Nanonavette antivirus realizzate in Sardegna
Roberto Sanna
La ricerca di un team che lavora tra Sassari, Porto Conte e Los Angeles Verso terapie mirate: il medicinale “consegnato” alla cellula malata
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SASSARI. Un team sardo che si muove sul triangolo Sassari-Porto Conte-Los Angeles è al lavoro per mettere a punto la cura che rivoluzionerebbe la lotta al Covid: un farmaco che viaggia su “nanonavette” intelligenti e verrebbe somministrato, anziché per via endovenosa, con un normale spray nasale. Un progetto che tre ricercatori appartenenti all’Università di Sassari, all’azienda Nanomater (una Start up con sede a Porto Conte Ricerche), e all’Università della California (UCLA, Los Angeles), ha pensato di incrementare l’efficacia di agenti antivirali da utilizzare nella terapia anti COVID-19, veicolandoli tramite “nanonavette” intelligenti, in grado di riconoscere selettivamente le cellule infettate o che potrebbero infettarsi con il virus SARS-CoV-2.
Lo studio è denominato “Development of Targeted Nanoparticles Loaded With Antiviral Druds For SARS-CoV-2 Inhibition”, ed è coordinato dal chimico farmaceutico Mario Sechi (Università di Sassari), in collaborazione con la nanotecnologa Vanna Sanna (Nanomater S.r.l.) e il biologo Sandro Satta (University of California). I risultati di questo lavoro sono stati appena pubblicati sulla prestigiosa rivista di chimica farmaceutica European Journal of Medicinal Chemistry, in un articolo firmato come coautore dal professore di UCLA Tzung Hsiai. Un lavoro che ha una valenza molto più ampia della lotta al Covid, che in questo caso è il nemico principale ma non l’unico: «Il nostro scopo è stato dall’inizio quello di costruire dei prototipi di farmaci da veicolare direttamente nel sito della malattia – spiega il professor Mario Sechi –: per prima cosa abbiamo pensato ai tumori ma ovviamente può essere utilizzato per altre patologie. La nostra idea è quella di utilizzare per la terapia lo stesso meccanismo di penetrazione del virus, con dei nanovettori dotati di “gancetti” che vengono caricati con un farmaco modello. Il farmaco è stato individuato alla fine di dicembre e viene somministrato in via endovenosa, ma con il nostro sistema sarà possibile dispensarlo direttamente dove serve, in questo caso nei tratti delle vie respiratorie “abitati” dal virus». I primi risultati sono incoraggianti anche se sulla tempistica Sechi è cauto: «Ho sensazioni positive – spiega – ma per arrivare all’approvazione di un protocollo serve tempo. Mi sento di essere cauto anche se rispetto ad altre situazioni abbiamo qualche vantaggio: per esempio, il farmaco è già approvato. Dipende anche da come andranno gli studi, e non solo: vorrei ricordare che si tratta di un lavoro portato avanti praticamente senza fondi pubblici per due anni. Avessimo avuto un altro sostegno, i tempi si sarebbero dimezzati».
Scendendo nei dettagli tecnici, la ricerca ha portato alla realizzazione di nanoparticelle di dimensioni simili a quelle del virus, caricate con il farmaco antivirale Remdesivir, utilizzato come modello. Queste nanoparticelle sono state ingegnerizzate in superficie con piccoli “gancetti” capaci di riconoscere e di interagire con delle strutture specifiche (denominate “ACE2”), presenti sulla superficie delle cellule del tessuto polmonare: esse costituiscono il sito di riconoscimento per il virus per l’ingresso e quindi l’infezione. La presenza di questi “ganci molecolari”, nel favorire l’interazione (o “attracco”) tra il nanovettore e le cellule principalmente localizzate nell’apparato respiratorio, consente la veicolazione selettiva del farmaco verso i bersagli.
