposta agli allevatori in età avanzata e con difficoltà a reperire manodopera per la mungitura. Ma è anche un modello sostenibile, realizzabile nei territori marginali e abbandonati, dando nuove opportunità contro lo spopolamento delle zone interne». (a.pal.)
Maria Sitzia (Agris) è la responsabile scientifica del progetto: «Abbiamo acquistato arieti di queste due razze specializzate per la produzione di carne – per provare a innestare la produzione di agnelloni da carne negli allevamenti da latte senza creare problemi alla principale rimonta – spiega – . Stiamo sperimentando due linee paterne in due epoche di parto diverse: una stagione riproduttiva con salti a maggio e nascite e allevamento di agnelli tra novembre e febbraio; un’altra con salti a settembre e allevamento degli agnelli tra marzo e giugno. Verranno prodotti agnelli di tipo leggero (50 giorni e 8 chili) e da taglio (95 giorni e 13,6 chili). Valutiamo i tempi di accrescimento e, una volta raggiunto il peso richiesto, anche la qualità della carne sia dal punto di vista nutraceutico e organolettico-sensoriale».
«Questi incroci hanno una velocità di accrescimento impressionante e ci sono già dei risultati ufficiosi che fanno ben sperare – dice Alessandro Mazzette, direttore del Contas – si tratta di un progetto strategico che punta a una diversificazione che oggi non c’è e su un business da 40 milioni che potrebbero finire nelle tasche dei sardi». La domanda esisteva già, ma per due terzi veniva soddisfatta con arrivi da Australia, Nuova Zelanda e Gran Bretagna. «Una delle poche opportunità create dalla pandemia – dice Mazzette – è che ora la logistica ha costi tali per cui si preferisce il mercato nazionale. Dobbiamo saperla cogliere». E mostra in un grafico come i prezzi dell’agnellone non facciano registrare le fluttuazioni tipiche di quello da latte. «Vogliamo infilarci in un mercato completamente nuovo e inesplorato – dice il presidente del Contas, Battista Cualbu – non in competizione con quello dell’agnello leggero (che continuerà a essere prodotto in toto con la razza sarda). I recenti studi di mercato mostrano come ci siano ampi spiragli per le carni ovine specie nei paesi di cultura araba, tra i principali consumatori mondiali. Ma servono produzioni costanti durante l’anno con protocolli standardizzati e animali di maggior peso, come richiesto anche dall’industria di trasformazione. Ciò impone una parziale revisione dei sistemi di allevamento e il progetto si inserisce in queste dinamiche».
La seconda parte della sperimentazione di svolgerà nelle aziende del distretto rurale di Barbagia. «Il progetto – spiega il presidente Efisio Arbau – rappresenta anche una risposta agli allevatori in età avanzata e con difficoltà a reperire manodopera per la mungitura. Ma è anche un modello sostenibile, realizzabile nei territori marginali e abbandonati, dando nuove opportunità contro lo spopolamento delle zone interne». (a.pal.)
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