La collaborazione tra il team sardo e quello statunitense, anche su altre tematiche, ha inoltre consentito di generare una piattaforma sperimentale per altri progetti nel settore dello sviluppo di nuovi farmaci innovativi e della loro veicolazione con nanosistemi ad alto contenuto tecnologico. «Un ringraziamento da parte nostra è rivolto a tutti gli amici che nelle diverse fasi del lavoro hanno interagito con lo studio – conclude il professor Sechi –, in particolare la dottoressa Maria Orecchioni, responsabile del laboratorio di Risonanza magnetica nucleare dell’Università. Siamo molto soddisfatti per i risultati e per l’attenzione ricevuta da una prestigiosa rivista internazionale, purtroppo devo constatare l’assenza di contributi economici dedicati, nonostante le richieste di supporto o di partecipazione a bandi inoltrate a diverse istituzioni».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Lo studio è denominato “Development of Targeted Nanoparticles Loaded With Antiviral Druds For SARS-CoV-2 Inhibition”, ed è coordinato dal chimico farmaceutico Mario Sechi (Università di Sassari), in collaborazione con la nanotecnologa Vanna Sanna (Nanomater S.r.l.) e il biologo Sandro Satta (University of California). I risultati di questo lavoro sono stati appena pubblicati sulla prestigiosa rivista di chimica farmaceutica European Journal of Medicinal Chemistry, in un articolo firmato come coautore dal professore di UCLA Tzung Hsiai. Un lavoro che ha una valenza molto più ampia della lotta al Covid, che in questo caso è il nemico principale ma non l’unico: «Il nostro scopo è stato dall’inizio quello di costruire dei prototipi di farmaci da veicolare direttamente nel sito della malattia – spiega il professor Mario Sechi –: per prima cosa abbiamo pensato ai tumori ma ovviamente può essere utilizzato per altre patologie. La nostra idea è quella di utilizzare per la terapia lo stesso meccanismo di penetrazione del virus, con dei nanovettori dotati di “gancetti” che vengono caricati con un farmaco modello. Il farmaco è stato individuato alla fine di dicembre e viene somministrato in via endovenosa, ma con il nostro sistema sarà possibile dispensarlo direttamente dove serve, in questo caso nei tratti delle vie respiratorie “abitati” dal virus». I primi risultati sono incoraggianti anche se sulla tempistica Sechi è cauto: «Ho sensazioni positive – spiega – ma per arrivare all’approvazione di un protocollo serve tempo. Mi sento di essere cauto anche se rispetto ad altre situazioni abbiamo qualche vantaggio: per esempio, il farmaco è già approvato. Dipende anche da come andranno gli studi, e non solo: vorrei ricordare che si tratta di un lavoro portato avanti praticamente senza fondi pubblici per due anni. Avessimo avuto un altro sostegno, i tempi si sarebbero dimezzati».
Scendendo nei dettagli tecnici, la ricerca ha portato alla realizzazione di nanoparticelle di dimensioni simili a quelle del virus, caricate con il farmaco antivirale Remdesivir, utilizzato come modello. Queste nanoparticelle sono state ingegnerizzate in superficie con piccoli “gancetti” capaci di riconoscere e di interagire con delle strutture specifiche (denominate “ACE2”), presenti sulla superficie delle cellule del tessuto polmonare: esse costituiscono il sito di riconoscimento per il virus per l’ingresso e quindi l’infezione. La presenza di questi “ganci molecolari”, nel favorire l’interazione (o “attracco”) tra il nanovettore e le cellule principalmente localizzate nell’apparato respiratorio, consente la veicolazione selettiva del farmaco verso i bersagli.
La collaborazione tra il team sardo e quello statunitense, anche su altre tematiche, ha inoltre consentito di generare una piattaforma sperimentale per altri progetti nel settore dello sviluppo di nuovi farmaci innovativi e della loro veicolazione con nanosistemi ad alto contenuto tecnologico. «Un ringraziamento da parte nostra è rivolto a tutti gli amici che nelle diverse fasi del lavoro hanno interagito con lo studio – conclude il professor Sechi –, in particolare la dottoressa Maria Orecchioni, responsabile del laboratorio di Risonanza magnetica nucleare dell’Università. Siamo molto soddisfatti per i risultati e per l’attenzione ricevuta da una prestigiosa rivista internazionale, purtroppo devo constatare l’assenza di contributi economici dedicati, nonostante le richieste di supporto o di partecipazione a bandi inoltrate a diverse istituzioni».
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